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Nel più saldo dei silenzi, il più lungo dei discorsi

La pioggia.

È sempre il rumore della caduta a svegliare i pensieri. Hai fatto così tanta strada da averne dimenticato il principio, sei salito sempre più in alto solo per la smania di sapere cosa avresti trovato dietro la prossima curva. Hai continuato, perché dopo ogni angolo vinto, sapevi di trovarne un altro da conquistare: ormai quella impervia è la strada comoda. Chi era con te all’inizio? A quale salita lo hai staccato per un momento, per poi ritrovarlo mai più?

Non hai idea di dove stai andando, anche se procedi spedito. In fondo non t’è mai importato, un luogo vale l’altro purché non sia quello da cui parti. Esplorare non è fuggire, ma neppure arrivare. Solo eterno appetito di scoperta, inappellabile come la condanna del cieco che ha bisogno delle parole di un altro per tentare di capire la meraviglia del tramonto che ha davanti.

Ed è lì, in quella notte, davanti a un pallore chiaro come la luna che fa naufragare mentre promette un porto sicuro, è lì che senti tremare le tue radici e sembra che forse tu non ti sia spostato molto da dove ti abbandonarono, seme.

Ma lì è anche dove trovi nuove domande, dove riscopri la fame e accendi la voglia di muovere un nuovo passo, verso qualsiasi delle infinite direzioni su cui mai hai piantato la tua orma.

In questa notte, dove l’Atlantico e il Mediterraneo sembrano agitarsi come un’unica onda dello stesso mare, nel più saldo dei silenzi è il più lungo dei discorsi.

 

 

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 11 del mese 05 dell'anno 2017. Nessun commento — .

La Porta di Casa

Nel 2008 ho iniziato stabilmente ad andare e venire fra Catania e Milano. Ho scoperto quanto un aereo possa essere comodo e assimilabile ad un tratto in pullman di qualche ora. Fu una vera rivoluzione per me che nasco in una terra dove gli spostamenti, anche minimi, sono viaggi. E i viaggi migrazioni: si arriva lontano per tornare solo con il pensiero.

Nella comodità del volo scoprivo una lontananza che dava l’illusione di poter essere annullata facilmente, una distanza prossima nei tempi, anche se remota nello spazio. Ciò mi esaltava, come la velocità del progresso sa fare.

Ieri sono tornato in Sicilia. Un amico mi propose un viaggio in auto che accettai. 1.400 chilometri percorsi fra gli zero gradi nevosi di Milano e i 17 gradi primaverili di Catania. Dalle 7 del mattino alle 9 di sera. Un viaggio lungo, che mischia fatica e divertimento come solo un viaggio in macchina sa fare, soprattutto in un paese che racchiude un cosmo nella sua latitudine, come l’Italia.

L’arrivo in punta di Calabria è il momento che più aspettavo. Era un decennio che non mi ci ritrovavo. A tornare a casa. Sul serio. Non con l’aereo, che ti da’ l’impressione di essere uscito un attimo a fare una commissione. Intendo proprio tornare a casa, passando dalla porta d’ingresso. Riempirsi i polmoni di mare, osservare Lei dall’altra parte, così vicina che sembra quasi di poterla accarezzare allungando il braccio. Ondeggiare su una nave con il vento che scompiglia capelli e pensieri, vederla ingrandirsi all’orizzonte come se stesse allargando le sue braccia per te che le corri incontro. E quella colata rossa, come a volerti mostrare quanto le sei mancato.

Ho un rapporto di amore e odio con questa terra. Come le onde sugli scogli neri, che ora schiaffeggiano e ora cullano. Ma l’emozione del ritorno e quella della partenza, sono uniche per chi su un’isola è nato. I miei pensieri vanno agli eserciti di fratelli migranti che sono partiti per il fronte della loro vita, senza mai fare ritorno se non in sogni ad occhi aperti dall’odore di mari che non sono il Nostro. Chissà quale fu il loro ultimo pensiero mentre Lei si inabissava a poppa. Chissà quale sarebbe, se potessero vederla riemergere tra i flutti, all’orizzonte di una nave che li riporta indietro. Siamo una genia di deportati che spesso vive per generazioni nella celebrazione del ricordo. Il ricordo di una terra così incredibile da dover essere raccontata e ripetuta anche per chi di siciliano porta solo un cognome. Rispetto a quei deportati io ho avuto scelta. E l’ho esercitata. Lei per me non è una donna dal cui abbraccio sono stato strappato a forza. E la mia vita è piena e felice.

Eppure, in piedi su quella banchina che porta il nome di un santo, anche a me tremano le ginocchia mentre la abbraccio con gli occhi.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 02 dell'anno 2013. Un commento — .

Catania, Mediterraneo

Il mio rapporto con Catania è inevitabilmente di amore e odio. Dico inevitabilmente perché lei è come una vecchia amante, di quelle che ricorderai per sempre perché insieme avete scoperto il vero piacere. Ma anche il colore del sangue. Pensavo a lei qualche giorno fa, in occasione di un concerto vicino casa mia. Un crogiuolo di facce, idee e sonorità che farei sorvolare dall’Enola Gay senza sentirmi in colpa. In fondo – pensavo – la maggioranza di questa città è quella in piazza, non sono io. Una considerazione amara come quando vedi la donna che ami e che ti ha amato, passeggiare felice mano nella mano con un altro, sapendo in cuor tuo che lui è più adatto di te.

Ieri sera poi, cercando verità incollate al fondo di un boccale di birra, fra una invertebratrice di uomini e una lanciatrice di freccette che rifuggono il bersaglio, esce fuori la dittatura della maggioranza e il diritto al dissenso esibito. Un vessillo che oggi è pozzanghera ma che domani potrebbe diventare oceano. Perché in fondo si dovrebbe perseverare a prescindere dal voler convincere gli altri a cambiare posizione. E levando gli occhi sulla città, così in difficoltà, così vecchia, ne scruto i segni della passata bellezza. Come una donna bellissima su cui il tempo, come vento, ha rivendicato luoghi dove baci si sono infranti e su cui dita hanno planato, agili. E così mi sorprendo a pensare che le città – come i libri – si sfogliano dagli angoli, ad ogni giro nelle vie strette e nere si schiude alla vista progressivamente un palazzo, una piazza, un vicolo. Che sono inchiostro vergato sulle vite degli altri. Su una moltitudine di altri, seconda solo alla moltitudine di bollicine che si accalca nel bicchiere di mandarino verde che bevo. Una storia sincera, perché in fondo in questa terra nessuno nasconde nulla: nefandezze e virtù sono tutte stese al sole ad imbrunirsi, sfidando lo sguardo di tutti. Siamo diretti.

E oggi la città continua ad intrufolarsi nei miei pensieri, come l’amante che dopo averti abbandonato vuole ancora saggiare il suo potere con invisibili lacci che tengono i tuoi occhi ancora puntati su di lei. Un post di Eva e il pensiero torna al Mediterraneo, alla confusione e somiglianza dei suoi porti, in paesi distanti eppure parte della stessa invisibile nazione. In cui – mio malgrado – sono nato. Di cui – senza rammarico – ho il sangue. E che mi porto dentro anche sul suolo straniero del nord, che non ha mai conosciuto la benedizione delle onde né il caos delle genti del mare che si scambiano il sangue sul filo della spada o nell’abbraccio delle gambe. Divenendo Popolo. Il Popolo del Mare, seduto sui bordi della sua grande Agorà che è il Mediterraneo.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 07 dell'anno 2012. Nessun commento — .