Questo è il blog provvisorio di Mushin.
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Un cerchio in più. La cosa che mi piace degli avvenimenti periodici, è che ti costringono in qualche modo a fare bilanci. Ti riportano la mente indietro e per un attimo ti consentono di avere una visione di insieme. Un cerchio in più. Qualcosa che si aggiunge a quello che già sei, un anno che si aggiunge a quelli già vissuti. Un anno che in sé ha una valenza, ma che nel momento in cui si scioglie nell’oceano di quelli già vissuti, ne può assumere un altra.
In questo anno che è passato ho imparato molto. Ho imparato che il rancore verso le persone che ci lasciano o ci feriscono, è solo tempo perso. Ho imparato che l’affetto, come tutto in questo universo, si evolve. Ho perso persone per poi ritrovarle. Ho ritrovato persone che credevo perdute per sempre. Ho avuto conferma di quanto siano importanti alcune di quelle che mi sono rimaste sempre accanto in tutti questi anni. Ho trovato sulla mia strada regali inattesi e persone molto speciali.
Mi sento fortunato.
E felice.
Grazie a tutti, ma proprio a tutti. I momenti come questo mi scalderanno quando farà freddo. In qualche modo, siete tutti parte di me.
Ed in particolare qualcuno in grado di farmi sorridere il cuore, anche se da lontano.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 12 dell'anno 2007.
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Risulto in genere incredibilmente prolisso, soprattutto in periodi in cui le cose girano male. Effettivamente mi accorgo che – come ho ripetuto fino alla noia – le cose che mi fanno star male preferisco buttarle fuori, ed in questo consiste la terapeuticità di questo piccolo spazio virtuale.
Ebbene adesso mi sento bloccato, un blocco produttivo che mi deriva dal fatto che sento dentro cose affascinanti e al contempo vertiginose, portentose e pure terribili, attraenti ma anche caute. Tutti rami di uno stesso albero, che affonda le radici giù, in una profondità di me che neppure riesco a scorgere. Mi scopro affascinato dal fatto che le cose belle, al contrario di quelle dolorose, preferisco tenermele dentro ancora un po’, non potendole urlare in faccia al mondo. Le sento muoversi dentro, e resto immoto fuori, quasi senza fiatare, per paura che loro, così fragili, possano volar via al primo fiato come ali spaventate dal vento.
Mi scopro dentro ardita fragilità e cautamente impulsivo mi godo l’ottimismo disfattista che è in me.
Non so dove arriverò ma so da dove sono partito, non so cosa mi muove ma so che mi muovo. E soprattutto ho smesso di pensare in termini duali che nelle esperienze o mi metto a pensare a cosa sta succedendo senza viverlo o vivo quello che mi succede senza pensare. Vivo e penso. Penso che voglio vivere. In un certo modo. Non voglio che tutta questa delicata bellezza appassisca come una rosa selvatica esposta al capriccio del tempo. Voglio coltivarla, dedicarmici, proteggerla e nutrirla. Forse significherà soltanto ritardarne la fine. E sia. Foss’anche così accetterei di ritardarla soltanto. Che appassisca pure tutto questo, non si può evitare.
Ma io voglio che questo accada un secondo dopo che sarò appassito io.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 11 dell'anno 2007.
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Una notte di vento di pensieri sostenuto che increspa la superficie della mente. Mi ritrovo solo, ancora, ad osservarla. Né gioia né sofferenza, solo un vago senso di inquietudine, un lieve fastidio per qualcosa che sento muoversi dentro, ma che non so ancora cos’è. Non ho fretta perché non ho meta, non ho sogni perché non ho un futuro a cui guardare. Soltanto sono solo.
Una notte di pioggia di desideri muove le onde delle mie emozioni ad infrangersi contro le falesie imperturbabili di un solido presente. Si dice che quando ti recidano un braccio, i primi tempi continui a sentire di averlo, sempre li al suo posto. Io sento che qualcosa è stato tagliato, perché ogni volta che cerco di muovere quello che ho dentro, non succede nulla, come tentare di abbracciare una tazza, come sempre, senza avere più le dita per farlo.
Una notte di neve di dolori sopiti congela la superficie fluida dei ricordi. Sembra finalmente di poterci danzare sopra, quando scopri che quel ghiaccio è ancora troppo sottile per sostenere il peso di un presente che si muove ancora senza direzione, e senza meta vaga finché spintosi troppo oltre non viene inghiottito da quei ricordi che credeva sepolti, tradito dal ghiaccio, troppo sottile.
Una notte di tuono di delusioni scuote il silenzio della notte calata a rendere indistinto tutto, a fare di mille colori uno, a fomentare l’oblio delle forme, dei riferimenti, di luoghi percorsi e dimore abbandonate.
Conati di ricordi passati e capogiri di desideri futuri si sovrappongono.
Una fredda grandinata di paure, scende a minacciare i teneri germogli di un futuro ancora verde, senza forma, che nasce sul terreno concimato con le ceneri di un passato ormai andato.
Si dice che la grandine sia composta da gocce di pioggia che restano troppo a lungo dentro le nuvole. Possano le mie emozioni abbandonarmi subito e volare attraversando il cielo per donare sollievo alla terra, evitando così che restando troppo a lungo dentro di me diventino paure che veloci fendono l’aria per flagellare la terra sotto il loro peso.
E’ solo un’altra notte insonne.
Forse solo una delle tante.
Forse l’ultima.
Senza aurora.
Ma è la mia notte, e non rinuncio a viverla. E nel maelstrom dei miei pensieri, al centro del vortice, dove l’acqua genera momentaneamente il vuoto girando su se stessa, posso guardare me stesso più in profondità, per un attimo.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 10 dell'anno 2007.
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Ho già scritto un post con questo titolo, se non ricordo male.
Ho appena finito di sistemare (in sole 18 ore) quella che per un anno sarà la mia nuova dimora. La cosa bella dei traslochi è sistemare tutti i pezzi nel nuovo alloggio, scopri oggetti che avevi quasi dimenticato tanto erano nascosti oppure in vista ma ormai ingrigiti dall’abitudine. E’ un momento in cui decidi che puoi fare a meno di certe cose, di valorizzarne altre, di inserirne di nuove. E la cosa più importante è che non si tratta solo di oggetti: ogni cosa è associata ad una persona, un’emozione, un’esperienza. Ogni libro che ho riposto, ogni foto che ho riappiccicato, ogni soprammobile che ho spolverato: la mia vita in rewind, per istanti. Momenti densi.
Soprattutto aprire un dato cassetto dentro al quale ripongo le cose più importanti, che sedimentano per accumulo senza mai essere rivangate, salvo raramente, perché coi bei ricordi andati non mi sono mai trovato a mio agio. Oggi ho contato una per una le mie cicatrici, ho rivissuto, ho sorriso, ho quasi pianto. Di nuovo. Ma soprattutto ho amato. Ho amato ogni singola persona che è entrata nella mia vita e ha lasciato qualcosa di sé dentro quel cassetto. Anche se poi ne è uscita, quel cassetto è la testimonianza che non ho sognato.
Non l’avevo mai detto, ma non solo ho ancora le foto, ho pure conservato ogni singolo post-it. E sono davvero tanti. La vita può essere dura a volte, ti disorienta. Sapere chi sei e avere memoria del tuo passato, è come una coperta calda nelle notte invernali. Il freddo c’é ancora, ma fa meno male.
OT: Ieri sera una serata pazzesca. Non per quello che si è fatto, ma per la compagnia. Era molto, moltissimo tempo che non mi perdevo completamente in una discussione. Trovo siano cose rare. E dunque persone speciali. Sono grato ha chi ha permesso che una simile meteora attraversasse il mio cielo notturno. A volte sono proprio le persone che non vedrai mai più, in un incontro casuale, che ti danno la pedata verso la giusta direzione…
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 09 dell'anno 2007.
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Blocco totale. Vorrei parlare di tante, troppe cose che ho accumulato dentro in tre giorni. Ma non riesco.
E’ come se volessero uscire tutte insieme, frettolosamente, dalla spessa apertura.
Mi bombardo di Nesli vecchio tipo, mi spazzolo i neuroni con il dentifricio della razionalità, ma non sembra che il bianco splendente torni. Qui non splende nulla. Solo carie, dentro. Un dolore che non si vede ma si sente. Un malessere strisciante.
Calmati. Come diceva mia madre quando piangendo mi rigavo la faccia. Il punto è che non voglio calmarmi, ma in fondo dentro di me qualcosa continua a sussurrarmi di fare una strage, di distruggere tutto fuori e dentro di me, disinfettando, una chemioterapia che ammazzi tutto, pazienza se nel mezzo ci stanno anche cose buone. Voglio macellare finché anche il sangue non forma più strisce continue.
Non dovrei scriverlo, non dovrei dirlo, non dovrei pensarlo. Perché ferisco qualcuno, indigno qualcun altro, perplimo i più.
Ma è il momento di accettare che la vita è la scuola, ogni spiegazione/interpretazione è un misero doposcuola. Si impara vivendo, non ragionando. E vivere costa più fatica del semplice respirare. E’ il momento in cui me ne fotto dell’impatto che ho sulla gente, è il momento della lotta per la sopravvivenza che lascia poco spazio al buonismo rispettoso. Rispettoso di che? C’é più rispetto nel dichiararsi per quello che si è che nel celarsi dietro a quello che si dovrebbe essere. No, non sono un pessimista catasfrofico e nichilista. Sono il primo degli ottimisti. Perché sto di merda per colpa mia, ma continuo a lottare contro tutto perché neppure per un istante perdo la certezza di un domani migliore. Ottimista, ma non ipocrita. Sto di merda. Ed è stupendo. Perché essere vivi vuol dire stare di merda per quello che ti faceva stare da Dio. E’ il mio modo di onorare quella fetta di me che non c’é più, ma che sempre tale resta. Non fare finta che tutto sia ok.
Fine del conato. Adesso dovrò dare una pulita. Da tempo non ho più assistenti mentre vomito. Si inizia a fare irresistibile il desiderio di infrangere le promesse che incatenano l’anima nera, che scalpita. Un fuoco che divora per fare cenere che concima.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 09 dell'anno 2007.
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Lì dentro. I giorni, passati. Le risa, vissute. Il malessere, sopito. Infine, le nuove esperienze che ti immergono sempre più a fondo, come i cerchi di un albero che crescendo abbraccia sé stesso, seppellendo le cicatrici che ieri erano al vento fuori, dentro.
Forse è inopportuno dirlo, persino pensarlo. Forse è poco dignitoso, persino miserevole. Eppure tanto più alta era la costruzione franata giù tanto più la polvere resta in aria.
Forse non è piacevole continuare a dirlo. Forse i palpiti vissuti, una volta seppelliti, non vanno riesumati. Eppure anche se la realtà dice già tutto, se tacessi mancherei di onestà prima di tutto verso me stesso.
Stolto è pensare di riavere ciò che non ti appartiene più. Stupido è rincorrere qualcosa in virtù di una scarsa probabilità che la speranza non sia vana. Incoerente è desiderare quello che non hai saputo proteggere. Idiota è credere che scrivere cambi qualcosa.
Ma dal basso della stoltezza stupida della mia incoerente idiozia, continuo a non tacere. Non so se quello che ho dentro sia sbagliato, sicuramente è imbarazzante, ingombrante. Tutto quello che posso fare è raccontarlo, tracciare questo lento camminare che per adesso è vagabondare. Perché sono fatto così. Nel bene o nel male, non riesco a chiudere gli occhi e a placare i pensieri.
Se non per immergermi dentro qualcuno che sappia abbracciarmi.
Qualcosa dentro, continua a resistere al distacco. Un giorno si pacificherà. Per adesso, siamo sempre al punto di partenza.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 18 del mese 09 dell'anno 2007.
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Io sono Mushin. Ma non lo sono sempre stato. Ho avuto tanti nomi quante sono le vite che ho vissuto. Più volte ho amato e più volte sono morto. Sono stato nemico, fratello, compagno, amante, marito e traditore. Ho ucciso e sono stato ucciso.
Io sono Mushin. Ho creato tanti mondi quanti ne ho distrutti. Per mia mano molti hanno trovato tormento, altri sollievo. Delle tante morti che ho avuto, la maggioranza me le sono inflitte da solo, quando ho dovuto scegliere fra farmi del male o farne a chi volevo bene.
Io sono Mushin. Lo sono sempre stato e sempre lo sarò, anche se vestirò infiniti nomi nei diecimila mondi. Vivo per quell’atto d’amore che è la creazione di un nuovo mondo, per questo nessuno è più risoluto di me nel distruggere. Passo da una vita all’altra consapevole che la distruzione di me è solo il momento che precede un nuovo vagito. Per questo non ho paura di gettarmi dalla rupe. Non amo distruggere, ma non temo di distruggere ciò che amo.
Il vero amore è una forza che muove tutto e fluisce incontrollabile attraversando le infinite reincarnazioni di morte e nascita in cui viaggio. L’amore decide quando una vita finisce e l’amore stabilisce quando inizia. L’amore nutre e insegna. L’amore percuote e violenta. L’amore ti bagna con una tempesta di lacrime il cuore, prima di asciugarlo al tepore di un abbraccio.
Io sono Mushin. E ho imparato che resistere o arrendersi non fa differenza: scegli pure la tua strada, la meta la decide l’amore. Soltanto ricorda che nessuno può mai percorrere lo stesso sentiero due volte. Non piangere per quello che credi di aver perso, l’amore è immortale. E quello che brucia fra le fiamme della verità, non può chiamarsi amore, quello autentico non potresti soffocarlo neppure volendo. Per questo rischiara sempre il tuo cammino con la torcia della verità e procurati di tenerla accesa anche se la pioggia la insidia: solo con la verità si può far luce su ciò che è autentico, dentro e fuori di noi stessi.
Sincerità e Pazienza sono le uniche compagne di viaggio che mai tradiscono, anche se scomode.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 09 dell'anno 2007.
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Sarà che nessuno ha il manuale del perfetto essere umano. Sarà che è fisiologico. Si tratta di cose normali, di mera legge di causa-effetto: se ti sbucci il cuore allora ti farà male. La verità è che ci sono già passato, e allora era peggio perché non sapevo neppure che si sopravvive. La verità è che non sono più convinto come allora, che l’amore sia assoluto, credo piuttosto sia un’occasione, e persa una, prima o poi ne arriverà un’altra. La verità è che non credo di aver bisogno di qualcuno in particolare. La verità è che stare da soli ha anche i suoi pregi. La verità è che fra qualche settimana neppure si rischia di sbatterci contro.
Eppure la verità è anche che nonostante sia convinto di tutte le cose sopra nella mia mente non trovano spazio né i difetti né i problemi. Non ricordo quasi neppure come sono arrivato a questo punto. Ricordo solo sorrisi, risate, abbracci. Forse è solo perché lo stronzo sono io. Nonostante io sappia che mi basta chiudere quella porta per sbattere fuori ogni residuo di te, e nonostante sappia che è quello che vuoi, nonostante sappia che andando avanti tutto questo passerà, nonostante io sappia che la mia felicità non dipende da te, nonostante tutto questo, continuo a socchiuderla quella porta, tergiversando.
Forse la semplice verità è che sono patetico, indeciso, doppiogiochista, opportunista, irrimediabilmente stronzo e geneticamente insoddisfatto. O forse, semplicemente sono solo un normale essere umano che ha smesso di cercare qualcuno che gli dia la felicità nella vita per dedicarmi a trovare qualcuno con cui viverla, la felicità.
Due cose reputo certe: la prima è che nella vita è tutta una questione di pesare le cose, ed ogni bilancia – come ogni situazione – è fatta di due piatti. Non puoi pensare di pesare solo il cumulo di cose sbagliate. La seconda è che voler stare con qualcuno non è solo una questione di occhi che brillano quando ti ci specchi. Ma prima di tutto avere voglia di avere quel qualcuno accanto anche quando ti lancia contro i suoi difetti e le sue nefandezze. Essere innamorati di qualcuno finché è come tu vuoi, è come la notte in cui tutte le vacche sono nere. L’assenza di perdono o comprensione, il vedere tutto solo e sempre dalla propria prospettiva, è solo egoismo.
La porta è ancora socchiusa. Non mi faccio illusioni, e sono certo che la chiuderà il vento, o qualcuno dietro di sé, dopo che la voglia di entrare lo avrà spinto a sfidare il destino in agguato in quella fessura impercettibile fra porta e muro.
NB Non sto scaricando niente su nessuno. Sto solo pensando a voce alta, a beneficio (?) di chi ama farsi i cazzi miei, senza venirmeli a chiedere di persona.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 8 del mese 09 dell'anno 2007.
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Ora piove.
Puoi arrestare la pioggia?
Sono inzuppato fradicio. E mi ricorda un natale di 2 anni fa, uno scorcio di vita passata, in cui appesi il mio desiderio di Natale sull’abete allestito nell’atrio della stazione Termini. Così proteso in alto sembrava quasi potesse sussurrare lassù la mia preghiera. E lo fece. Il biglietto recitava "Che torni il sereno. Non può piovere per sempre". E si avverò: poco dopo fece anche troppo caldo, il sole più caldo che mi abbia mai scaldato. Ora quel sole non c’é più, perché le nuvole l’hanno coperto. O forse perché in un attimo di malessere l’ho rinnegato, stoltamente. La pioggia mi bagna ed il ricordo del sole la rende solo più insopportabile. Poi sbatto contro questo koan. E placa il mio malessere. Ora piove. E non posso arrestare la pioggia. Se non posso arrestarla ha poco senso affannarsi. C’é e ci sarà indipendentemente dai miei lamenti. E allora la lascio perdere. Lasciarla perdere significa diventare indifferenti alla pioggia. Diventando indifferenti non c’é più differenza fra pioggia e assenza di pioggia. In un certo senso, non c’é pioggia.
O forse è solo che sono così bagnato che neppure ci faccio più caso.
In ogni caso pur non potendo avere più il sole, mi cerco un luogo che almeno sia asciutto.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 22 del mese 08 dell'anno 2007.
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Ci sono mattine che mi sveglio più stanco di quando sono andato a letto. Mi sento irascibile, stanco, incapace di fare qualsiasi cosa che non sia perdere tempo: vago da una attività all’altra senza motivo, perché non riesco a stare concentrato sulla stessa cosa, foss’anche rigirarmi i pollici, per più di cinque minuti. La cosa che detesto di questi periodi è che niente mi fa ridere davvero. La bocca si inarca ma tutto dentro, resta morto. Cosa mi uccide?
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 08 dell'anno 2007.
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