Ci sono canzoni o melodie che sono colonne sonore perfette per taluni momenti e certe situazioni. Poi ci sono luoghi e situazioni che sembrano essere disegnati apposta per una canzone. Magari hai ascoltato quella canzone miliardi di volte, ma improvvisamente una sera, in un definito punto dell’Universo quella canzone fiorisce.
Tocca l’apice in un istante e sembra che luogo e canzone siano ritmo e melodia della stessa musica. E’ così da Maciachini a Farini, se passate ascoltando High and Dry. Un sabato notte. E tutto il maghreb di Viale Jenner mi osserva sospettoso da un lato, mentre dall’altro lato gli impasticcati evasi dall’Alcatraz mi attraversano con lo sguardo come fossi soltanto uno dei loro tanti fantasmi colorati. In mezzo un’onda che sparge Radiohead in un inglese riarrangiato.
La felicità è un lusso che non si compra con il denaro ed è più difficile da coltivare della marijuana. Ma è alla portata di chi conosce la risposta a questa domanda: vale la pena di smettere di sognare solo perché ci si dovrà svegliare?
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 18 del mese 10 dell'anno 2009. Nessun commento — .
Sono appena rientrato. Dovrei scrivere di quanto mi sia divertito e piacevolmente intrattenuto alla Blog Pizza, nonostante un avvio rocambolesco. Vecchi amici come Danilo, Gianni e Davide, persone con cui ho condiviso tanto anche sul lavoro, come Daria e Roberto, nuovi cari amici a cui voglio bene come Daniele e Luca, persone che considero come estensione della mia famiglia come Luca, Claudio, Livia, Ignazio e Leandro, i soliti aficionados come Chiara, Michele, ma anche nuovi compagni di avventura come Andrea e Alessandro, due persone che stimo a crescita esponenziale come Luisa e Daniele e nuovi amici come Giuseppe. Con gli altri il rammarico di non aver avuto modo di chiaccherare, associato alle assenze pesanti di volti che mi ero piacevolmente abituato a vedere a tavola in queste occasioni.
Eppure, nonostante tutto la serata mi rimbalza in mente al punto da stimolarmi un nuovo neologismo: ignotale. Che significa qualcosa di ignoto totale. E non solo.
La cosa che più di ogni altra mi ha colpito stasera è stata il talessello mancante. Manca un tassello, e non so cosa sia. E’ però circondato da altri tasselli noti su tre lati, questo mi suggerisce qualcosa. Ma puntualmente le ipotesi che formulo sulla base dei tre tasselli si scontrano con quell’ultimo lato aperto, un piccolo orizzonte ignotale. Inferiore per estensione alle certezze acquisite, ma così profondo da farle vacillare, con la minaccia di inghiottirle.
E’ come se 2 + 2 facesse 5. Ma in realtà è solo che mi trovo sul davanzale di un universo che non conosco, ma soprattutto che non comprendo, ecco la verità è che quel talessello mancante mi affascina proprio perché mi sfugge.
Mi affascinerebbe se ne afferrassi i contorni? Mi catturerebbe se accettasse di farsi sfiorare? Sarebbe nei miei pensieri ancora se placassi il desiderio di conoscerlo nella sua essenza, senza le protezioni e gli schermi, senza i ruoli e i doveri, semplicemente così com’é?
Per fortuna è l’ora di dormire, che precede solo di poco l’ora di allontanarmi ancora dalla Sicilia, è destino che certe domande riposino senza il caldo abbraccio delle risposte.
Questo talessello non può essere stato fatto per il mio puzzle.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 1 del mese 08 dell'anno 2009. 4 commenti — .
Ci sono volte in cui mi sento felice, senza una ragione ben precisa. Sicuramente avrete provato anche voi una sensazione simile. E’ come starnutire: ti prende d’improvviso e senza una ragione particolare. Ti contagia anche se non hai motivi specifici di essere soddisfatto o allegro. Ma è una felicità particolare, aggressiva e contagiosa. Ti fa cantare a squarciagola, ti fa sentire ebbro di meraviglia. Una felicità non radicata in nulla e quindi infondata, inspiegata, disinteressata, irrazionale: felicità meravigliosamente folle.
Wonderfoolicity.
Preservare questa meravigliosa follicità contro gli assalti della realtà ragionata e razionale. Preservare il fecondo seme del caos che si nasconde nel fertile terreno della follia. Preservare la possibilità di regalare al mondo qualcosa che non sia la controprestazione di nulla, che magari non interessa a nessuno perché nessuno la richiede, che magari è spreco nel senso che nessuno la vuole, la utilizza o la collega ad un bisogno. Ma non è spreco, è traboccare. E’ essere pieni e oltre. E’ sentirsi vivi, e oltre. E’ essere senza che ce ne sia necessità. E’ vita allo stato puro.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 12 dell'anno 2008. 4 commenti — .
Ci sono date importanti, anniversari. Il loro scopo è ricordare cosa è stato, cosa non era e cosa adesso è. Trovo che sia utile avere dei riferimenti, perché è come quando da bambino venivi misurato in altezza con dei frettolosi segni sul muro: ritornandoci a distanza di tempo potevi restare stupito di un miracolo del quale non ti eri accorto: il tuo cambiamento.
Ci vediamo cambiare ogni giorno a piccole dosi, ed è difficile avere la percezione di quanto si cambi. Di come certe cose che diamo per scontate nella nostra quotidianità siano in realtà nate, rimpiazzando altre che sono morte. Le date che ricordano servono a questo: a farti rendere conto che certe cose sono cresciute con te, piano piano, fino a diventare importanti. E che altre stanno alla finestra.
Oggi è una di queste date importanti, perché esattamente un anno fa ero a Milano. Per la prima volta. E sorrido dentro di me per cose che ricorderò per sempre.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 2 del mese 11 dell'anno 2008. Nessun commento — .
Io e mia sorella ritratti da mio fratello (autore anche dello scatto sotto)
Certe cose appaiono all’esterno in un modo ma poi quando le vivi sono in un altro. O più che altro quando cambi la tua predisposizione d’animo e ti plachi, le percepisci per quello che sono e allora ti danno qualcosa di bello e sorprendente, che mai avresti detto a primo acchito.
Pensiero maturato dopo un’ora e mezza di dondolio e ninna-nanna ad una piccola monella di 14 mesi che proprio non ne voleva sapere di dormire. All’inizio è dura, ma quando te la trovi appisolata sulla pancia, dopo esserti rassegnato a perdere delle ore a ripetere la stessa cantilena sussurrata, ti piace pure. Un casino.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 10 dell'anno 2008. Nessun commento — .
Gli eventi della serata mi hanno riportato alla mente un vecchio racconto di Asimov. In questo racconto – brevissimo – Asimov ipotizzava entità incorporee in grado di comunicare le emozioni e le sensazioni senza dover passare dal linguaggio. Lo poneva come una sorta di stadio avanzato di evoluzione. Un meno noto Alfieri apre un suo intervento sui diritti umani sostenendo provocatoriamente che al contrario di quello che siamo abituati a credere, forse gli esseri umani riescono a convivere non in funzione della loro capacità di capirsi attraverso il linguaggio, ma proprio della capacità del linguaggio di creare fraintendimenti: se il linguaggio ci consentisse di capirci perfettamente, è probabile che nessuno vivrebbe in società.
Trovo preziosa questa capacità del linguaggio di creare fraintendimenti. Da un lato perché spesso è vero che riusciamo a compiere un percorso insieme a qualcuno perché in realtà diamo per scontate delle cose che così non sono. Ma soprattutto: in un mondo come quello ipotizzato da Asimov, tutti conoscerebbero tutto di tutti senza fatica. Eppure trovo che spesso la poesia nasca da quel movimento dialettico che il linguaggio partorisce per forza di cose. Lo sforzo di ravvicinarsi a qualcuno/qualcosa, o al contrario di contrastarlo attraverso il linguaggio, apre una finestra che rivela molto di sé e dell’altra persona. Lo sforzo di collimare pensieri e comunicazione dal proprio lato e poi di nuovo confrontare tutto con la comunicazione dall’altro lato cercando di ricostruirne i pensieri, è un processo probabilmente mai perfetto, ma altamente affascinante. E’ uno dei motivi per cui lo studio delle arti marziali in Cina era affiancato allo studio del linguaggio. In entrambi si realizza il mutamento di quiete dinamica dello Yin-Yang.
La cosa che troppo spesso si dimentica è però che il linguaggio è il dito che indica, non la luna. Come ogni mezzo può essere usato anche per esprimere qualcosa come un negativo. Si costruisce o si dipinge una realtà usando il linguaggio non come uno scalpello che sferza una statua, ma come un calco che materializza il suo opposto (e visto che siamo nello spandere, qui ci potremmo ficcare Parmenide che forse al contrario di Laozi non aveva passato sufficiente tempo coi calchi).
Sicuramente questa riflessione non era estranea a Socrate quando si riferiva alla maieutica, ed il fatto che i sofisti abbiano sistematizzato un uso programmatico del linguaggio in senso differente e contrario, ci dice solo una grande ovvietà: gli effetti del linguaggio, come di ogni strumento, non possono essere considerati a prescindere dall’utilizzatore e dal contesto.
Insomma: è un tal casino in termini di complessità capirsi e farsi capire, che quando qualcuno ti capisce ed è sulla tua lunghezza d’onda, puoi stare certo di trovarti davanti a qualcuno/qualcosa di speciale, che merita di essere difeso perché raro e quindi prezioso.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 10 dell'anno 2008. Nessun commento — .
La mia stanza è completamente vuota. Mi stupisce l’emapatia con gli oggetti. Svuotandola ho ripreso in mano 5 anni di vita sedimentatasi attorno a me, ma anche dentro di me. Così vuota lei mi sento un po’ vuoto anche io.
Di tutti i brani che il mac stamattina poteva scegliere di suonare per svegliarmi, è toccato a Merry Christmas Mr. Lawrence di Sakamoto. E’ stato come passare il dito sulle cicatrici. Un senso di straniamento e sospensione mi ha assalito, come se di colpo il passato fosse diventato vivo e mischiato al presente. Il passato non va guardato mai troppo, eppure a volte capita, e quando succede è come fissare una enorme voragine dall’alto e soffrire di vertigini. E’ come se fissando quel vuoto, esso entrasse un po’ dentro di te.
La parola più giusta per esprimere il mio stato è commestizia. Commozione e Mestizia. Ma mi sforzo di ricordarmi che questa non è la fine ma un begend, un finizio, un morire indistinguibile da un nascere.
Ogni nuova vita è accompagnata dalle doglie in fondo, così come per riempire occorre prima svuotare.
Avrei voglia di abbracciare un’ultima volta tutto il mio passato, e di sussurrare al suo orecchio: "grazie, ti porto sempre con me". Ma il passato è fatto di tante cose e persone uniche, proprio perché mai più le reincontrerai. Si va avanti.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 07 dell'anno 2008. Nessun commento — .
Si dice che l’adolescenza sia fatta di sapori forti. E’ il periodo della scoperta, della grande Scoperta, quella con la S maiuscola. Tutto è nuovo, forte, colorato. Poi arriva la maturità, che però significa spesso impastarsi la bocca di compromessi, vivere in una quotidianità insipida.
Uscire dall’estremismo dell’adolescenza è un bene. Si impara a discernere i colori, i gusti, scopri le sfumature. Apprezzi e percepisci nuove prospettive di forme che pensavi di conoscere già. Il grigiore della routine, lo scolorirsi della realtà è solo l’effetto di chi non riesce ad evolversi. Un po’ come continuare a mangiare omogeneizzati a 40 anni e avere il coraggio di stupirsi del fatto che non ci stimolano di piacere come quando avevamo 6 mesi.
Una delle cose che ho imparato a conoscere meglio uscendo dall’adolescenza, è la felicità. Ho scoperto che ha un sapore delicato, non forte. Ho scoperto che non predilige una vita vissuta parlando con la bocca piena, ma dalla capacità di saper attendere il giusto attimo. Ho scoperto che non si cucina con i due ingredienti preferiti, ma è un piatto in cui occorre bilanciare in armonia tutte le componenti, in cui anche i sapori singolarmente sgraditi hanno un loro ruolo importante. Ho scoperto che non è fatta di colori forti che si contrappongono a colori deboli, ma di tonalità che sfumano lentamente l’una nell’altra. Ho scoperto che non è qualcosa da possedere, ma qualcosa da costruire. Ho scoperto che la felicità non urla, preferisce il silenzio di un sorriso. Non ostenta, perché è naturale.
Ho scoperto di essere felice nel momento in cui apprezzo la bellezza che mi circonda, gli stimoli che mi piovono addosso. Ho scoperto che la felicità non è qualcosa che ti annaffia come una benedizione, ma è l’atto di innaffiare tutto quello che ti sta intorno con il tuo amore per l’esistenza. Ho scoperto che riflettersi in un paio di occhi può essere meraviglioso, ma per quanto bello possa essere lo specchio, ti ritorna indietro quello che gli offri.
Ho scoperto che ci sono cose in grado di darti la sicurezza per camminare spedito lungo questo filo teso sopra il burrone che è la felicità. Queste cose, non ti impediranno di cadere giù se perdi l’equilibrio. Nè di farti molto male. Ma sono la mano salda a cui aggrapparsi per risollevarsi dopo ogni caduta.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 06 dell'anno 2008. Nessun commento — .
Stamattina mi sono svegliato senza alcuna particolare idea in testa. E’ una domenica come tante. O meglio lo era. Lo era fino a dieci minuti fa, quando ho improvvisamente interrotto quello che stavo facendo, e senza particolare motivo ho riempito tre facciate con qualcosa che non avevo mai detto a nessuno. Neppure a me stesso. Ho imprigionato in quei fogli di carta la mia più grande paura e soprattutto qualcosa che mi fa schifo di me. Così tanto schifo da accettare di tenermela dentro per 23 anni per paura che qualcuno mi vedesse come mi vedo io. Il frutto di questa mia sincerità lo consegnerò a quella persona che considero il rappresentante del mondo. Il mondo che per me conta. Che altro non è che il mondo per il quale vorrei contare.
Non mi sento più leggero. Non ho meno paura. Penso di aver fatto una cazzata, ma a differenza del passato, non lo penso adesso che ho smesso di scrivere. L’ho pensato fin dalla prima sillaba scritta. Non c’era motivo di sollecitare un rapporto così bello sottoponendolo alla sincerità totale. Non era certo mia intenzione metterlo in discussione. Eppure, è un prezzo da pagare, perché quando decidi di mettere in discussione te stesso, inevitabilmente significa che metti in discussione tutto.
Oggi sedici marzo, una data insignificante ed insulsa. Oggi, che ho dovuto controllare pure che giorno era, mi sono ficcato quella maledetta pistola in bocca, come tante altre volte. Ma oggi ho avuto il coraggio di vedere di che colore è il mio cervello.
Il mondo non ha bisogno delle mie verità per vivere felice. Ma io si. Per una volta vivo fuori dalla sicurezza di ogni calcolo. Un suicidio in piena regola.
Oggi Mushin dichiara la sua bancarotta fraudolenta.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 16 del mese 03 dell'anno 2008. Nessun commento — .
Ci sono momenti in cui mi sento sillaba della parola "siderale", che contiene in sé i concetti di distanza e freddo, entrambi esasperati al loro massimo.
Quando non dormo abbastanza, il cervello mi fa brutti scherzi.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 12 dell'anno 2007. Nessun commento — .