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Nel più saldo dei silenzi, il più lungo dei discorsi

La pioggia.

È sempre il rumore della caduta a svegliare i pensieri. Hai fatto così tanta strada da averne dimenticato il principio, sei salito sempre più in alto solo per la smania di sapere cosa avresti trovato dietro la prossima curva. Hai continuato, perché dopo ogni angolo vinto, sapevi di trovarne un altro da conquistare: ormai quella impervia è la strada comoda. Chi era con te all’inizio? A quale salita lo hai staccato per un momento, per poi ritrovarlo mai più?

Non hai idea di dove stai andando, anche se procedi spedito. In fondo non t’è mai importato, un luogo vale l’altro purché non sia quello da cui parti. Esplorare non è fuggire, ma neppure arrivare. Solo eterno appetito di scoperta, inappellabile come la condanna del cieco che ha bisogno delle parole di un altro per tentare di capire la meraviglia del tramonto che ha davanti.

Ed è lì, in quella notte, davanti a un pallore chiaro come la luna che fa naufragare mentre promette un porto sicuro, è lì che senti tremare le tue radici e sembra che forse tu non ti sia spostato molto da dove ti abbandonarono, seme.

Ma lì è anche dove trovi nuove domande, dove riscopri la fame e accendi la voglia di muovere un nuovo passo, verso qualsiasi delle infinite direzioni su cui mai hai piantato la tua orma.

In questa notte, dove l’Atlantico e il Mediterraneo sembrano agitarsi come un’unica onda dello stesso mare, nel più saldo dei silenzi è il più lungo dei discorsi.

 

 

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 11 del mese 05 dell'anno 2017. Nessun commento — .

Il Mare a Settembre

La sabbia è come la ricordavo. Sembra non opporre resistenza al piede ma alla fine non gli concede più di qualche millimetro d’orma. In fondo un tempo era roccia caparbia ed essere stata sbriciolata dal mare non sembra aver intaccato il suo carattere antico. La spiaggia invece non si oppone a nulla: alberi mutilati, brandelli di quotidianità, scarti di benessere regalati all’onda ma che neppure questa accetta. A settembre l’estate è anziana ma non così il suo mare: spumeggia e ruggisce con ardore ma senza rabbia, come un bimbo che urla per provare la voce.

Quando osservavo il mondo dal basso, essere grandi mi appariva come una scalata verticale annotata sul bordo della porta: lui non andava da nessuna parte, io ero sempre più affamato di centimetri. L’età adulta era da scalare, come una vetta. Una cima che una volta raggiunta ti permette una vista nuova: da lassù i luoghi che in fretta ho abbandonato nella foga della scalata, appaiono diversi. Ne vedo contorni e confini, sconosciuti finché ne ero parte.

Da adulto, il mare di settembre mi ricorda il tempo in cui segnavo il mio progresso. Solo che stavolta non è più l’altezza che misuro ma la distanza. La lontananza fra me e il bambino schiacciato contro lo stipite, un settembre alla volta. La distanza cambia la prospettiva, come l’altezza ti fa dimenticare il tempo in cui l’orecchio ascoltava il cuore di tua madre, quando l’abbracciavi. 

Ma non è per marcare distanze o crescite che mi accosto al mare di settembre. Per misurare il tempo trascorso basta la sabbia. Il mare mi abbraccia, mi scuote e mi atterra. Io lo sfido, urlo, lo fendo.

Amo il mare di settembre: mi ricorda che a prescindere dai centimetri percorsi sullo stipite, dentro di me c’è ancora quel bambino.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 11 del mese 09 dell'anno 2015. Nessun commento — .

Abitare in Mongolfiera

Ho dovuto lasciare andare pezzi di me: il Dio del viaggio è vorace e non ama sacrifici che non siano amputazioni di sé. Un sacrificio orribile prima di essere compiuto ma che il tempo cicatrizza rendendolo quasi dovuto, quando rievocato nel ricordo. Al momento è una rinuncia che passa quasi inosservata, nell’eccitazione del passo successivo verso una meta che solo dopo scoprirò inesistente. Ma non sarà un naufragio, solo un’odissea: la meta raggiunta non basterà a placare la sete di viaggio e la fame di confini. Il mare diverrà l’ossessione, la costa all’orizzonte solo una pausa.

I viaggi dell’adolescenza sono questo: rotte per mare. La volontà si dispiega su una superficie che non può opporre ostacoli alla rotta determinata e diritta, tracciata nella mente e orientata dalle stelle. Ciò che non ho portato con me l’ho lasciato indietro, lontano alla vista e scolpito nella mente senza possibilità di vecchiaia. Come il profumo della partenza, nel primo porto.

Ma quel modo di viaggiare è facile, la testa è sempre volta avanti e solo la notte distrae dai problemi dell’avanzata. Ciò che è stato preoccupa meno di ciò che sarà. Il confine non ancora spezzato seduce, quelli già attraversati sono evocati solo per giustificare questo, come stelle che si ignorano nelle distanze del cielo, costrette dal capriccio dell’uomo a condividere la stessa forma in una costellazione.

Il modo di viaggiare degli adulti è un viaggio in mongolfiera. Per arrivare dove vuoi devi saper pazientare: la rotta è un insieme di curve che sembrano allontanarti dalla destinazione. La dimensione è l’ascesa, non abbandoni la terra ferma correndo verso un’altra costa ma compi un salto sperando di non ricadere a terra. Navigare nell’aria richiede ben più di un sacrificio ad una divinità affamata: la capacità di diventare pesanti e leggeri all’occorrenza. Di trovare zavorre e ricordare della terra da cui provengo, di mollare senza indugio tutto quello che mi impedisce di salire ancora più in alto.

In questo viaggio in mongolfiera non visito nuovi posti. Sotto di me il paesaggio è lo stesso. Ma man mano che salgo cambia il modo in cui lo guardo. Quello che prima mi sembrava grande e incombente, ecco che diventa minuscolo e insignificante. Guarda: posso coprirlo con un dito. Ciò che era invisibile tanto era certo: ecco, ora ne vedo i contorni. Ha una fine e io la vedo, anche se non sono ancora la.

La nostalgia di un luogo che non esiste più. Non è rimpianto. È il ricordo di quel pezzo di me che il passato ha inghiottito. Insieme a quel luogo, in quel tempo, che mi sono lasciato alle spalle. Qui, sulla mongolfiera, il passato dei ricordi è una lente che mette a fuoco il paesaggio che osservo oggi. Non sono più le stelle e gli ideali ad orientare il percorso, ma i luoghi laggiù che conosco bene. Ecco: si trasformano ad ogni metro di distanza, pur restando sempre uguali.

Non è più la promessa del domani a muovermi, né la fuga da ieri. Oggi, sulla mongolfiera, non cerco nulla e non vado da nessuna parte.

Cerco un modo di abitare me stesso, mentre salite e discese si succedono senza sosta.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 15 del mese 03 dell'anno 2015. Nessun commento — .

Onde

Come onde, ogni retrocedere è solo primavera di un nuovo avanzare. Come onde, su e giù, spostano un poco alla volta. Come onde, tra alti e bassi sei nato montagna e morirai sabbia, un granello per volta. Niente ferma le onde.

Se oggi, in questo istante si fermasse il tempo, a un metro dal mare su questa spiaggia da cui scrivo, allora e solo allora forse certi pensieri troverebbero ancora posto nel mondo. Orfani di una stagione che non esiste più, come le onde vanno indietro solo per tornare avanti. Finché soffierà il vento, finché esisterà il mare, ogni volta che finirò il burro, una ninna nanna mi parlerà ancora di valli senza ombra e colli senza erba, di mani che intrecciano destini e sguardi che bruciano silenzi.

Ma il tempo, non si ferma, scorre come un fiume dai tetti del mondo fino al mare. Un altro mare, un nuovo lido. Carico di promesse che seducono la vista svelandosi all’occhio del marinaio un centimetro alla volta, come leghe di un viaggio fatto con gli occhi, percorrendo distanze che stanno nel palmo di una mano.

Vorrei, vorrei, ardendo vorrei, ma neppure io so bene cosa. Vorrei sentirmi di nuovo a casa, fare di nuovo le onde, come il mare  sulla sua spiaggia.

Ma, Orfeo insegna che non ha senso scendere agli inferi, se poi non sai resistere alla tentazione di voltarti indietro.

E come le onde, avanti e indietro continuo a mangiare gli ingombri del tempo sulla mia spiaggia, per fare posto a nuove meraviglie.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 22 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .