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Ci si può sentire mai soli anche sulla cima del monte più alto. Ti senti centro dell’Universo, un tutt’uno con l’aria che fa gonfiare il petto ritmicamente, con il sole che si spalma sulla tua pelle. Sei solo, eppure sopraffatto da lacrime di commozione per sentirti parte desiderata e amata di una famiglia: i pochi fiori, gli insetti, financo i sassi.

Si può essere soli anche in mezzo a tanta gente. E credo sia il tipo di solitudine peggiore in assoluto. Perché in fondo non è solitudine, è isolamento. E’ non riuscire a sentirsi parte di qualcosa. Peggio: non riuscire a sentirsi parte di qualcosa, pur avendo il desiderio di esserlo e pur se nessuno intorno nutre desideri contrari.

Cacciamo sorrisi bradi come bufali che misurano praterie mai sazie di orizzonte. Tratteniamo il respiro per immersioni in profondi e oscuri sguardi di cui fondo le nostre dita hanno ossessione fremente. Ma non sempre sono per noi quei sorrisi. Non sempre sono nostri questi sguardi.

E ti assale questo isolamento di chi è senza casa, ancora costretto a camminare. Una solitudine curiosa, perché è sentirsi soli pur facendo parte della numerosa famiglia di coloro per cui quel sorriso non scalda. Anziché sentirsi a casa per il fatto di essere il solo per cui quel sorriso è stato disegnato.

Forse per non essere soli, serve sentirsi la cosa più importante per qualcuno che consideri la cosa più importante.

Sono questioni difficili.

Per questo ho imparato a vivere con la solitudine anziché cercare risposte a domande che non abbiamo diritto di porre.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 22 del mese 02 dell'anno 2011. Un commento — .

Vuoti

Abbiamo alzato mura per dare riposo alla nostra fame di relazione. Di notte cerchiamo la stessa luce da cui chiediamo protezione di giorno. Contiamo i minuti nell’attesa di momenti che ci rendano dimentichi del tempo. La pietra filosofale che trasforma tutta questa contraddizione in senso siamo noi. Tutto ruota intorno a noi.

Eccetto nei frangenti in cui siamo assaliti dalla vertigine. Una vertigine che viene dal fissare troppo intensamente il vuoto di cui siamo circondati. Un vuoto che nella sua infinità non possiamo contenere, come l’aria troppo ricca di ossigeno uccide al pari di quella che ne è troppo povera. Allora arriva la paura. Che non è sofferenza. E neppure errore. E’ paralisi. Una paralisi che non è assenza. Ma presenza simultanea di troppe cose. Il vuoto riempie, perché prende il posto di ciò che c’era prima. E il vuoto è non-senso perché in sé è infinità di possibilità: può diventare qualsiasi cosa. Può solo essere riempito, ma non si esaurisce mai.

In questa giungla di contraddizioni e non-senso, sembra di essere un rettile che muta pelle. Il dolore iniziale è poca cosa in confronto al non-senso che segue. Un non-senso che è vestire sé stessi, vivere una condizione in cui la parte di noi accarezzata dalla realtà (l’epidermide) diventa altro da noi, progressivamente. E per qualche tempo il rettile veste sé stesso. Si sdoppia. Questo sdoppiamento di sé è moltiplicazione di senso che genera non-senso, come un’altezza è meraviglia ma anche vertigine.

E in questa fecondità si nascondono tante insidie quante opportunità.

E’ come abitare quella parte più intima di una persona, dove tutto è fatto di cristallo. Il più piccolo starnuto potrebbe distruggere, eppure esistono persone che danzano tra quelle fragilità con un agio che è diritto di cittadinanza per nascita eletto a dominio.

Ogni fiato che abbandona i nostri polmoni scuote con violenza qualcosa. Spesso questa violenza è vibrare d’aria che si fa uragano mettendo a nudo in un istante ciò che è stato coperto lentamente in ere. Altre volte quello stesso fiato d’immutata violenza scuotendo l’aria diventa melodia che scopre sorrisi.

Dalla violenza del non-senso si alimentano le stelle.

Ma per essere stella devi imparare a galleggiare nel buio.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 02 dell'anno 2011. 2 commenti — .

Violenza

Li incontri e ti rivedi.

Ti ricordano com’era agli inizi. E’ impossibile non notarli, quel loro mal-di-vivere che si agita dentro, quella tensione e quella sofferenza: martello e incudine che forgiano un’arma solida da metallo reso docile dal soffrire nel fuoco. Se incroci il loro sguardo rischi di tagliarti. Se fai attenzioni noti che non respirano come gli altri, non ridono come gli altri, non parlano come gli altri. Ogni loro movimento, fino al più impercettibile moto di palpebra, esprime passione. Una passione grezza, non studiata.

Si fanno troppe domande, e non vengono placati dalle risposte.

La loro malattia si chiama Amore. Ma non amano che l’Amore. E quando finisce sono capaci di vagare in piena notte senza rassegnazione. Scrutano dentro ognuno che incrocia il loro cammino, si chiedono se ospita quello che loro cercano. Non lo sanno ancora, ma la persona è per loro un accidente. Una fontana: bella, ma è l’acqua che disseta, non il bel marmo. Li puoi prevedere, ma solo se hai già calcato i sentieri di alta quota su cui si muovono. Li osservi, con la loro pelle così sottile da essere quasi trasparente, e ti ricordi che un tempo anche la tua era così: si intravvedeva il bagliore del fuoco, la fucina in lavorio perenne.

Poi la vita, la delusione, le cicatrici fanno di quel sottile diaframma color luna un involucro resistente e opaco. Che li rende simili agli altri, a quelli spenti. Ma solo in apparenza. Perché in quel maturare come frutta al sole c’é tanta crescita. E tanta comprensione. C’é imparare a gestire e sfruttare il grande fuoco dentro, perché possa generare e non soltanto consumare.

Ed è allora che tutto quel fumo disperso diventa il vapore che muove verso nuovi orizzonti più lontani, irraggiungibili ai più.

Io guardo la tua inquietudine e sorrido. Scorgo i sentieri invisibili disegnati dal cadere delle tue lacrime e il mio dito come spada entra nel dolore del tuo cuore. Sono impietoso e gioisco del tuo dolore. Perché vedo già la farfalla che nasce.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 12 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Corse

Conobbi un tipo una volta. Finì male, ma era abbastanza prevedibile: era ciò che voleva. E i tipi come lui ottengono sempre quello che vogliono.

Coltivava un vezzo curioso. Quando era malinconico o arrabbiato andava di notte su una strada. Era lunga e diritta quella strada. Sul primo tratto era illuminata, sull’ultimo era praticamente al buio. A lui piaceva percorrerla tutta quella strada. Al massimo della velocità e della musica. Nelle notti d’inverno era strada praticamente deserta. Gli piacevano in particolare le giornate in cui aveva piovuto: la strada era bagnata ed era facile perdere aderenza. Spegneva sempre i fari nel secondo tratto, quello al buio, e appena raggiungeva la velocità massima lasciava andare la macchina in folle.

Tutto questo fino alla curva in fondo, dove poi aspettava l’ultima goccia di adrenalina per provare a reinserire la marcia e rallentare, operazione che non riusciva mai al primo tentativo. E neppure al secondo.

A prima vista si potrebbe pensare che quel tipo disprezzasse la propria vita. Ed infatti era così. Ma non era solo questo. Sosteneva che il mettersi in una situazione in cui senti che stai davvero per morire ti fa sentire meno solo. Quando questo non accade. Quando infine riusciva ad inserire la marcia e frenare, spesso all’ultimo secondo utile, non era solo sollievo quello che provava. Gli sembrava quasi che qualcuno avesse deciso che non doveva ancora morire. Gli dava l’impressione che la sua vita avesse uno scopo, un’utilità, un senso. Anche quando non lo vedeva.

Ed era proprio in quei momenti di buio che andava a chiedere all’oracolo della strada un responso.

Fatta la curva arrivava ad una rotonda, – che aveva ribattezzato l’omphalos – tornava indietro e si fermava un attimo. La strada era sul mare, e di notte andava allora a salutarlo. D’inverno la sabbia sembrava neve al tocco, diceva. Il rumore del mare – o la voce, come la chiamava lui – era più forte. Si sentiva chiamato, ma sapeva che non era saggio cedere: il mare nelle notti d’inverno è come una donna che ha amato invano, sosteneva. Sembra che sia pronta ad accoglierti, ma in realtà il suo turbinare avanti e indietro fra passato e presente, ti travolgerebbe irrimediabilmente come i cavalloni spumeggianti.

Salutato il mare, si rimetteva in macchina. Non lo infastidiva la sabbia. Sapeva che anche i ricordi più persistenti sono spesso quelli piccoli come granelli. Ma è solo una questione di tempo prima che si stacchino via come polvere.

E tornando spesso sorrideva. Aveva lasciato al mare la sua rabbia e il suo vuoto.

Era un tipo che pochi capivano. Ma era per quei pochi che infine aveva sempre mosso il braccio per innestare la marcia prima della curva.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Artifici Inutili

Costruiamo muri con la speranza che qualcuno li valichi. Facciamo cose per dimenticarne altre. Chiudiamo per bene a chiave verità solo perché speriamo che qualcuno possa trovarle. I tesori più importanti non li conquisti con la punta della spada, ma con quella della vanga. Gli uomini che trovano la loro fortuna non attraversano la folla che li acclama, ma si muovono di notte furtivamente.

Quest’anno ho avuto conferma di una cosa che avevo osservato già anni addietro: se acquisti senza fatica qualcosa, o è rubata a qualcun altro o non è di valore. Senza sudore non si conquista nulla di duraturo.

Costruiamo alte torri in attesa che qualcuno le scali. Rinforziamo le nostre porte solo per misurare la determinazione di chi le abbatte. Ci rendiamo difficili per essere costosi.

Le cose di valore hanno un prezzo alto.

Ma non tutte le cose costose, sono di valore.

Non voglio scoprirti uccidendo draghi, o sopravvivendo a labirinti mortali. Le cose semplici non sono meno difficili delle artificiose. E’ più difficile trovare la tua foglia in un bosco, che dentro un labirinto costruito apposta. E’ più difficile sbucciare l’arancia giusta che perquisire un castello. Sfiorarsi è più difficile che rincorrersi.

I migliori versi d’amore non stanno nei sonetti. Ma sulla punta delle labbra.

Ed è li che è più difficile andarli a prendere.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 12 dell'anno 2010. 3 commenti — .

Onde

Come onde, ogni retrocedere è solo primavera di un nuovo avanzare. Come onde, su e giù, spostano un poco alla volta. Come onde, tra alti e bassi sei nato montagna e morirai sabbia, un granello per volta. Niente ferma le onde.

Se oggi, in questo istante si fermasse il tempo, a un metro dal mare su questa spiaggia da cui scrivo, allora e solo allora forse certi pensieri troverebbero ancora posto nel mondo. Orfani di una stagione che non esiste più, come le onde vanno indietro solo per tornare avanti. Finché soffierà il vento, finché esisterà il mare, ogni volta che finirò il burro, una ninna nanna mi parlerà ancora di valli senza ombra e colli senza erba, di mani che intrecciano destini e sguardi che bruciano silenzi.

Ma il tempo, non si ferma, scorre come un fiume dai tetti del mondo fino al mare. Un altro mare, un nuovo lido. Carico di promesse che seducono la vista svelandosi all’occhio del marinaio un centimetro alla volta, come leghe di un viaggio fatto con gli occhi, percorrendo distanze che stanno nel palmo di una mano.

Vorrei, vorrei, ardendo vorrei, ma neppure io so bene cosa. Vorrei sentirmi di nuovo a casa, fare di nuovo le onde, come il mare  sulla sua spiaggia.

Ma, Orfeo insegna che non ha senso scendere agli inferi, se poi non sai resistere alla tentazione di voltarti indietro.

E come le onde, avanti e indietro continuo a mangiare gli ingombri del tempo sulla mia spiaggia, per fare posto a nuove meraviglie.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 22 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Sorrisi

Ritorno da una delle tante cene in una delle tante giornate, così uniche eppure somiglianti proprio nel loro essere uniche.

Incroci il mio sguardo fra l’aria satura di gocce di pioggia inversa, acqua che vorrebbe tornare da dove è venuta e resta sospesa nell’aria. Aria che ritmicamente riempie i miei polmoni e i tuoi, unendo due estranei in un’intimità sconveniente. Sorrido. Abbassi lo sguardo e tiri dritto. Forse pensi che io sia solo uno dei tanti folli che canticchiano da sotto un cappuccio schiudendo labbra coperte di barba che sa di notti insonni. Forse pensi che io non sia in me. Forse pensi che oltre l’aria io voglia condividere con te qualcos’altro.

E ti sbagli. Fendo l’aria con passo sicuro, ma non ho una meta. Sorrido, ma non a te. Sorrido a me. Perché è in notti come questa, dove non ho chiesto di essere dove sono, dove non ho immaginato di essere come sono, dove non avrei neppure sognato di vivere quello che vivo, in notti come questa succede.

Succede che ripensi a tutto in una volta, il cuore si gonfia e improvvisamente ti sorridi.

Perché ti rendi conto che nessuno in fondo ti ha tolto nulla. Scopri che sai stare bene con te. Scopri che puoi essere follice, e che dipende da te. Che le persone non possono diminuire quello che sei. Ma che con alcune quello che sei può essere compiuto. Come un piano che incontra le dita di un Rachmaninoff.

E finché da solo, in una sera qualsiasi, di una via qualsiasi di una città che potrebbe essere un’altra, ripensi alla tua vita e sorridi spontaneamente, allora c’é ancora speranza.

Ho perso tanto, ma ho ancora voglia di scommettere. Mi hanno amputato un braccio, ma so ancora accarezzare. Forse non oggi, e neppure domani, ma prima o dopo respirerò di nuovo l’aria di vetta da cui mi hanno buttato giù.

Per il momento sorrido a me. E riparto da questo me rifiutato.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 12 dell'anno 2010. 2 commenti — .

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E’ l’1.

Sono appena arrivato sul lago d’Iseo. Fino a 7 ore fa ero a Bologna. Giornata divertente e piacevole al Motorshow. Poi tutta una carambola di spostamenti. Parto in macchina da Milano. Ceno dove capita, con una pizza fredda alla salsiccia. Ho sonno e quasi 100 chilometri da percorrere. Forse è meglio prendere una bottiglia di coca per il viaggio. E anche quelle caramelle li. Noleggio l’auto. Devo prendermi dieci minuti per farla mia. Parto. Ho dimenticato di montare il navigatore: mi fermo in modo ardito. In un posto ancora più ardito.

Il viaggio inizia ed è tutto sorpassi d’autostrada. Casello. Panico. Non ho contanti, vado di carta. Adesso sono sulla statale. Nevica. Dapprima pigra e irregolare poi sempre più fitta: la neve copre tutto e si vede poco. Sorrido. Aumento il volume su Cacciapaglia e mando giù una sorsata più lunga di coca. La notte si fa interessante. La strada pure. Si restringe sempre di più, fra gallerie lunghe e carreggiate strette si snoda la mia strada, costeggiando il deserto nero del lago che dorme.

Sbando un paio di volte, nell’eccitazione delle curve decise. In alcuni tratti è più notte di altri. Le mani si coordinano sul volante, il cambio le costringe a dividersi per un momento, i piedi ora accarezzano i pedali, ora li maltrattano con decisione. Ripenso a mio nonno e alla sua metafora sul corpo della donna. Delicato ma deciso, diceva.

Quanti viaggi ho vissuto? Quante avventure in solitaria? Tante. E me le ricordo tutte. Momenti belli, alcuni difficili, ma tutti emozionanti. Piccole avventure che ti fanno sentire vivo, che ti fanno imprecare sottovoce quando prendi la biforcazione sbagliata. Ma sono anche avventure che ti fanno gioire se dopo la curva trovi quello che cercavi, oppure ti stupiscono con paesaggi vergini alla vista.

Ma stasera nel mio appagamento, mi sono girato verso destra sorridendo.

Solo per ricordarmi che il sedile era vuoto.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 4 del mese 12 dell'anno 2010. Un commento — .

Occasioni Mancate

Calda è la notte che ci coglie insieme, anche nell’inverno più bianco
Radiosa è l’alba che ci sorprende uniti in un’unico fiato, seppure in un giorno che minaccia pioggia.
Senza tempo il mio naufragio nei tuoi occhi, senza direzione il mio percorrerti con le dita.
Il tempo dei silenzi che parlano è diventato tempo delle parole zittite. Mai morte sulle labbra, non giungono però ad orecchio alcuno.

Ogni magia è un’illusione, ma non ogni illusione è sempre magia.

E così, a rincorrere noi nel giardino di cristallo dei ricordi, frantumo certezze ogni volta che provo ad afferrare qualcosa.
In fila, impeccabile picchetto d’onore, le parole profuse salutano meste a questo funerale delle parole mai nate.
Colorato circo di intrepide promesse invecchiate male, lupanare di rugose bellezze svendute, cena di prelibatezze servite la mattina dopo: la pena per le occasioni non colte è il ricordo di ciò che sarebbe potuto essere.
Non il vino bevuto io piango, ma le numerose bottiglie che mai condivideremo.
Anni da vivere per sbiadire istanti di felicità: passeggio per la mia vita senza fretta, solo chi non ha direzione non si perde mai.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 11 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Sogno

Sogno una giornata di pioggia. Sogno un ombrello precario riparo di sogni e sorrisi, sogno sguardi mai traditi, che sfidando la strada procedono ciechi nel loro fisso guardarsi. Sogno discorsi e dichiarazioni che mai hanno offeso l’aria, sogno segreti idiomi e mute intese, mai spiegate eppure capite all’istante.

Sogno il sapore di una mano che stringe l’altra, di gocce di sudore che piovono su una pelle bianca, di finestre che non mostrano fuori ma riflettono dentro, specchi di incastri che fanno di due, uno. Sogno il perdersi senza meta, il sorridere di sciocchezze, il discutere di dettagli, il confidare segreti.

Sogno, e sognando sono vicino al fiore appassito, al post it staccato, alla dedica ingiallita. All’inchiostro sbiadito su una pelle non più percorsa.

Riesci a vedere oltre quello che sembra finito? Sogno una cascata di acqua, i tuoi occhi bassi e corpo rannicchiato dietro la teca di vetro. Un vetro che mostra sofferenza ma che impedisce contatto. L’acqua sovrastra il rumore dei pensieri. L’acqua si accumula, il vetro non si rompe, l’urlo non esce. Ma ad annegare non sei tu dentro la teca, sono io fuori. L’acqua mi porta via e mi sveglio su un letto. Sono vestito, ma i piedi sono nudi, e percorrono una superficie di legno. La percorrono fino alla luce. Un terrazzo. Grande. Sei seduta davanti a me, ma non sei sola. Qualcuno, di spalle. Qualcuno a cui regali i sorrisi migliori. Non soffri più, sei felice.

E io morto.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 21 del mese 11 dell'anno 2010. Un commento — .