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Tutti gli articoli su mal di vivere
Se crescere è po’ un morire, diventare grandi è sapere accettare la morte.
Da quando il primo vagito fugge via dall’abbraccio delle nostre labbra stiamo già correndo verso la fine di un viaggio che non conosce pause. Qualcuno lo dipinge come un ponte, questo nostro viaggio: sarebbe folle costruirvi una casa. Perché è solo un luogo di passaggio. Si viaggia bene se si viaggia leggeri. Ed è così che se crescere è morire andando avanti un passo dietro l’altro, saper viaggiare liberandosi del superfluo significa diventare viaggiatori esperti, veterani del sudore e della polvere, come un istante scolpito immortale cui la polvere del tempo aggiunge pregio.
Quanti ricordi? Non erano tutti uguali. Alcuni erano giochi, animali, oggetti cari. Altri erano risa, abbracci, sorprese affilate che lacerano il cuore. E i volti? Quei volti a lungo sfiorati e consegnati alla memoria mai consumati. E i baci? E quei certi sguardi nati per caso e morti ardendo? Dove sono finite quelle intese, quei fiati condivisi?
Se erano così speciali, se erano così unici, perché sono perduti? La bellezza della caducità è l’immortalità che si mostra nell’attimo che fugge: appena nato, già morto. E per questo unico e irripetibile, sempre vivo nel ricordo. Ma il ricordo è solo l’ombra. Immortale è ciò che vissuto mai fu smentito, nello spazio rapido dell’incontro di ciglia.
Se così non fosse sarebbe una maledizione: il cammino si farebbe impervio sotto il peso di un simile fagotto. Se nulla si getta via, tutto diventa cloaca. Anche i migliori profumi mescolati insieme diventano tanfo. I sentimenti sono fiori: vivono solo se ancorati al suolo che li ha generati. Portarli via è appassirli, restargli accanto è invocare il destino di Dafne, rinunciando all’umanità.
L’illusionista è davanti a te. Ancora una volta la colomba scompare. Non conosci il trucco: un gesto semplice che uccide il fiato. Conosci il trucco: un gesto semplice che dona vita a un sorriso. Diffidiamo della complessità perché odora di inganno, ma più perigliosa è la semplicità perché illude come una vetrina che mostra la tua torta preferita. Mostra ma non accoglie.
I bambini si disperano, gli adulti non se ne curano. Hanno imparato che se proprio vuoi la torta è un’altra la via che ad essa porta. Liberandosi del peso dei ricordi ecco che vediamo il varco al fianco della vetrina. Alleggerendo il fagotto, ecco che il viaggio diventa più piacevole.
Questo è saper accettare la morte: conservare il piacere del trucco ormai noto, senza più chiedersi dove finisce la colomba. Comprare la torta perché ne hai voglia, non per riesumare il sapore magico del primo morso.
Per imparare a volare non occorre aggiungere più leggerezza ma privarsi di peso. Accettare la morte di cose care. Sapendo che vivono in noi come ogni fiore si schiude uguale e diverso dopo ogni seme.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 16 del mese 01 dell'anno 2012.
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Crofiggimi.
Perché questo merito.
Crocifiggimi.
Perché il mio peccato è stato tollerare il tuo.
Crocifiggimi.
Perché se non mi inchiodi le mani le userò per metterti in difficoltà.
Crocifiggimi,
Affinché io possa resuscitare in tre giorni anziché morire lentamente per una vita.
Crocifiggimi,
affinché io sappia che della mia carne non ti importa più del legno che ti da’ diletto e suono ad ogni battito di chiodo.
Crocifiggimi.
O scoprirai che ciò che hai buttato era una perla data ai porci.
Crocifiggimi.
O userò le mani per un’altra carezza.
Che ci seppellirà entrambi.
Perché non di me t’importa. Ma della carezza.
Che la tua vita normale sia la terra che fredda ti abbraccia seppellendo la tua inquietudine.
E con essa te stessa in una vita normale.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 11 dell'anno 2011.
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Una strada liscia. E’ larga e lunga. Chilometri e chilometri di spazio che diritto punta in una sola direzione senza alcuna meta visibile. La percorri a grande velocità. Ma è come se fossi fermo: assuefatto alla velocità a correre sembra essere tutto tranne te.
Finché non becchi una scaffa.
Una piccola imperfezione di quel solido e monotono manto che per chilometri si è srotolato sotto di te con discrezione. Basta un attimo e ti risvegli dal torpore. Un attimo che ti sconnette da ore e ore passate senza consapevolezza a scivolare con grande velocità verso una meta che prima o dopo arriverà, ma non ora.
Una vita a grande velocità verso importanti mete che si susseguono una dietro l’altra come le cime di una cordigliera o le vertebre appena abbozzate sotto una pelle che invita a sciare con le dita. Così importanti le mete e così veloce la vita che tendi a perdere la connessione. La focalizzazione sul dettaglio tende a farti perdere il quadro d’insieme. Fino alla piccola scaffa, una vetrina in un posto affollato che restituisce la tua immagine. Solo con te stesso in un luogo affollato da decine di persone sole con se stesse. Con musica che ti tiene compagnia. Cibo che accompagna più il tuo cervello che le tue papille. Colori confortevoli e vita intorno. Obbediente alla suprema legge dell’Universo: l’osmosi. Tutto fluisce dal luogo in cui abbonda a quello dove scarseggia. Lo yang insegue lo yin.
E così una vita veloce non può che correre. Verso la prossima scaffa.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 19 del mese 10 dell'anno 2011.
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Ci sono gabbie da cui è difficile evadere.
Sono spazi ampi, abbondanti, esorbitanti. Nessun limite, nessuna sbarra. Non subisci divieti. Semplicemente puoi vagare in qualsiasi direzione senza un punto di riferimento: chilometri di prateria, anni luce di buio. Non sono gabbie che ti reprimono, sono gabbie che ti svuotano. Anneghi nel loro vuoto finché non ti sembra di essere diventato tu stesso parte di quel vuoto. Respiri il loro nulla finché anche le tue parole si articolano senza solidità di senso.
Da queste gabbie nessuno evade. Nessun varco da sperare, nessuna ora d’aria da aspettare.
Queste gabbie hanno la forma del nostro volto e sono profonde tanto quanto le domande che non capiamo.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 2 del mese 10 dell'anno 2011.
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Ci dicono che le grandi cose arrivano dopo immensi sforzi e abnegazione continuativa.
Forse è così.
Però è anche vero che esistono grandi «colpi di culo» che in un istante ci fanno progredire anni luce più di quanto lontano ci avrebbe portato una buona andatura spedita e costante. In effetti un deserto è formato da granelli e un diamante da ere di pressione. Tutto ciò che cambia è frutto di un processo di accumulo lento. Quello che viene percepito come radicale nel cambiamento è legato al punto di rottura, oltre il quale nulla è più come prima. Le cose si sono accumulate per giorni, forse anche per anni, un granello alla volta. Ed improvvisamente una mattina quell’equilibrio ogni giorno impercettibilmente più precario, si sveglia disequilibrio. E la montagna si fa valanga.
E porta tutto giù fino ad un nuovo equilibrio.
Mi torna alla mente la leggenda sulla saggezza di Salomone. Due madri si contendevano un bimbo a lamenti e lacrime ma solo una fece scudo al piccolo quando Salomone alzò la spada per dividerlo equamente in due.
Sottoporre a minaccia – reale o meno – qualcosa mi è sempre giovato a difendermi dalle bugie. Dalle mie bugie. Da quelle che tendo a raccontare a me stesso per aggiustare il puzzle della mia vita, di cui io ho più tessere degli altri. Spesso tanta energia viene investita nel mantenimento coatto del puzzle, un po’ come volere per forza che un tassello abbia più buchi ai bordi di quanti non ne abbia davvero. Perché spesso è la tua idea di puzzle a guidare l’incastro e non l’incastro a determinare la tua idea di puzzle.
Davanti ad una scelta radicale (e dunque semplice), la risposta deve essere semplice. E chi mente spesso si riconosce dai silenzi. O dalle troppe parole. Una scelta radicale non è un no/sì, è un sì immediato e deciso contro un no che è tutto ciò che non è quel sì. Spesso davanti a simili scelte mi sono crogiolato fra sì e no come fossero due opzioni, A e B. E quindi perché non inserirne una terza. O un ibrido. Ma la vera scelta radicale è veloce tanto quanto sgradevole: è fra sì e un non-sì.
E’ neve che si scioglie al sole.
E la verità è che preferiamo spesso aggiungere le nostre lacrime all’acqua, anziché avere a che fare con la neve. Il sottrarsi alle scelte ha fatto più morti delle scelte sbagliate.
Ma dicono abbia il pregio di farti sentire una persona giusta quando chiudi gli occhi la sera, al contrario di tutte quelle volte che ti sei torturato per una scelta sbagliata.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 08 dell'anno 2011.
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Una delle storie che più mi ha sempre colpito della Bibbia è la parabola dei talenti. A differenza delle altre storie importanti (penso a Giobbe, Giona, Adamo ed Eva) la parabola dei talenti è abbastanza controintuitiva. A tre uomini vengono assegnate delle monete, uno le nasconde mentre gli altri due le investono ottenendone un guadagno. Al suo ritorno il proprietario delle monete castiga il servo che aveva nascosto i talenti.
Mi sono sempre sentito un po’ dalla parte del servo castigato. In fondo non ha fatto nulla di male. E non rischiando non ha messo a repentaglio nulla.
Dopo parecchi anni ho compreso il senso della parabola. E cioè che “non fare niente di male”, non coincide con “fare qualcosa di buono”. Minimizzare il rischio e massimizzare il beneficio sono due azioni disgiunte.
La parabola non elogia gli altri servi perché hanno guadagnato del denaro. Ma perché hanno servito bene il proprio padrone. Perché anche in assenza di una consegna esplicita, hanno interpretato, intuito, hanno naturalmente e spontaneamente agito in accordo con la natura del proprio rapporto con l’altro. Così come in fondo ha fatto anche il servo castigato. Anch’egli credeva di interpretare bene il suo ruolo.
Come spesso accade nella vita, un primo metro di giudizio è teleologico. Si giudicano le intenzioni. Ma successivamente sarebbe assurdo non guardare anche ai risultati, agli effetti delle azioni. Misurare i fatti è il secondo metro di giudizio.
La difficoltà è che la realtà è catturata da entrambi gli occhi contemporaneamente. E il contributo di ciascuna prospettiva oculare non ha senso da solo, né è utile.
E’ quello che chiamo il dilemma dell’alcolizzato. I casi possibili sono quattro: a) le intenzioni e i fatti coincidono positivamente (non bevo e non ho intenzione di farlo), b) le intenzioni e i fatti coincidono negativamente (bevo e ho intenzione di farlo), c) i fatti sono disgiunti dalle intenzioni negativamente (vorrei smettere di bere ma bevo), d) I fatti sono disgiunti dalle intenzioni positivamente (voglio bere, ma non lo faccio). E’ evidente che i primi due casi non comportano alcun problema. La scelta associata è facile da prendere. Il caso d) invece è abbastanza raro: difficilmente ad un’intenzione non seguono i fatti (a meno di non essere in astinenza e legati al letto). Il caso c) è il più complicato. Quello che uccide neuroni e favorisce fughe di senno che si concludono su mondi a cui nessun Astolfo arriverà mai.
Se ci aggiungiamo che ‘fatti’ ed ‘intenzioni’ sono due oggetti senza contorni definiti, scegliere in alcuni casi, assomiglia alla spada di Alessandro Magno che recide il nodo di Gordio per annullare un problema insolubile: l’atto arbitrario di chi s’è rotto i coglioni di pensarci su.
Del resto, non sono nuovo a questi momenti: Matrice dell’Amodio vi ricorda nulla?
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 07 dell'anno 2011.
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E se Atlante si stancasse di sorreggere il mondo? Se volesse prendersi un giorno di vacanza, gli sarebbe concesso?
No.
È quindi chiaro che un individuo estremamente potente, così tanto da sorreggere il mondo, sia schiavo del suo ruolo, e in ultima analisi di quegli insignificanti esseri viventi e non, che sostiene.
Tanto potente ma ugualmente schiavo.
E schiavo della peggiore schiavitù: quella non condivisa. Due volte soggiogato: dal fardello irrinunciabile del mondo e dalla solitudine che ne accresce il peso.
La mediocrità è sempre in buona compagnia, l’eccezionalità è sola.
Non so se Atlante si sia mai stancato della sua fatica. Di certo il mio di atlante si stanca a volte di sorreggermi la testa.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 17 del mese 05 dell'anno 2011.
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Il tronco di un albero punta dritto al cielo.
Mi ha sempre affascinato l’apparente semplicità degli alberi. Li trovo estremamente complessi.
Il tronco di un albero punta dritto al cielo. E’ sicuro, non ha dubbi. Cresce solo in una direzione. Poi ad un certo punto smette e decide di preferire l’ampiezza all’altezza. Come decide questo punto, un albero? Quand’è che la certezza dell’andare sempre in una direzione, decisi e ritti, si dissolve nell’incertezza di esplorare simultaneamente più direzioni?
E per ogni ramo che scava il cielo come fa un albero a decidere quando è il momento di arrestare questa esplorazione? Come decide su quali fronde spingersi più in la, quali nutrire di più, quali abbandonare e quali dei nuovi germogli meritano anni di sapiente costruzione?
Come fa un albero a decidere su quale strada proseguire e quale abbandonare?
E poi ci sono le radici: un altro albero che non si vede. Vive nel buio, al freddo e si nutre di rifiuto. E’ grande quanto la parte che fa da casa agli eleganti uccelli. Non è meno importante.
Li osservo, così immobili eppure così esperti di strade, così inermi eppure così longevi. Li tagli in pochi minuti, anche se ci sono voluti decenni per costruirli.
E’ difficile scegliere quali strade imboccare. Molte ci costringono a tornare indietro, ma dopo metri e metri che abbiamo percorso un millimetro alla volta, come sa un albero che sceglie i suoi rami. Altre vengono spazzate via in un baleno, perché distruggere è sempre stato infinitamente più celere del costruire, come sa un albero colpito da un fulmine.
E’ difficile, ma gli alberi non sembrano curarsene.
Sarà per questo che non hanno i blog e non vengono assaliti dal desiderio di scrivere a tarda notte.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 04 dell'anno 2011.
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«Cos’hai?»
«Ho freddo»
«Posso portarti una coperta»
«No. Però puoi stringermi finché non passa»
«Ma io non sono una coperta!»
«E io non voglio una coperta. Voglio solo che mi stringi. Così forte da soffocare i pensieri, così a lungo da scaldarmi dentro, così intensamente da lasciarti impressa sulla pelle come un tatuaggio»
«Perché?»
«Non occorre più, grazie. Il freddo d’un tratto non è più così insopportabile»
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 03 dell'anno 2011.
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Ci sono persone pazze, che vivono senza mettere in discussione una normalità evidente solo a loro. Che è anormale per molti altri. E poi ci sono persone che esplodono di normalità. Sono spesso stigmatizzate come folli anch’esse, ma non si costruiscono una normalità alternativa a quella dominante. Semplicemente si ammalano di normalità. La assorbono ogni giorno a piccole dosi, per anni, continuamente. Finché un bel giorno, un giorno qualunque, superano la massa critica oltre la quale tanti granelli adagiati l’uno sull’altro diventano montagna. In quel giorno compiono un gesto eclatante, dirompente, dalle conseguenze tanto ineluttabili quanto irrimediabili.
Si fa in fretta a sostenere che è la pazzia ad averle mosse. Un elemento esterno deve avere influito. Una sorta di malattia: qualcosa di invisibile ed estraneo che si insinua in quell’ecosistema che funziona da sé che è l’essere umano. E lo rompe. In un attimo e completamente.
Eppure in fisica come in metafisica, le spiegazioni più solide sono spesso quelle di occamiano vigore: le più semplici. Forse non è pazzia improvvisa. Forse non è un senno smarrito da andare a recuperare sulla Luna in sella ad un ippogrifo. Forse banalmente è che la normalità uccide.
Ci sono persone che fingono. E ci sono persone che imitano. La differenza è sottile, ma esiste. Le prime mentono, a volte neppure consapevolmente. Le seconde sono alla ricerca di un’autenticità che sperano di rubare agli altri. Ripetono gesti, frasi, parole e scelte. Ma sfiorano solo la superficie di una normalità che a loro sembra negata.
Si potrebbe dire che il loro errore sia quello di non vivere secondo le loro attitudini. Ma la verità è che sono persone sfortunate. Come quei bambini che vorrebbero giocare a pallavolo quando tutti sono ben contenti di giocare a calcio: si devono adeguare perché non possono giocare da soli.
E allora imitano e aspettano. Aspettano un’occasione o qualcuno per cui poter smettere di giocare nel ruolo, e potersi permettere il lusso di pensare solo a sé. Un complice per un delitto che è uxoricidio dei doveri quotidiani a cui siamo sposati.
Non per forza si deve arrivare a tanto. Basta saper volare come i gabbiani: un po’ di navigazione che segue il vento, un po’ di ali che mescolano i destini invisibili dell’aria. Che diventa uragano altrove.
Due mani che si stringono non arrivano necessariamente lontano. Ma la strada che percorrono insieme è l’antidoto alla normalità.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 03 dell'anno 2011.
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