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Tutti gli articoli su mal di vivere

Le Parole e i Dettagli

Il diavolo si nasconde nei dettagli. Dettagli piccoli come fessure, che ingannano l’occhio come sfumature.

Le parole sono scosse che partoriscono montagne e lacerano conteninenti. Ma le parole sono anche tagli, che cesellano, rifiniscono, operano separazioni chirurgiche invisibili ad occhio nudo ma evidenti nelle possibilità che fanno fiorire.

Le parole creano varchi in cui a volte leggiamo la promessa di qualcosa di più del fugace passaggio. Le parole sono bolle di sapone tremanti che proteggono lo spazio dei sogni dallo spazio della realtà, prima che questi si riuniscano.

Nel regno delle parole l’equivalenza è in esilio. La bugia dei sinonimi è colore solo per le tele di chi non distingue le sfumature di buio della notte. L’architrave all’ingresso di questo reame recita: «Ciò che non vuoi perdere non è ciò che vuoi avere». Nel dominio delle parole, anche l’opposizione è sconosciuta: «amare» e «odiare» sono figli della stessa madre. 

Lo vedi il demonio? È proprio lì, accovacciato fra la «paura di perdere» e il «coraggio di avere». 

Nel dominio delle parole «senso di colpa» è un’eco e «infinita mancanza» solo una lunga serie finita di lettere. «Nostalgia» si può rivolgere al futuro non ancora vissuto e «ho cambiato idea» descrive solo il ruotare di qualcosa su un perno.

Nel mondo delle parole è bello giocare a nascondino, ma non ci si nasconde mai realmente. Copriamo la verità, di veli. Come si veste la notte di buio: senza sarebbe difficile vederla arrivare.

Senza la carezza del velo della parola, sarebbe impossibile per noi abbracciare l’impeto del vento.

Nel dominio delle parole il demone che vive nella fessura tra i significati sa che due coste divise da un’oceano, sotto continuano ad essere una cosa sola.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 04 dell'anno 2015. Nessun commento — .

Verde

E quindi parliamone.
Parliamone di quanto sia folle questo rincorrere. Traguardi, che diventano partenze. Mancanze, che non sono assenze. E in questo cammino scontrarsi e decidere di muoversi insieme. Senza alcuna meta, per un po’ senza sentirsi metà. Per vedere se così la corsa può diventare passeggio, riposo più che risparmio. E scoprire che invece il cammino accelera come i battiti del cuore al serrarsi delle mani. Domani, dobbiamo sempre pensare a domani. Rottami di ieri da digerire, giuramenti da rinverdire, imprecazioni da ribadire. E in tutta questa rivoluzione in tondo, fermarsi. Davanti ad un sasso, immoto senza più acqua intorno. E ricordarsi di quando fu la tua mano, a lanciare il sasso. In quello stagno che oggi, ripete le onde solo nella tua mente. Buonanotte passato, ovunque tu sia morto. Con il tuo corpo vesto il presente per lasciarlo assomigliare al futuro.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 08 dell'anno 2014. Nessun commento — .

Tutto giù per terra

Non capivo. Mentre la mia mano serrata incontrava il tuo volto. Non capivo. Mentre cercavo di arrivarti al cuore con la punta della scarpa. Non capivo. Anche mentre sputavi i denti per non soffocare. Non capivo perché mantenessi la calma.

Ardeva, questo mio non capire, trasformando i pensieri in rabbia. E la rabbia in violenza. Ma più mi accanivo su di te, più non capivo. Eppure, era semplice. Evidente. Ma non lo fu in quel momento. Non lo fu neppure mentre varcavamo la soglia della stanza per uscire all’aperto, sul terrazzo. Io e te, due gocce d’acqua.

Forse avrei potuto accorgermene allora, mentre ti trascinavo fuori per i capelli con l’intimo desiderio di spiccarti la testa dal busto. Ma di certo non avrei potuto capirlo mentre tiravo su a forza quello che di te era rimasto, per metterti in piedi un’ultima volta. Allora sferrasti il tuo colpo finale: quel tentativo di sorriso beffardo con ciò che restava del tuo viso.

Ed andò a segno quel colpo. Prima di accorgermi della rabbia avevo già affondato le dita nel tuo collo. Il ginocchio si mosse da solo verso il tuo inguine. E infine quasi non provai sollievo tanto velocemente ti scaraventai giù, incontro all’asfalto scuro della strada.

Fu allora che la comprensione m’illuminò come un lampo nella notte di tempesta. Mentre scivolavi oltre la balaustra. Mentre il tuo sorriso si allargava. Mentre mi afferravi sotto il braccio. Mentre specchiavo il mio malessere nelle tue iridi.

Credo di esserci arrivato poco prima di raggiungere l’asfalto. Avevi vinto. Ti avevo ammazzato. Ma avevi vinto tu. Perché era questo che volevi: condividere con me la caduta.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 15 del mese 03 dell'anno 2013. 2 commenti — .

Salita.

Ci sono poche canzoni che riescono a farmi viaggiare nel tempo. Una di queste mi riporta ad un preciso istante che vive sempre uguale a se stesso, scultura di neuroni in qualche angolo remoto del mio cervello. La via, stretta e tortuosa, che mi riporta a quel giorno si chiama Wonderwall, degli Oasis. Non so neppure perché mi piaccia questa canzone. Sembra una di quelle spiagge nate per caso dalla fragorosa guerra d’amore delle onde con la dura roccia.

Wonderwall è un pomeriggio di Maggio da ventenne, di quelli in cui il sole allena i denti per l’estate. Un pomeriggio in cui la luce impertinente non chiede il permesso di entrare. Indiscreta, inonda tutto ciò che incontra come una marea. Calda, copre tutto quello su cui puoi posare lo sguardo. L’unica superficie immune è ciò che di lei copre la mia mano. Lei fu il primo grido di gioia e il primo di dolore. Fu lo schiaffo del primo vagito, quello che ti notifica di essere nato, ormai.

In questa storia lei non è importante. Non più. Non lo potevo capire allora, quando il mio sorriso si allargava al ritmo della mano che accarezzava. Non lo potevo capire in seguito, almeno finché i giorni aggiunti ai giorni sommersero tutto ad eccezione di quel pomeriggio, che respira ancora attraverso le note di una canzone. Se potessi parlare a quel me stesso, cosa direi? Forse di sorridere ancora di più. Di fare incetta di quella luce. Di riempirsi i polmoni di quell’aria fino a soffocarne. Di aggrapparsi con le unghie a quella serenità. Perché tutto il pensiero di cui è capace, non lo aiuterà a prevedere. Né a capire. Sarà inutile, in sé. E ciò che vedeva allora come la fine del mondo, era solo Colonne d’Ercole: la porta per un oceano più vasto.

Se davvero potessi vestire ancora quel me stesso che è morto? Godrei ancora un istante in più di quel silenzio, di quella luce, di quella carezza. Ma anche se potessi sfidare Eraclito con successo immergendomi due volte nello stesso fiume, non bagnerei neppure l’alluce. Lascerei quel me stesso in pace con il mondo, in coppia su quel letto ad una piazza che sembrava così grande se misurato in centimetri e contemporaneamente piccolo per contenere tutti gli abbracci. Non gli direi neppure di approfittarne. Non lo osserverei neppure. Sulla lingua ho solo il ricordo di un sapore, non un sapore. La risposta è sempre avanti e mai indietro. Il peso e la fatica di una lunga ascesa trovano riposo solo alla meta.

La strada percorsa è facile solo perché fa discesa ciò che prima fu salita. Ma proprio per questo non è più la stessa.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 17 del mese 02 dell'anno 2013. Un commento — .

Punti di Vista. Mobili.

Una delle storie zen che più mi piacciono parla di un giovane novizio che interroga un vecchio saggio. Come nel 90% delle storie zen, del resto. Il vecchio saggio si fa i suoi cazzi al lume di candela, e il giovane novizio la spegne con un soffio. E quindi chiede: «Maestro, da dove veniva il vento?». La storia narra che il maestro guardò il novizio e rispose: «te lo dirò se tu mi saprai dire dov’è andato»

Sono su un divano. Ho mia sorella di cinque anni sdraiata accanto. Percorro con le dita le sue guance. È lei. Eppure da un altro punto di vista, è solo un aggregato di atomi disposti secondo uno schema differente da quello che governa l’aggregato noto come divano. O me.

Quando avevo la sua età ero certo che da grande avrei fatto il soldato. Lo volevo. Lo sapevo. Crescendo c’ho provato: ricordo ancora la delusione quando al quarto liceo non accettarono la mia preferenza per i parà. Ho fatto altro. Quando finì le scuole medie ero convinto di voler frequentare l’istituto d’arte. Sarei diventato il più grande disegnatore di fumetti. È l’unica volta in cui ricordo un’ingerenza dei miei genitori nella mia vita. Feci altro. Mi piacque. Mi ha reso ciò che sono. E sono felice di ciò. Posso per questo dire che fu la cosa giusta? No. Forse sarei davvero diventato il più grande disegnatore del pianeta. E sarei stato ancora più felice di adesso. Non ha senso porsi la domanda. Perché è solo nella nostra testa.

La difficoltà è che tutto quello che vediamo, anche la cosa più reale, è tecnicamente solo nella nostra testa. I nostri sensi bombardano il cervello di dati che vengono elaborati. E in questa lettura c’è la realtà. Più letture soggettive convergenti, formano l’illusione di un’oggettività universale. Almeno finché non interviene un folle a cambiare la storia che ci rende schiavi. In modo subdolo: nella caverna di Platone siamo ingannati dalle ombre che scambiamo per oggettività, ma non siamo incatenati: non servirebbe. Semplicemente non sappiamo neppure di essere dentro una grotta.

Schiavi del processo induttivo, abbiamo visto solo cigni bianchi. E chiunque conosciamo, pure. Per secoli. E così viviamo sicuri una vita dove i cigni sono solo bianchi. Finché un giorno non si scopre che ne esistono di neri. Niente lo avrebbe lasciato supporre. Quindi nessuno poteva prevederlo. Nessuno che non mettesse in dubbio il modo in cui costruiamo la realtà.

Se è tutta una questione di punto d’osservazione, prima di preoccuparti di quello che vedi, pensa a dove sei seduto. Marx scriveva: «un modo di vedere è anche un modo di non vedere».

Al termine di uno dei periodi più (d)istruttivi della mia vita, trovai ad attendermi un regalo di Natale. Non ricordo neppure cosa fosse. Ma ben impresso nella mia mente vive il biglietto che lo accompagnava. Era una citazione. Non casuale. Era una citazione che mi spiegò come tutto il senso di quel periodo fosse legato non a quello che avevo subito. Ma a dove mi ero seduto.

La citazione – di Proust – recitava:

«Non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia. Non abbiamo saputo superare l’ostacolo, come eravamo assolutamente decisi a fare, ma la vita ci ha condotti di là da esso, aggirandolo, e se poi ci volgiamo a guardare il lontano passato, riusciamo appena a vederlo. Tanto impercettibile è diventato»

 

 

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 12 dell'anno 2012. Nessun commento — .

Ricordi

Se crescere è po’ un morire, diventare grandi è sapere accettare la morte.

Da quando il primo vagito fugge via dall’abbraccio delle nostre labbra stiamo già correndo verso la fine di un viaggio che non conosce pause. Qualcuno lo dipinge come un ponte, questo nostro viaggio: sarebbe folle costruirvi una casa. Perché è solo un luogo di passaggio. Si viaggia bene se si viaggia leggeri. Ed è così che se crescere è morire andando avanti un passo dietro l’altro, saper viaggiare liberandosi del superfluo significa diventare viaggiatori esperti, veterani del sudore e della polvere, come un istante scolpito immortale cui la polvere del tempo aggiunge pregio.

Quanti ricordi? Non erano tutti uguali. Alcuni erano giochi, animali, oggetti cari. Altri erano risa, abbracci, sorprese affilate che lacerano il cuore. E i volti? Quei volti a lungo sfiorati e consegnati alla memoria mai consumati. E i baci? E quei certi sguardi nati per caso e morti ardendo? Dove sono finite quelle intese, quei fiati condivisi?

Se erano così speciali, se erano così unici, perché sono perduti? La bellezza della caducità è l’immortalità che si mostra nell’attimo che fugge: appena nato, già morto. E per questo unico e irripetibile, sempre vivo nel ricordo. Ma il ricordo è solo l’ombra. Immortale è ciò che vissuto mai fu smentito, nello spazio rapido dell’incontro di ciglia.

Se così non fosse sarebbe una maledizione: il cammino si farebbe impervio sotto il peso di un simile fagotto. Se nulla si getta via, tutto diventa cloaca. Anche i migliori profumi mescolati insieme diventano tanfo. I sentimenti sono fiori: vivono solo se ancorati al suolo che li ha generati. Portarli via è appassirli, restargli accanto è invocare il destino di Dafne, rinunciando all’umanità.

L’illusionista è davanti a te. Ancora una volta la colomba scompare. Non conosci il trucco: un gesto semplice che uccide il fiato. Conosci il trucco: un gesto semplice che dona vita a un sorriso. Diffidiamo della complessità perché odora di inganno, ma più perigliosa è la semplicità perché illude come una vetrina che mostra la tua torta preferita. Mostra ma non accoglie.

I bambini si disperano, gli adulti non se ne curano. Hanno imparato che se proprio vuoi la torta è un’altra la via che ad essa porta. Liberandosi del peso dei ricordi ecco che vediamo il varco al fianco della vetrina. Alleggerendo il fagotto, ecco che il viaggio diventa più piacevole.

Questo è saper accettare la morte: conservare il piacere del trucco ormai noto, senza più chiedersi dove finisce la colomba. Comprare la torta perché ne hai voglia, non per riesumare il sapore magico del primo morso.

Per imparare a volare non occorre aggiungere più leggerezza ma privarsi di peso. Accettare la morte di cose care. Sapendo che vivono in noi come ogni fiore si schiude uguale e diverso dopo ogni seme.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 16 del mese 01 dell'anno 2012. 2 commenti — .

Crocifiggimi

Crofiggimi.

Perché questo merito.

Crocifiggimi.

Perché il mio peccato è stato tollerare il tuo.

Crocifiggimi.

Perché se non mi inchiodi le mani le userò per metterti in difficoltà.

Crocifiggimi,

Affinché io possa resuscitare in tre giorni anziché morire lentamente per una vita.

Crocifiggimi,

affinché io sappia che della mia carne non ti importa più del legno che ti da’ diletto e suono ad ogni battito di chiodo.

Crocifiggimi.

O scoprirai che ciò che hai buttato era una perla data ai porci.

Crocifiggimi.

O userò le mani per un’altra carezza.

Che ci seppellirà entrambi.

Perché non di me t’importa. Ma della carezza.

Che la tua vita normale sia la terra che fredda ti abbraccia seppellendo la tua inquietudine.

E con essa te stessa in una vita normale.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 11 dell'anno 2011. Un commento — .

Osmosi

Una strada liscia. E’ larga e lunga. Chilometri e chilometri di spazio che diritto punta in una sola direzione senza alcuna meta visibile. La percorri a grande velocità. Ma è come se fossi fermo: assuefatto alla velocità a correre sembra essere tutto tranne te.

Finché non becchi una scaffa.

Una piccola imperfezione di quel solido e monotono manto che per chilometri si è srotolato sotto di te con discrezione. Basta un attimo e ti risvegli dal torpore. Un attimo che ti sconnette da ore e ore passate senza consapevolezza a scivolare con grande velocità verso una meta che prima o dopo arriverà, ma non ora.

Una vita a grande velocità verso importanti mete che si susseguono una dietro l’altra come le cime di una cordigliera o le vertebre appena abbozzate sotto una pelle che invita a sciare con le dita. Così importanti le mete e così veloce la vita che tendi a perdere la connessione. La focalizzazione sul dettaglio tende a farti perdere il quadro d’insieme. Fino alla piccola scaffa, una vetrina in un posto affollato che restituisce la tua immagine. Solo con te stesso in un luogo affollato da decine di persone sole con se stesse. Con musica che ti tiene compagnia. Cibo che accompagna più il tuo cervello che le tue papille. Colori confortevoli e vita intorno. Obbediente alla suprema legge dell’Universo: l’osmosi. Tutto fluisce dal luogo in cui abbonda a quello dove scarseggia. Lo yang insegue lo yin.

E così una vita veloce non può che correre. Verso la prossima scaffa.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 19 del mese 10 dell'anno 2011. 4 commenti — .

Impantanato

Ci sono gabbie da cui è difficile evadere.

Sono spazi ampi, abbondanti, esorbitanti. Nessun limite, nessuna sbarra. Non subisci divieti. Semplicemente puoi vagare in qualsiasi direzione senza un punto di riferimento: chilometri di prateria, anni luce di buio. Non sono gabbie che ti reprimono, sono gabbie che ti svuotano. Anneghi nel loro vuoto finché non ti sembra di essere diventato tu stesso parte di quel vuoto. Respiri il loro nulla finché anche le tue parole si articolano senza solidità di senso.

Da queste gabbie nessuno evade. Nessun varco da sperare, nessuna ora d’aria da aspettare.

Queste gabbie hanno la forma del nostro volto e sono profonde tanto quanto le domande che non capiamo.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 2 del mese 10 dell'anno 2011. Un commento — .

Scegliere e Non Scegliere

Ci dicono che le grandi cose arrivano dopo immensi sforzi e abnegazione continuativa.

Forse è così.

Però è anche vero che esistono grandi «colpi di culo» che in un istante ci fanno progredire anni luce più di quanto lontano ci avrebbe portato una buona andatura spedita e costante. In effetti un deserto è formato da granelli e un diamante da ere di pressione. Tutto ciò che cambia è frutto di un processo di accumulo lento. Quello che viene percepito come radicale nel cambiamento è legato al punto di rottura, oltre il quale nulla è più come prima. Le cose si sono accumulate per giorni, forse anche per anni, un granello alla volta. Ed improvvisamente una mattina quell’equilibrio ogni giorno impercettibilmente più precario, si sveglia disequilibrio. E la montagna si fa valanga.

E porta tutto giù fino ad un nuovo equilibrio.

Mi torna alla mente la leggenda sulla saggezza di Salomone. Due madri si contendevano un bimbo a lamenti e lacrime ma solo una fece scudo al piccolo quando Salomone alzò la spada per dividerlo equamente in due.

Sottoporre a minaccia – reale o meno – qualcosa mi è sempre giovato a difendermi dalle bugie. Dalle mie bugie. Da quelle che tendo a raccontare a me stesso per aggiustare il puzzle della mia vita, di cui io ho più tessere degli altri. Spesso tanta energia viene investita nel mantenimento coatto del puzzle, un po’ come volere per forza che un tassello abbia più buchi ai bordi di quanti non ne abbia davvero. Perché spesso è la tua idea di puzzle a guidare l’incastro e non l’incastro a determinare la tua idea di puzzle.

Davanti ad una scelta radicale (e dunque semplice), la risposta deve essere semplice. E chi mente spesso si riconosce dai silenzi. O dalle troppe parole. Una scelta radicale non è un no/sì, è un sì immediato e deciso contro un no che è tutto ciò che non è quel sì. Spesso davanti a simili scelte mi sono crogiolato fra sì e no come fossero due opzioni, A e B. E quindi perché non inserirne una terza. O un ibrido. Ma la vera scelta radicale è veloce tanto quanto sgradevole: è fra sì e un non-sì.

E’ neve che si scioglie al sole.

E la verità è che preferiamo spesso aggiungere le nostre lacrime all’acqua, anziché avere a che fare con la neve. Il sottrarsi alle scelte ha fatto più morti delle scelte sbagliate.

Ma dicono abbia il pregio di farti sentire una persona giusta quando chiudi gli occhi la sera, al contrario di tutte quelle volte che ti sei torturato per una scelta sbagliata.

 

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 08 dell'anno 2011. Un commento — .