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Fine d’Estate

L’estate è al termine. Estate che ormai non ha più il sapore del suo nome, il sapore di quella libertà non compresa appieno, attesa ma di un’attesa come si attende qualcosa che arriva sempre puntuale, un’attesa carica di desiderio ma mai di dubbio. Si cresce, e fra le cose che mi sono lasciato alle spalle ci sono le estati cariche di quel senso di sospensione che fa di 3 mesi come un anno a parte. Un anno dentro l’anno, una vita dentro la vita.

Si cresce, e ormai ho imparato a non dare nulla per scontato, neppure le estati che passano, ormai troppo veloci e troppo concentrate. Nulla per scontato, tutto può succedere, eppure proprio per questo è difficile che qualcosa possa sorprendere: quando anche l’inatteso è frequente, diventa tutto normalità.

L’estate è finita, ma forse non è mai iniziata. Perché forse quell’estate non ritornerà più. E ogni anno pur con lo stesso nome, si presenta sempre qualcosa di diverso. Perché l’estate non è il tempo, non il sole, non è neppure il mare. Quelle estati sono la possibilità di tuffarsi dentro le persone, di conquistarne alcune o di arrendersi ad altre. Di vivere da ladro o da re un regno effimero minacciato dalla pelle color neve che torna, pigra. Un regno breve e intenso, in un gioco di maschere abbronzate che ha il sapore di una libertà audace e spregiudicata, che ha nulla da chiedere e tutto da vivere.

Estate: sperperare tutto quello che nell’inverno si è accumulato perché comunque andrebbe a male. Estate: quando sono le formiche ad invidiare le cicale. Eppure nel nostro bisogno di certezze e confini, nel nostro desiderio di possesso e di case di mattoni, abbiamo sacrificato l’estate. Siamo diventati formiche sempre.

E malinconicamente nostalgici ripensiamo a quelle estati. Basterebbe forse lasciare nottetempo l’uscio socchiuso alla follia, e permetterle di sovvertire ogni ordine e legame come un improvviso e rapido temporale d’Agosto. E sentirsi vivi, stupiti dalle sensazioni al limite, come la pioggia calda sulla pelle.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 09 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Assenza di Certezze = Libertà di Darsele.

Avevo scritto un post pieno di quello che ho dentro. Ma successivamente ho deciso che fosse più giusto che andasse ad ingrossare le fila delle parole non dette. E’ un tempo che mi pone sfide molto grandi, un tempo dal quale sto apprendendo molto.

Io sono fermamente convinto che nella vita, le uniche certezze siano che nasci e che muori. L’ignoto che sta nel mezzo è come un foglio di carta completamente bianco, su cui puoi dipingere un Caravaggio, un Haring, scrivere una Bibbia o anche solo il tuo nome. Tutti noi scegliamo cosa fare, siamo completamente liberi.

Forse non tutti riceviamo in dono una tavolozza cromaticamente ricca. Alcuni di noi hanno tutto, altri solo una matita. Ma per diventare grandi, per riempire il foglio con cose straordinarie ed appaganti, può bastare anche una semplice matita. Perché la felicità è l’unica cosa realmente democratica: dipende da noi ed è fatta per noi, su misura.

Eppure la maggior parte di noi preferisce usare dei modelli prestampati, con una traccia già definita e con qualche piccola possibilità di personalizzazione. Alcuni di noi non riescono a fissare il bianco intenso del vuoto senza provare un terrore paralizzante, senza annegare con lo sguardo in un’oceano di ignoto. Per loro sono state costruite società, modelli, religioni, teorie e categorie. Per loro esistono maestri e padri, giusto e sbagliato, certezze e riferimenti.

E così, la piccola parte di noi che invece ama follemente il bianco del foglio, nasce pensando di essere sbagliata, anomala, malata. Quella piccola parte di noi che trova stupenda una vita in perenne mutamento, ricca e viva, che respira d’infinito in ogni attimo ma che non ha davanti l’eternità, bensì un capolinea ignoto. Perché dovrei desiderare una certezza? Perché dovrei volere solo pianura davanti a me?  Tutto è in mutamento, continuo, che piaccia o meno questa è l’unica certezza: non ci sono certezze. Non riesco ad immaginare qualcosa di più bello! La possibilità di darsi ogni giorno un senso, di cercare sempre qualcosa in più, di vedere morire col sole del giorno qualcosa di acquisito, che come il sole rinascera domani: uguale eppure nuova.

Oltre giusto e sbagliato, nuovo e vecchio, odio e amore, c’é una terza dimensione. Che da’ volume alle cose.

Ma non tutti la vedono. Questo non vuol dire che chi non la vede sia sbagliato. Ma solo che chi la vede, non deve fare finta di non vederla per piacere o per cercare conforto nel tiepido calore del gregge. Per vivere dentro vestiti non suoi, che per quanto belli non riesce ad indossare comodamente.

Morire e non perire, questa è la vera longevità.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 04 dell'anno 2009. 4 commenti — .

Perché mi sento liberale e coerentemente a ciò avrei personalmente staccato la spina ad Eluana.

Il problema di questi tempi, soprattutto in questo paese, non è che le vecchie risposte non funzionano più. Il problema non sta nel fatto che non abbiamo soluzione ai problemi di oggi. Il problema, analogo a quello affrontato da Confucio nella sua vita, e tipico di ogni epoca/contesto di decadenza, è che si è smarrito il contatto con la realtà.

Il problema è che utilizziamo vecchi nomi per intendere cose nuove. A cui associamo soluzioni antiche, che non funzionano non perché siano sbagliate ma perché solo la superficie dei nomi è rimasta apparentemente inalterata, ma la sostanza delle cose è cambiata davvero.

Così a livello collettivo chiamiamo ancora “democrazia” qualcosa che con un popolo non ha nulla a che fare. Un modo di prendere decisioni che formalmente si basa sulla partecipazione del popolo, per il popolo, ma che nella pratica coinvolge e riguarda meno della metà della popolazione che vive stabilmente su un territorio soggetto alle regole prodotte dalla democrazia.

Chiamiamo “informazione” un flusso altamente omogeneo e filtrato di dati, quasi privo di contraddittorio, come se l’informazione fosse un oggetto e non un processo dialettico che si nutre di pluralismo delle fonti e che non può quindi prescindere dall’individuale senso critico.

Chiamiamo “capitalismo” una forma di parassitismo economico di coloro che non accettano il verdetto del mercato che però in concorrenza producono efficienza, e pretendono di restare in vita utilizzando le loro risorse per forzare di notte quelle stesse regole che poi invocano come sacre quando a soccombere è qualcun altro.

Chiamiamo “comunismo” un modo di fare politica per lo Stato e dentro lo Stato.

Definiamo infine “liberale”, il sopruso sulla altrui libertà di scelta.

Ma la cosa che mi sconcerta di più è il pressapochismo con cui la parola libertà viene usata dalle persone. “libertà di scelta”, “coerenza”, “valori” sono termini densi di storia e sangue, che vengono utilizzati oggi in modo aberrante.

I pochi amanti della libertà ancora in vita sono costretti a vivere in un mondo dove la libertà è un pretesto per opprimere, schiacciare e privare. Chi ama la libertà non ama solo la propria. Il massimo della mia libertà è ridurre tutti in schiavitù. Ma se anche realizzassi ciò, non avrei reso questo mondo libero, e neppure me stesso. Ma avrei fatto di me il mondo schiavo e anche me stesso!

Amare la libertà di scelta significa essere disposti a rinunciare ad un po’ della mia libertà per gli altri, quel tanto che basta per rendere tutti egualmente liberi. Al di fuori di questo non c’é libertà. C’é solo difesa della propria libertà, ma la libertà non si accumula e non si conserva, la libertà è un valore che esiste solo se esercitato. Un paese libero o una persona libera si riconoscono da quanta libertà esercitano, non da quanta ne accumulano nelle loro carte o discorsi. Ed esercitare la libertà non significa fare ciò che ci pare e neppure fare ciò che riteniamo giusto. Significa esprimere sé stessi senza operare altra costrizione all’infuori di quella che ci impedisce di diminuire la libertà di scelta di chi subisce le nostre azioni.

Essere liberali significa partire dall’attenzione verso chi subisce le nostre scelte, affinché non limitiamo la sua stessa possibilità di scelta rispetto alla nostra, e solo dopo scegliere come agire in base ai nostri desideri. Qualsiasi processo inverso non è libertà! E’ essere schiavi dei propri desideri, avere un ego smisurato e non riuscire a vedere al di là del proprio naso convinti che la realtà che soggettivamente vediamo, sia oggettivamente così per tutti.

Il liberalismo non è in crisi. Semplicemente oggi non viene applicato da coloro che se ne vestono.

Se sono paralizzato in un letto in stato vegetativo da 17 anni è chiaro che non sto esercitando alcuna libertà. Quindi non sono libero. Perché la libertà esiste solo nel momento in cui viene esercitata (anche decidendo di non esercitarla). La violenza e l’oppressione sono l’atto di mantenere lo stato di mancato esercizio della libertà. In assenza di volontà precedentemente espresse da parte di chi si trova privato della propria libertà, ma in presenza di chiari ed evidenti condizioni di anormalità della vita di una persona, strappata al suo destino naturale, dall’artificio dell’uomo, ebbene non ci può che essere una comune ed indignata reazione da parte di chi si professa amante della libertà.

Libertà non è fare quello che si vuole, ma scegliere fra quello che si può fare. Non puoi vivere se la natura ha deciso altrimenti, perché il tuo corpo è natura, e sarebbe un atto di ribellione contro la natura (come credete che si riduca un corpo umano dopo 17 anni di alimentazione forzata?). Non puoi imporre la tua visione della vita come assoluta perché non esiste libertà senza poter scegliere di sé stessi.

Staccare la spina non ha compresso la libertà di scelta di nessuno (quella di Eluana era già stata compressa dalla natura/il destino/Dio). Non staccarla avrebbe imposto un concetto liberticida di libertà.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 02 dell'anno 2009. 4 commenti — .

Il Lavoro Rende Liberi

Ho sempre creduto che la frase incisa sui cancelli di Auschwitz, fosse lì per sberleffo. E invece devo ricredermi.

Il lavoro costante ed esorbitante rispetto alle tue possibilità, senza orari fissi e senza fine, rende davvero liberi. O almeno soggettivamente liberi, di una libertà non reale chiaramente, ma di una sorta di surrogato di libertà, un po’ come tirarti una pista di coca che poi invariabilmente è 10% coca e 90% detersivo e marmo.

La libertà di cui parlo è in realtà un senso di sospensione dovuto all’alienazione a cui il ritmo inevitabilmente ti sottopone. Non saprei dire in effetti se in sé sia una cosa negativa, eppure è curiosa. Del resto neppure un tossico pur razionalmente sapendo che si fotte l’esistenza, dirà che la droga è negativa. Semplicemente c’é dentro e l’assuefazione gli fa sembrare la sua condizione normale.

Ma senza essere tossici per forza, chi può affermare che il proprio stato di "normalità", la routine quotidiana, non sia il prodotto di un’assuefazione? In fondo siamo tutti dei drogati, e ci spariamo in endovena la morfina della nostra visione della realtà, della nostra prospettiva sul mondo, voltandoci dall’altra parte quando sbattiamo con le piccole incoerenze quotidiane, che mettono in crisi quella percezione e quella visione.

"Il lavoro rende liberi" non è una frase lasciata ad arrugginire alle intemperie della storia sul cancello di uno dei tanti accessi alla megalomania umana, è il motto con cui ci imbottiamo ogni giorno per colmare il vuoto che separa la nascita dalla morte e che chiamiamo vita. In assenza della lotta per la sopravvivenza che ci ha caratterizzato come animali ecco la necessità di "fare" (a volte di imporci, ricreando condizioni di sopravvivenza e lotta, simulate o surrogate). Per darci un senso, un’identità. E allora non è più solo una questione di soldi, ma di cosa fare della propria vita, problema poco attenzionato finché la metà superiore della clessidra sarà più piena di quella inferiore.

Insomma, intendo solo dire che non vorrei lavorare solo per soldi…

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 21 del mese 05 dell'anno 2008. Nessun commento — .