
Ieri è stata la milestone del quarto di secolo trascorso in mia compagnia quasi ininterrottamente, togliendo il sonno e i comi etilici.
Chi mi conosce sa che le vere due feste dell’anno per me sono Ferragosto e Capodanno, quest’ultima perché è un momento magico in cui però sei sempre naturalmente spinto a fare un bilancio. Anche il compleanno ti costringe in qualche modo a fermarti a pensare, a percepire il tempo che passa, e a contare i cerchi attorno al cuore e alla mente che sono strati di te sovrapposti.
Il mio personale bilancio di quest’anno lo trovo sorprendente: ho imparato tantissimo.
Ho imparato che amare non è solo una questione di trasporto o di sentimento, pur essendo questi due elementi preponderanti. Ho imparato a mettermi in discussione sul serio, a desiderare fortemente, a soffrire in modo costruttivo. Ho imparato a prendermi meno sul serio senza diventare superficiale.
Sono riuscito a migliorarmi nel rotolamento: la vita è una cosa incredibilmente densa e pesante, ma se la fai rotolare su sé stessa puoi muoverla agevolmente come fosse leggera, anche se resta pesante. In questo moto e non nella meta, sta il senso delle cose.
Ho sfidato me stesso e ho scoperto che la sfida positiva non è quella che vinci, ma quella che intraprendi con l’entusiasmo giusto che fa di ogni difficoltà un’avventura e di ogni fatica una parte importante del gioco.
Ho imparato il valore dell’affetto e della famiglia, del vivere i momenti senza l’ossessione di volerli catturare. Ho imparato che c’é più rispetto dell’altro nel dire no con convinzione, anziché un si dubbioso. Ho imparato a volere bene incondizionatamente, perché l’amore è eretico.
Ho infine avuto il privilegio di trovare sulla mia strada vecchi e nuovi amici che non avrei neppure il tempo di nominare tutti, ma che sanno di illuminare le mie giornate come le stelle illuminano la notte, che mi fanno ricco. Da loro ho imparato che la vita è solo un sogno che come ogni sogno è possibile riempirla di quello che vogliamo, e spesso scegliamo di vivere le nostre paure.
Ogni seme che muore è una pianta che nasce, crescere è un diminuire e perdere, non un accumulare.

Una volta ho parlato con un trapezista, sono sempre stato affascinato dalla loro capacità di essere dinamici in una situazione dove la precarietà di equilibrio è la norma anziché l’eccezione.
Lui mi disse che la bravura del trapezista non sta in quello che sa fare, ma in quello che sa non fare.
Quando sei lassù hai il vuoto intorno, ed un piccolo bastone sorretto da una corda è tutto quello che di solido trovi. Un po’ poco. Il segreto, mi disse, è non fissare il vuoto, non farsi risucchiare dal nulla che hai intorno, navigarci dentro ogni momento ma non diventarne mai parte. E non fermarsi mai: volteggiare lentamente o follemente, ma sempre muoversi.
Un bravo trapezista non fissa il vuoto e non smette mai di volteggiare.
Se in questo momento ho perso l’equilibrio sul mio trapezio è perché ho violato la prima regola, e ho fissato il vuoto.
Per fortuna avevo ancora un piede agganciato al mio trapezio.

Oggi ho trascorso 15 minuti in compagnia di un maestro di vita: lo scatolone del trasloco (Di che stupirsi? Se un roveto ardente può essere Dio, non vedo perché uno scatolone non possa essere un maestro).
Lo scatolone, dall’alto della sua eminente saggezza, mi ha impartito due profondi insegnamenti di validità esistenziale in soli 15 minuti.
Insegnamento 1
La vita è come uno scatolo: quando le cose non entrano più scopriamo che pressando otteniamo nuovo spazio. Ma non abbiamo aggiunto spazio: lo abbiamo sottratto alle cose che c’erano dentro prima. A volte pensiamo di aver risolto un problema, ma ce ne siamo creati solo uno peggiore.
Insegnamento 2
La vita è come uno scatolo: lo riempi progressivamente e arrivi al punto di non poterlo riempire ulteriormente, iniziando a pensare di avere bisogno di un altro scatolo. In realtà è solo che hai accumulato progressivamente senza logica d’insieme: se svuoti tutto lo scatolo e rimetti dentro la roba, scopri che ricominciando tutto da capo hai la visione d’insieme, e riesci a fare entrare tutto nello stesso spazio, ma più comodamente. A volte per risolvere un’ insoddisfazione cronica, anche se piccola, occorre rimettere mano a tutto, radicalmente, non basta pressare e sistemare le cose in superficie.
Corollario dell’insegnamento 2
Svuotando lo scatolone scopri che a volte il problema sta nel fatto che avevi gestito male l’inserimento delle cose piccole: le cose piccole inserite prima rubano spazio alle grandi che hai scoperto dopo, che quindi non entrano. Se qualcosa di grande ed importante non funziona, spesso è perché abbiamo dato più spazio ad una cosa piccola.
Ringraziando l’illuminato maestro scatolone, accolgo nel mio cuore i semi dei due insegnamenti. Sperando di essere un traslocatore all’altezza di un simile fardello