Quotidianamente dividiamo tutto. Per concettualizzarlo, catalogarlo e quindi gestirlo.

Dividi quello che va bene da quello che va male, prendi il primo e scarti il secondo. Dividi quello che ti piace da quello che non ti piace, massimizzi il primo minimizzando il secondo. Insomma: ogni cosa va gestita e quindi in qualche modo analizzata (è tutto molto cartesiano lo so).

Quello che non va si cambia, quello che va si sviluppa.

Eppure a volte inciampiamo in cose indivisibili, quindi incatalogabili, quindi ingestibili.

Penso al 3,3 periodico: non è 3,4 e non è 3,3. Neppure 3,33 o 3,333. E’ un fottuto 3,3 periodico. Immaginiamo adesso che tu avessi deciso che il 3,3 non va bene e il 3,4 si. Cosa fai con un 3,3 periodico? Sembra quasi minaciarti: o lo usi così com’è o niente.

Non è buono per farci un 3,4 ma non è neppure un 3,3. E’ da vivere così com’é? Ci sono cose che viene difficile collocare nella propria vita. Sai solo che ce le vuoi, perché lo senti. Ma non sono collocabili in categorie standard.

In questi casi, che si fa? Si ammette un’eccezione nel proprio schema, o si rinuncia all’eccezione per non mettere in crisi lo schema?