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Tutti gli articoli su grazie

Grazie, Mamma.

Ho fatto tanti discorsi, fin qui: ho ritirato premi, accettato riconoscimenti, incassato complimenti. Ho scritto discorsi, parlando perfino a qualcuno che ascolterà fra quasi un decennio ancora.

In tutte queste occasioni, ammetto di non avere avuto sempre le idee chiare su cosa dire. Mentre sono sempre stato molto puntuale su cosa non dire.

Una delle cose che «non ho detto» più spesso è «grazie Mamma».

Ho sempre detestato voltare per la prima volta la copertina (rigorosamente dopo aver odorato il libro) e trovarla la: la mamma di qualcuno, formato dedica. Fra me e lui1, la mamma. Che c’azzecca?

Ho sempre detestato l’«uomo che non deve chiedere mai», con le mille tattiche da manuale sulle donne che puntualmente sono irretite dallo stratagemma, come topi che credono di scegliere ma sono solo dentro un sapiente labirinto di laboratorio che li condurrà solo dove qualcun altro vuole. Per poi: «scusa è mia mamma», correndo a rispondere a telefonate a qualsiasi ora, come fossero conferenze di Yalta convocate via whatsapp.

Ho sempre detestato un principio tanto evidente quanto dimenticato: sono qui, perché tu hai scelto così. Sono qui e per tutta la vita indosserò un nome che tu hai scelto, come un’etichetta marchiata a fuoco sul posteriore di un manzo. Non mi hai mai chiesto il permesso e dovrei pure esserne grato?

Ho sempre detestato la tacita, accettata e tutto sommato celebrata, idea che continui ad essere un pezzo di corpo di tua madre anche dopo quel carcere lungo 9 mesi.

Ho sempre detestato l’idea di avere un debito con qualcuno. Figurarsi con chi ti ha nutrito, pulito, protetto finché non sei stato in grado di farlo da solo.

Ma soprattutto, ho sempre detestato quella sua capacità di esserci sempre, anche quando non la penso come lei vorrebbe. Anche quando ho desiderato il biasimo e la condanna, perché io mi ero già giudicato colpevole. Essermi accanto, con un’oceano d’amore dentro il quale occorre abbandonarsi, per non rischiare di annegare in quella sua profondità.

Le madri sono l’origine della somma incoerenza, della contraddizione che rende l’Universo caotico: puoi essere sbagliato, lo sarai anche per lei, ma non per questo verrà meno il suo amore. Ho sempre pensato a lei leggendo quel passo della seconda lettera a Timoteo che recita: «certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso». Per me non è lui, ma lei.

Credo che questa somma incoerenza racchiusa dentro il significato di «Mamma», scompigli il mondo. Ne impedirà sempre l’ordine. Le mamme sono nemiche dell’ordine. Sono onde che vanno avanti e indietro incessantemente, senza una direzione pur avendo una direzione.

E no, questo non è un post per celebrare il mistero delle mamme, né per augurare loro qualcosa durante il giorno a loro dedicato.

Questo è solo un post per dire grazie alla mia, di Mamma. Non per tutto quello che ha fatto, non per la tenacia, non per le idee che ha voluto trasmettermi. Ma perché è sempre stata qui anche se io non ho mai fatto nulla come lei voleva.

  1. Notatelo: è una tendenza spiccatamente maschile. E no, le autrici non ringraziano il papà. []
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 05 dell'anno 2017. Un commento — .

Il ROI di una Cena.

Premessa: è un post molto lungo. Ma è anche molto corto: in fondo contiene una collezione di fatti miei grande 6 anni.

Il 6 Marzo del 2008 varcavo per la prima volta il portone del civico 150 di Via Umberto. A Catania. Era l’inizio ufficiale della mia avventura nel digital: ero diventato il Blog Network Manager di Bloglist.

Da qualche giorno sono quindi entrato nel settimo anno da libero professionista. In un mondo non troppo più vecchio della mia età professionale. In qualsiasi modo io misuri questi sei anni (introiti, soddisfazioni, stimoli) resto molto soddisfatto.

Vorrei raccontare di questi sei anni per un motivo: sono l’esempio che il successo si ottiene investendo (soprattutto) in cose non misurabili. Che intendo? In questi sei anni mi sono spesso sentito chiedere di come io abbia fatto a raggiungere i miei traguardi professionali partendo da una laurea in Scienze Politiche e una dipendenza da WinMX. Per la prima volta ve lo voglio spiegare. Con questo post.

È vero: sono partito da studente di Scienze Politiche a Catania. Dopo il Liceo Scientifico una sola cosa mi era chiara: quello che non volevo fare. Così eliminando una dopo l’altra le alternative universitarie che non mi piacevano, scelsi quella che restava. Senza neppure sapere bene cosa c’avrei fatto. Ed eccomi matricola alla triennale in Relazioni Internazionali. Nel frattempo la mia adolescenza da ribelle rompipalle mi aveva portato a tentare qualcos’altro di cui ancora non avevo ben chiari i contorni: l’esame per la Scuola Superiore di Catania. Lo passai e quindi nel 2008 ero già studente all’Università di Catania e anche alla Scuola Superiore di Catania (SSC). Un posto da cui sono usciti cervelli che oggi insegnano al MIT, Berkley, Stanford. O gente come Daniele (Virgillito. Questo Daniele) o Luca (Naso. Questo Luca). Ma soprattutto un posto che funziona per un motivo banale: se metti cervelli iscritti a tutte le facoltà nello stesso dormitorio, gli dai Internet e un campo da calcio, non possono che venirne fuori grandi cose.

Arrivare alla SSC fu per me entrare nel paese dei balocchi: l’infrastruttura informatica del Collegio era all’avanguardia. Io arrivavo da un’ADSL casalinga e avevo iniziato a scambiare CD di discografie complete in mp3 via posta. Posta vera, quella cartacea. Scaricavo di notte (la mia prima tariffa era gratuita nelle fasce orarie notturne) e spedivo pacchi di giorno. Ci dovevamo ingegnare, la banda siciliana era quella che era. Per cui newsgroup e winmx con una buona dose di IRC.

Grazie all’infrastruttura informatica dell’Ateneo e al suo responsabile di allora, venni in contatto con il mio primo CMS. Era pomeriggio ed incrociando Ennio (Li Volsi) in corridoio mi sentii chiedere: «Conosci PHP Nuke?». L’ovvia risposta fu il diniego. A cui segui un regalo: un centinaio di pagine del manuale di utilizzo del PHP Nuke 4. Il mio primo contatto con il web. Su carta. Fu un maelstrom: passai da quel manuale all’html e css, creai il primo di una serie di siti. PHP Nuke, e107, Joomla, Serendipity e poi approdai al Dio dei CMS: WordPress. Parallelamente al mio hobby crescevano anche le interazioni con chi condivideva le mie passioni: ero passato dall’essere un pirata ad essere un blogger. Senza saperlo ancora.

Fu così che mi ritrovai in un inizio estate del 2007 in un noto bar catanese insieme ad altri loschi figuri. Si trattava del primo (e che io sappia unico) Likemind catanese, organizzato dal primo imprenditore digitale catanese (ai tempi startupper non era ancora di moda): Roberto (Chibbaro). Roberto aveva fondato una community che era diventata nazionale, entrando nel programma per start-up di Mediaset (Moltomedia). Il likemind aveva lo scopo di fare il punto sull’organizzazione di un evento con un format che stava diventando molto di moda: il barcamp. Conobbi Salvatore (Sanfilippo), un siciliano che da solo contribuisce a metà delle cose fighe fatte con i bit in Italia (e ha totalizzato più exit di start-up di molti incubatori nel loro complesso), Gianni (Amato) che era già celebre in Italia in ambito sicurezza e ritrovai Luca (Marra) oltre che tanti altri che in seguito sarebbero diventati cari amici.

Fu così che nell’Ottobre 2007 grazie al supporto logistico della SSC (che non ha mai ben capito cosa stavamo facendo ma non mi negò i mezzi per farlo), si tenne a Catania il primo barcamp siciliano: il TrinacriaCamp. Oltre 150 persone e un clima galvanizzante. Roberto mi introdusse a due personaggi di cui non avevo mai sentito parlare: Stefano (Vitta) allora country manager di Fon e Tony Siino (per me Roberto ha rappresentato l’editoria digitale nella Sicilia Orientale e Tony è l’editoria digitale nella Sicilia Occidentale).

Ci tengo a precisare che la mia avventura lavorativa iniziò proprio a quel barcamp. Che mi lasciò ricco di rapporti umani che non mi basterebbe un blog intero per raccontarli.

Quell’esperienza fu così elettrizzante che decisi di dedicarmi ad organizzare periodicamente delle cene fra blogger a Catania. Eravamo tanti e diventavamo sempre di più. Cene che mi fecero stringere amicizia fra gli altri con Salvatore Aranzulla, Antonio Manfredonio o Luca Conti.

Ma torniamo a me: è la fine del 2007 e io ho una grande passione per l’editoria digitale. Scrivo tanto, smanetto con (X)HTML e CSS, sono informato su tutto quello che succede nella galassia dei byte. Sono sempre connesso con chi condivide le mie passioni attraverso i forum e IRC. Mi capita di conoscere per un caso fortuito Aurora che oggi decide del digital di Jeep a livello EMEA ma che ai tempi era solo una bellissima ragazza di passaggio per una notte a Catania. Folgorazione. Decido che andrò a Milano per vivere con lei. Questo mi porta a considerare cosa fare dopo la laurea. Sono avviato verso un dottorato che mi porterebbe sei mesi a Taiwan. Non posso spostarmi a Milano senza perdere l’occasione del dottorato. Decido di fregarmene. Ma come fare a trovare un lavoro? Sono solo uno dei mille milioni di laureati italiani. Per di più in Scienze Politiche (non lo sapevo ancora, ma tutto quello che ho studiato mi è tornato utilissimo). Ed è qui che mi viene in mente il mio hobby: e se provassi a trasformarlo in un lavoro? Credo nelle mie capacità ma come far sì che anche gli altri ci credano? Ci ragiono su e mi sembra ovvio: lavorare gratuitamente. Dimostrare prima di chiedere. Una piazza, un’ora, un arancino in piedi ed è fatta: convinco Chibbaro a prendermi a bordo. Gestirò il progetto Bloglist, un blog network (era la moda del momento) collaterale a Unimagazine.

Per questo motivo il 6 Marzo 2008 varco il portone del civico 150 di via Umberto. La sede di Unimagazine (prossima UMG Media Group) e di una società di consulenza (CentoCinquanta) i cui soci avevano investito in Unimagazine (oggi parte di skuola.net). Questa esperienza mi porta a conoscere un po’ di gente tra cui Elena (Franco), Daniela (Losini – che ritroverò più tardi in Mondadori) e un giovane dall’età indefinibile (e tale ancora resta) che mi viene segnalato da Roberto. La blogger che si occupava del blog di Musica ci aveva lasciati e occorre trovare un rimpiazzo. A detta di Roberto il ragazzo ne sa di Musica, scrive già per magazine online ed è interessato al progetto. È così che conosco Rocco (Rossitto).

La mia avventura con Unimagazine si conclude, i blog network cominciano ad essere più un problema che una risorsa ma a me quei ragazzi piacciono. Amavamo quello che facevamo in un ambiente dove ad un certo punto (senza che ce ne accorgessimo) era diventato tutto un CPM, un Link Building e un monetizzare. Fu così che insieme a Luca (Marra) mettiamo in piedi BlogDo. Un blog Netowork diverso perché vuole essere solo una piattaforma che rifiuta di essere ostaggio dell’impression pubblicitaria. Il blogging per noi è prima di tutto amore per quello che si fa. Alla prima festa di BlogDo (un’altra mangiata) conosco Daniele (Bazzano) futura colonna portante di Master New Media (Robin Good, vi dice nulla?).

È passato quasi un anno e ho speso tutto quello che riesco a guadagnare con lavoretti saltuari (il mio status di primo figlio di sei mi ha regalato tantissime cose ma non una grande disponibilità economica) in bevute e mangiate.

S’è fatto novembre. Mi sono laureato e il 5 Dicembre mi trovo a Milano. Questa è l’unica cosa che andrà secondo i piani. Perdo a ripetizione casa (da qui nasce la mia tradizione di cambiare casa ogni anno) e lavoro. Sono un giovane squattrinato con la sua Partita IVA. Senza soldi, ma con tanti amici. E diventano ancora di più perché sono a Milano nel pieno della moda barcamp. E avendo tanto tempo non me ne perdo uno. Il primo è a Parma, si chiama WorkCamp ed è organizzato da Francesca (Fiorini). Al termine del mio intervento, fra gli ultimi della giornata, vengo fermato da un ragazzo che spicca fra gli altri per sorriso e sicurezza. Il classico tipo che immaginate solo a bordo di una porsche decappottabile perché nulla lo ferma se ha in testa qualcosa. Ed è davvero così, scoprii in seguito. Lui si chiama Daniele (Salamina), aveva in testa me e quello fu l’inizio di un’amicizia profonda per me molto importante perché a lui devo l’essere rimasto a Milano nell’unico vero momento in cui stavo per mollare tutto. Il seguito di questa amicizia è anche un’azienda, che vive tutt’ora e si chiama Endivia. Al WorkCamp vedo in carne e ossa molte persone di cui prima leggevo soltanto. A pranzo capito seduto con due ragazzi simpatici: uno si chiama Luca (Bove) e l’altro Piero (Babudro). L’amicizia nasce spontanea e nel futuro sarà così anche per gli affari.

Il grosso, grasso appuntamento dell’anno è il WordCamp, il barcamp dedicato a wordpress. Ormai di barcamp ne ho visti parecchi e il wordcamp del 2009 mi delude un po’. Mi trascino sconsolato verso il pranzo quando mi imbatto in un giovane blogger con cui avevo scambiato qualche email e che mi era sembrato un po’ matto. Impressione confermata dall’impatto visivo. Insieme a lui un tipo magro dalla parlantina veloce e precisa come mai avevo sentito che lavora in HP. Si tratta di Michele (Polico) e Luigi (Centenaro). A quel pranzo piantiamo i semini di molte cose a venire.

E’ il 2009 e io non ho (più) un cliente. Piero (Babudro) che avevo conosciuto al WorkCamp, mi propone di venire a lavorare con lui in University. Siamo due consulenti innamorati del Taiji e del Social che credono di spaccare il mondo. Il mondo spaccherà noi, dato che restiamo impigliati in un buco di bilancio da polvere sotto al tappeto. Ma sono stati mesi divertenti e assolutamente fantastici. Un giorno suona alla porta dell’ufficio di University un amico di Piero. Si tratta di un giovane studente di Parma che aveva fondato la web tv d’ateneo. Nonostante sia davvero giovane mi sovrasta in altezza. Una stretta di mano e mezzora di chiacchiera e Tiziano (Tassi) ha incrociato la mia strada. Non lo sappiamo ancora ma sarà un bel pezzo di strada insieme.

Concludo il mio giro barcamp 2009 con l’ExperienceCamp allo IULM. Passo per un’ora scarsa. Giusto in tempo per notare un tizio con un mazzo di capelli improponibile a cui io non avrei mai dato da bere: dichiarava oltre la maggiore età ma sembrava che di anni ne avesse quindici. E ancora oggi è così. Io conosco Dorian Gray. Si chiama Stefano (Mizzella) e lo ritroverò qualche tempo dopo in un’iniziativa provocatoria: nel mondo del business italiano, così gerontofilo, gli under 30 scavalcano la cattedra e insegnano. Si tratta dello Young Digital Lab. Ovviamente un’idea così non poteva che venire a Michele Polico. E’ l’inizio di un’avventura che mi farà conoscere persone stupende e che si concluderà per me proprio quest’anno, quando compirò 30 anni. La banda di matti avrà assetto variabile nel tempo, ma mi permetterà di stringere la mano a Giuliano (Ambrosio), Stefano (Besana), Andrea (Colaianni), Vincenzo (Risi) e mille altri ancora.

Nel 2009 ritrovo a Milano un mio collega della SSC: Filippo (Privitera) che mi introduce al suo più caro amico. Antonio (Tomarchio). Non ho mai incontrato una coppia così complementare e affiatata. Sono già startupper di successo, con due start-up realizzate ed una cessione (a Dada ai tempi RCS). In breve resto folgorato da una serie di stimoli incrociati e nasce l’avventura di Yoc.to insieme al fidato Luca (Marra). E’ l’epoca degli URL shortner e mettiamo in piedi una start-up all’americana: prototipo di prodotto funzionante e ricerca di un venture per scalare. È un’esperienza deludente. I tempi sono sbagliati e restiamo delusi dalle offerte: pochi soldi per troppe quote. Mai sono stato così grato ad una delusione. Da quella esperienza ne è venuto solo del bene. Decidendo di abortire il progetto ci siamo salutati e ognuno di noi ha preso la sua strada verso nuove avventure. E io mi sono ritrovato nel 2011 a prenotare un locale per festeggiare Antonio e Filippo e la loro epica impresa: vincere la competizione di start-up più importante al mondo (LeWeb) con un progetto che è oggi una solida azienda: Beintoo.

Quando ancora ero in Sicilia avevo accettato di accompagnare Roberto (Chibbaro) a Palermo ad un evento. Fu l’occasione per stringere la mano a Tony (Siino) e pranzare alla celebre Focacceria San Francesco. Seduto davanti a me un tipo un po’ new age per filosofia, che non si tira indietro quando c’è da esprimere un’opinione. Avevo davanti metà Ninja Marketing: Mirko Pallera.

Da quel pranzo nascerà una consulenza per un progetto che ho amato ma che non ha mai visto la luce. Un progetto Ninja segreto che non dispero ancora di vedere realizzato. Nel 2009 entro nella galassia Ninja e nel 2010 partecipo alla fondazione della Ninja Academy. Un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Se il TrinacriaCamp ha sancito il mio ingresso nel mondo di Internet da professionista, Ninja è stato il mio passaggio dal mondo (sfigato) dell’editoria digitale al mondo degli eccessi della comunicazione online. Tante cose potrei dire di Mirko e Alex e le nottate insieme a gente di tutti i tipi e tutte le convinzioni. Ma le serbo per me, nelle stanze migliori della memoria. Sono stati giorni felici. E ricchi di conoscenze stimolanti come quella di Matteo (Roversi), Enea (Roveda), Mauro (Rubin), Ferdinando (Vighi), Giorgio (Triani), Giulio (Xhaet) o Guido (Arata). Tutti compagni di mangiate e bevute interminabili. E in una delle innumerevoli sushi-cene, stringo la mano ad un pezzo di storia dell’internet italiano: Luca (Basilico). La sua Veryweb nel 1998 è una delle prime web agency italiane specializzata nel passaparola. Luca mi insegna molto, soprattutto è in grado di farmi comprendere una grande verità: sono un ragazzino con potenziale ma anche difficile da gestire. Funziono bene come distruttore di quello che non funziona, ma sarei in grado di essere costruttore? Lascio il ruolo di Strategist con Ninja Marketing e partecipo alla fondazione di Viralbeat come Chief Marketing Officer. Di questi sei anni, Viralbeat rappresenta finora per me il momento più importante. A distanza di due anni e mezzo imparo ancora da quell’esperienza. Come un buon vino, ho apprezzato appieno quel gruppo solo dopo averla inghiottito. Non dirò nulla delle persone con cui ho lavorato perché non sono colleghi. Ma famiglia.

Attraverso Luca capita nella mia vita Luigi (Onesti) direttore commerciale di Cemit Interactive Media, di fatto Mondadori. E’ per lui che decido di fare una scelta atipica: ho iniziato da cane sciolto, ho creato il mio branco ma decido di tornare indietro dedicandomi quasi esclusivamente ad un lavoro dentro un contesto grande e strutturato. Abbandono Viralbeat ed Endivia e divento Head of Digital di Cemit.

Facciamo un passo indietro. Fra i social network a cui sono iscritto mi dedico molto a LinkedIn (abbandonando Neurona-XING e Viadeo). E proprio grazie a messaggi scambiati su LinkedIn capitano nella mia vita professionale, tra gli altri, Francesco Mantegazzini allora al Sole 24 Ore (sul quale non dirò nulla per non rovinare sorprese in arrivo) e Luca Papa da cui mi lascerò coinvolgere nell’esperienza di Digital Coach. E sempre da LinkedIn arriva l’opportunità di fare formazione per le agenzie del gruppo Omnicom da cui nascerà una lunga collaborazione con lo splendido team di Fleishman Hillard Italia. Sempre attraverso i social avevo avuto modo di relazionarmi con una delle menti più affilate che mai mi è capitato di leggere online: Gianluca (Diegoli). E proprio grazie a lui vengo introdotto a Carlo (Branzaglia) che mi porterà ad insegnare allo IED, esperienza raddoppiata l’anno successivo quando poi avrò il piacere di essere chiamato anche da Antonio (Incorvaia).

La formazione non rende ricchi di moneta ma di persone: è il modo principale attraverso cui interagisco e conosco menti brillanti. E belle persone. La formazione mi ha portato nell’ecosistema di H-Farm con Digital Accademia. La formazione mi ha portato a conoscere Claudio (Stivala) e grazie a lui Marco (Galvagno) per una granita e quindi il progetto eMMMe e nuova formazione attraverso la quale ho reclutato Calogero-dal-cognome-impronunciabile (Sciabbarrasi), altra colonna del team Cemit. Con la formazione conosco Riccardo (Verbani) e Marco (Fontana) di Geotag e quindi attraverso di loro Valentina (Boriani), Paolo (Mamo) e tutto il gruppo di Altavia. La formazione mi ha portato a conoscere Davide (Dattoli) che a sua volta mi ha portato al TAG e al PWES dove ho conosciuto Giovanni (Zennaro) e Matteo (Montolli) di Moze, che nel 2012 mi porteranno via Sergio. Ma non fa niente, perché quando un amico trova la sua strada unendosi ad altri amici puoi solo essere contento due volte. Ma chi è Sergio?

Sergio (Panagia) è fra i primi ad entrare nel team di Cemit. Serviva qualcuno in gamba che fosse a proprio agio con la programmazione e mi ricordai di questo ragazzino taciturno incontrato ad un aperitivo di networking organizzato dall’iperattivo Luca (Panzarella. Come avrete notata la mia vita è funestata dai Luca). L’unica volta nella mia vita in cui ho dimenticato di pagare un conto.

Sergio, Calogero, Marco (amico di infanzia che ritrovo a Milano prima e in Cemit poi), Stefano e più tardi Laura e Claudia sono un pezzo della mia vita in Cemit DS. Due anni e mezzo in cui ho imparato a smantellare molte convinzioni, confrontarmi su terreni a me sconosciuti con persone di tutti i tipi, difendere il mio idealismo armandomi di pragmatismo. In breve: ad uscire da una comfort zone ormai definita. Due anni e mezzo in cui ho conosciuto persone non digitali da cui ho imparato molto.

Oggi, appena chiusa la mia avventura in Cemit sono passati 6 anni. Incredibili. E se guardo a quello che mi offre il presente non posso che confermare quanto questi sei anni mi abbiano insegnato.

È una montagna alta, questa. E mentre ascendi non te ne accorgi per nulla: hai sempre gli occhi puntati sulla salita e il pensiero al fiato che sembra sempre l’ultimo. Eppure ogni tanto ti fermi e ti volti. Restando rapito dalla bellezza del panorama. Che è una delle ragioni per cui ci va di scalarla questa montagna: un po’ per sfida con noi stessi, un po’ per la bellezza che ci regala il paesaggio. In questi sei anni queste sono state le motivazioni che hanno dato forza alle gambe nei passaggi difficili: bellezza e sfida.

Eppure oggi, seduto sul divano della mia sesta casa a Milano, rileggendo la sintesi di questi anni, ne scorgo una terza di motivazione. Che non è stata tale allora, ma lo è adesso: la compagnia. I compagni di questo lungo viaggio. È grazie a loro che sono quello che sono.

E quindi qual è il segreto per scalare questa montagna? Per essere felici, godere della bellezza, sfidarsi e vincere, guadagnare una paccata di soldi? Il segreto, per me,  è uno: la generosità. La generosità è una forma di amore autentica perché è amore che trabocca: solo nell’abbondanza puoi dare in modo generoso, cioè disinteressato e senza calcoli.

Come si fa business con la generosità? Semplice: cene e bevute. Ogni tanto anche pranzi e colazioni. E’ l’unico investimento che serve. Il ROI? Una vita piena e una professione ricca. Anche di denaro. La mia storia lo conferma e mi convince sempre di più: l’unica mia preoccupazione di investimento è passare del tempo insieme a persone che mi piacciono o mi sembrano interessanti. Aggiungendo cibo e alcol. Senza calcoli.

In sintesi: Culture eats strategy for lunch.

Quindi, la verità? Io ho sempre e solo investito in cene e bevute. E non ho mai perso dei soldi. E quando soldi non ne avevo ho sempre elargito con generosità ciò che avevo in abbondanza: sorrisi e tempo.

Grazie a tutti, menzionati qui o meno, per quello che avete condiviso con me. Grazie ai miei studenti per quello che mi hanno insegnato.

Disclaimer: questo resoconto è molto parziale perché riguarda solo una parte delle persone che ho incontrato e con cui ho fatto business e non contempla le attività illegali di cui mi sono occupato con grande piacere e profitto.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 03 dell'anno 2014. 5 commenti — .

Per Vedere un Ricordo Devi Chiudere gli Occhi

Ascolto «Nuvole Bianche» di Einaudi. Sono a bordo piscina, le nubi celano il sole ma non il suo calore. Ogni bambino che si infrange solleva schegge d’acqua e schiamazzi che si confondono in un sorriso che annega. Il corpo è indolenzito, la mente aperta.

Vi rivedo tutti, fotogrammi di passato. Volti, occhi, sorrisi. Abituali e occasionali compagni di viaggio, congelati in pose e momenti nel freezer dei ricordi.

Mi passate davanti per un attimo eterno, in cui mi sembra di potervi abbracciare tutti insieme nello stesso momento. Vaso di Pandora che subisce l’oltraggio di un momentaneo spiraglio. Insieme ai muscoli dolgono vecchie cicatrici e neuroni bruciati. Cuori defunti e abbracci mai dati. Baci rubati e carezze improvvisate. Siete tutti qui. E piango di commozione, dentro.

Vorrei dirvi qualcosa, vorrei potervi toccare ancora un attimo. Ma questo è un seducente canto di sirena: al pari di chi mi passa accanto adesso, di chi scherza e di chi schizza, voi non esistete. Siete parte di questa caverna di ombre, in cui ognuno è spettacolo e spettatore.

Quello che voglio dire è che siete parte di me. Confusi in ciò che oggi sono. E di questo, anche se voi non lo saprete mai, io vi sarò sempre commosso debitore.

Con le lacrime alimentiamo lo stesso oceano che navighiamo. Nuovi orizzonti. Sempre avanti. L’unico modo per portare con te ogni Euridice perduta: sentirla alle tue spalle, ma andare avanti senza voltarti: è la necessità di salvare quel passato dandogli un senso che spinge ad andare avanti.

Perché come voi non avete bisogno di me, io non ne ho di voi. Ma amo in me la parte che voi mi avete regalato. E la vedo crescere ogni giorno, con le cure di un genitore solo che ama per due.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 06 dell'anno 2011. Un commento — .

Dimentichi

Ieri sera ho preso una sbronza. Come non mi succedeva da anni. Da 8 anni. Da quando conobbi l’alcol, insomma. Stavo li, dicevo «l’ultimo, solo un altro ancora» ed ero felice. Non contento. Felice. Finché non devo essere crollato con un sorriso ebete in volto, trucco da gran serata mai tolto.

Stamane apro gli occhi senza capire subito dove mi trovo. La prima cosa evidente è che sono finito fuori strada. Quasi fossi un treno che, troppo carico di felicità, deragli liberandosi dei binari. Come sempre accade dopo una notte brava, la memoria non si risveglia con te. Torna bensì come la prima pioggia, quella che conosce la gentilezza dell’avvisare, goccia a goccia.

La prima parola che mi torna in mente è «dimentichi». È buffo come in una sbornia ogni discorso entri ordinato e compiuto ed esca come un ammasso chiassoso di parole.

Ma questo dis-ordinare si fa spesso un ri-ordinare. Non ricordo bene cosa volesse dire quel «dimentichi». «Tu dimentichi…», un monito? Un avvertimento? «Noi, dimentichi…», un’unione che respira alle rarefatte vette della coscienza, dove cielo e terra intrecciano le mani senza curarsi di dove inizia l’uno e termina l’altra?

Non ricordo bene. Inchiodato dallo sguardo, non mi sono preoccupato di correre dietro alle parole, indaffarato ad attendere che l’ultima lasciasse le tue labbra per poterle abbracciare con le mie.

E così questo risveglio sancisce una meraviglia: io dimentico. Quello che fu, quello che ero. Io dimentico e sono nuovo. Di più: io, dimentico di me, viaggio nel presente come una stella galleggia nel buio: senza meta. E sulla soglia di questa meraviglia oltre la meraviglia mi arresto, come dopo una notte di sbronza: il ricordo esatto di ogni cosa è negato per rispetto, ma ogni fibra del tuo corpo sa perfettamemte cos’è stato. E ne vuole ancora.

Il cuore dell’uomo fa alcova in profondità negate anche alle parole di maggiore peso.

In questa metaviglia, meraviglia oltre la meraviglia, io sfido le mie colonne d’Ercole sapendo che potrei naufragare. Ma se conto il numero dei denti lasciati nudi dal mio sorriso, scopro che, in fondo, non m’importa. La certezza di un mediterraneo conosciuto s’arrende alla voglia di un oceano per cui forse non si è mai pronti finché non si parte.

Anche se mi fa paura. Una paura che voglio accatastare con cura: legna da ardere per le notti fredde che questo viaggio attraverserà.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 03 dell'anno 2011. 2 commenti — .

Ricordi

La cosa bella di avere un blog è che ti bastano 2 click per ricordare. Ricordare cosa vivevi e cosa pensavi. Oggi mi sono messo a spulciare gli archivi di questo blog per vedere cosa scrivevo in questo periodo, due anni fa. Parlavo di Amore eretico, di unicità dei momenti e di come spesso vivendo le cose cambiamo idea su di esse.

Stamattina non riuscivo ad accedere al mio account di home banking. Non riuscivo a ricordare il codice che digito quasi quotidianamente da oltre 1 anno. Capita a volte di avere dentro di sé ciò che serve. Ma di non ricordare. La speranza è di riuscire a ricordare in tempo utile, soprattutto per le cose che vissute quotidianamente ci sembrano ormai scontate o banali, le lasciamo scivolare in fondo, e poi quando non le ricordiamo e le perdiamo, improvvisamente ci rendiamo conto del loro peso. In fondo, è il tempo la differenza fra una cosa di valore e una di poco conto. Il tempo di chi non sa coltivare gli attimi è solo deserto che avanza distruggendo ogni cosa.

Due anni fa ho imparato delle cose. Oggi le ho ricordate.

Oggi ne ho anche imparate di altre. Tra cui: non serve a un cazzo tutto quello che ho imparato. Perché la cosa bella è imparare insieme. E quindi ogni volta è una cosa nuova. Giusto o sbagliato, l’importante è condividerlo.

DQMM

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 10 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Monte Etna.

Questo post sarà lungo. Lo so prima di terminarlo. Ma è una cosa che voglio avere qui, a futura memoria. Questo post è una storia. Una storia che comincia l’estate del 2009. Avevo pensato di andare sull’Etna quell’estate, ma all’ultimo momento ricevetti una visita che cambiò i miei piani, impedendomi di partire. Oggi so che fu giusto così. L’estate dopo ero deciso a non far passare l’occasione. E così chiesi al mio migliore amico di venire con me per il periplo del vulcano. Accettò. Ebbe un incidente grave che lo costrinse a letto. Chiesi allora a mio fratello, ma prima che si decidesse gli venne un’infezione all’occhio che lo costrinse a riposo forzato. Testardo, andai da solo.

Ho parlato più volte di quel viaggio, ma non l’ho raccontato tutto. Principalmente perché il periplo del vulcano in solitario è un viaggio molto intimo. Ti lascia dentro cose che è difficile comunicare. Ma soprattutto le riflessioni di quei giorni le ho sempre considerate molto personali. Mi aspettavo di poterne parlare con una persona in particolare, una persona che sentivo vicina come nessun altro prima. Ma la sua non curiosità circa il mio viaggio mi spinse in modo inerziale a non entrare nel dettaglio delle mie emozioni. Forse fu un errore. Avrei voluto condividere, allora.

Quel viaggio mi ha cambiato. Anche se la portata di questo cambiamento mi appare solo adesso. Ho toccato con mano la solitudine profonda. Nella sua inquietudine nera e nella sua dolcezza infinita. Ho faticato da solo ed in ogni momento serio di difficoltà ho avuto il dono di una compagnia casuale. Un uomo in bicicletta che mi ha aiutato nella scalata al Monte Santa Maria, un gruppo di cowboy che mi ha tenuto compagnia sul Monte Timpa Rossa, e mi ha aiutato nella mia fallimentare scalata alla quota 3.000, tenendomi su il morale, un gruppo di pastori sul Monte Spagnuolo.

Ho sempre pensato che da soli si può fare tutto. Ed è vero, perché ancora una volta l’ho dimostrato a me stesso. Ma quello che questo viaggio mi ha insegnato è che la condivisione fra esseri umani vale più di sapere fare tutto da soli. E’ una conclusione che accetto solo oggi dopo 25 anni di ripetizioni in merito. Essere in difficoltà e farcela da soli è una sfida bellissima. Avere accanto qualcuno, non per risolvere il problema, ma per condividere la fatica, è la gioia massima. Che da’ senso alle cose. Ha dato senso a quei giorni. La fatica vinta genera solo soddisfazione momentanea. La gioia vera è quella di non sentirsi soli, di scaldarsi al fuoco alla sera, anche con un perfetto sconosciuto. La condivisione istantanea fra estranei che genera l’essere insieme in una situazione nuova, ostile, dove percepiamo che da soli siamo niente.

Tutto questo mi ha fatto immediatamente apprezzare il legame che avevo, e nel quale ero entrato con il solito spirito. Uno spirito che mi avrebbe portato a stancarmi come sempre e a desiderare il caleidoscopio di illusorie libertà di fare. Illusioni, perché perché serve sempre che siano tante e diverse, magari simultaneamente. Un circo assordante per coprire la paura del silenzio. Un silenzio che quando esiste e si vive con serenità non è sintomo di esaurimento di un rapporto, ma di un legame che può sfidare il tempo perché non vive nell’ansia di momenti ma inonda i momenti di una pace, a volte a torto confusa con la noia. Anche se adesso per altri motivi non sono stato in grado di tenermi quella persona, vivo oggi nella consapevolezza di aver toccato con mano qualcosa di solido. Nello sguardo e nei gesti di perfetti sconosciuti, che con la lingua universale del dono mi hanno mostrato il modo di superare miei limiti. Di volare oltre lo steccato e desiderare di costruire cose di valore che durino nel tempo. Quel modo è la volontà. La serena convinzione di desiderarlo unita alla granitica consapevolezza che sia giusto. Per me.

La prima notte, sul Monte Maletto, ho pensato tanto. Il silenzio del bosco è assordante. A me, così abituato a tante cose insieme, ha inquietato più di ogni urlo. Viviamo l’assuefazione di quello che abbiamo e ne percepiamo il valore per il vuoto che lascia quando improvvisamente non c’é più. Ma non è la sua assenza a turbare, ma proprio il vuoto. Il buio e il silenzio sono uno specchio: riflettono quello che abbiamo dentro. Ci circondiamo di tante cose fuori, facciamo, disfiamo, corriamo. Tutto questo per non guardare dentro. E’ un pozzo profondo. Ma per qualche giorno all’anno la luna piena ne rischiara il fondo. Nella solitudine ho provato tante cose. Alcune di queste le ho condensate su carta.

Stasera rileggendo quelle parole di qualche mese fa mi sono stupito: la montagna mi ha fatto un altro regalo. E’ come se mi fossi scritto quelle cose per questo momento. Non sono stato in grado di comprendere e padroneggiare bene questo cambiamento. Forse se fossi stato più veloce le cose oggi sarebbero differenti. Ma un’arancia può forse decidere quando maturare?

Le parole che scrissi allora sono per me, adesso. Sono stelle per non perdere la direzione. Sono un chiaro segnale che quello sceso dalla montagna non era lo stesso che era salito.

Non mi serviranno a migliorare una situazione che vivo con estrema difficoltà. Ma mi hanno mostrato che non è sempre la solita storia. Perché a differenza delle altre volte io sono diverso. Una piccola grande consolazione, non sentirmi incatenato a corsi e ricorsi storici.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 10 dell'anno 2010. 2 commenti — .

2010

Tanti auguri di buon anno.

Inizio dalla parte scontata perché è più semplice.

In realtà questo post doveva essere nell’idea originaria il titolo di coda del mio 2009, una summa poco teologia e molto pratica come se ne dovrebbero fare in questo momento così magico che è Capodanno. Magico come l’istante in cui l’inspirazione diventa espirazione ed il miracolo del respiro si ripete.

Il mio bilancio mi soddisfa. Ho vissuto pienamente alti e bassi, e come un surfista sulle sue onde, me la sono giocata e mi sono divertito, fra cadute ed onde memorabili. (more…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 2 del mese 01 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Sono Incredibilmente Ricco

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Oggi non sono riuscito a concludere molto. Ci sono momenti che non riesci a fare nulla e anche non fare nulla ti risulta insopportabile. Prendendomi un giorno di pausa mentale, mi sono buttato su Flickr a navigare in mezzo a 4 anni di foto.

Una delle cose che i social media di permettono di fare è creare un’enorme archivio di momenti vissuti.

Riguardando foto passate non posso che constatare due cose: la prima è che pochissime di quelle persone fanno ancora parte della mia vita ora, e che moltissime di quelle coppie non sono più tali. La seconda, più importante, è che ognuno di quei momenti mi ha riempito. Ho avuto finora una vita sorprendentemente fortunata e felice. E mi sento ricco. Di una ricchezza che i soldi sono carta straccia.

La gioia di ieri è il vento in poppa di oggi.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 11 dell'anno 2009. 3 commenti — .

Singing in Viale Jenner

Ci sono canzoni o melodie che sono colonne sonore perfette per taluni momenti e certe situazioni. Poi ci sono luoghi e situazioni che sembrano essere disegnati apposta per una canzone. Magari hai ascoltato quella canzone miliardi di volte, ma improvvisamente una sera, in un definito punto dell’Universo quella canzone fiorisce. (more…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 18 del mese 10 dell'anno 2009. Nessun commento — .

Chimera e la Mia Barba

mushin barba

Chimera è un nuovo progetto a cui sto lavorando in segreto con altri fidati compagni di viaggio. Meno di dieci persone ne conoscono l’esistenza e solo 4 hanno un’idea di cosa sarà davvero. (more…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 09 dell'anno 2009. Un commento — .