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Ascolto «Nuvole Bianche» di Einaudi. Sono a bordo piscina, le nubi celano il sole ma non il suo calore. Ogni bambino che si infrange solleva schegge d’acqua e schiamazzi che si confondono in un sorriso che annega. Il corpo è indolenzito, la mente aperta.
Vi rivedo tutti, fotogrammi di passato. Volti, occhi, sorrisi. Abituali e occasionali compagni di viaggio, congelati in pose e momenti nel freezer dei ricordi.
Mi passate davanti per un attimo eterno, in cui mi sembra di potervi abbracciare tutti insieme nello stesso momento. Vaso di Pandora che subisce l’oltraggio di un momentaneo spiraglio. Insieme ai muscoli dolgono vecchie cicatrici e neuroni bruciati. Cuori defunti e abbracci mai dati. Baci rubati e carezze improvvisate. Siete tutti qui. E piango di commozione, dentro.
Vorrei dirvi qualcosa, vorrei potervi toccare ancora un attimo. Ma questo è un seducente canto di sirena: al pari di chi mi passa accanto adesso, di chi scherza e di chi schizza, voi non esistete. Siete parte di questa caverna di ombre, in cui ognuno è spettacolo e spettatore.
Quello che voglio dire è che siete parte di me. Confusi in ciò che oggi sono. E di questo, anche se voi non lo saprete mai, io vi sarò sempre commosso debitore.
Con le lacrime alimentiamo lo stesso oceano che navighiamo. Nuovi orizzonti. Sempre avanti. L’unico modo per portare con te ogni Euridice perduta: sentirla alle tue spalle, ma andare avanti senza voltarti: è la necessità di salvare quel passato dandogli un senso che spinge ad andare avanti.
Perché come voi non avete bisogno di me, io non ne ho di voi. Ma amo in me la parte che voi mi avete regalato. E la vedo crescere ogni giorno, con le cure di un genitore solo che ama per due.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 06 dell'anno 2011.
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Ieri sera ho preso una sbronza. Come non mi succedeva da anni. Da 8 anni. Da quando conobbi l’alcol, insomma. Stavo li, dicevo «l’ultimo, solo un altro ancora» ed ero felice. Non contento. Felice. Finché non devo essere crollato con un sorriso ebete in volto, trucco da gran serata mai tolto.
Stamane apro gli occhi senza capire subito dove mi trovo. La prima cosa evidente è che sono finito fuori strada. Quasi fossi un treno che, troppo carico di felicità, deragli liberandosi dei binari. Come sempre accade dopo una notte brava, la memoria non si risveglia con te. Torna bensì come la prima pioggia, quella che conosce la gentilezza dell’avvisare, goccia a goccia.
La prima parola che mi torna in mente è «dimentichi». È buffo come in una sbornia ogni discorso entri ordinato e compiuto ed esca come un ammasso chiassoso di parole.
Ma questo dis-ordinare si fa spesso un ri-ordinare. Non ricordo bene cosa volesse dire quel «dimentichi». «Tu dimentichi…», un monito? Un avvertimento? «Noi, dimentichi…», un’unione che respira alle rarefatte vette della coscienza, dove cielo e terra intrecciano le mani senza curarsi di dove inizia l’uno e termina l’altra?
Non ricordo bene. Inchiodato dallo sguardo, non mi sono preoccupato di correre dietro alle parole, indaffarato ad attendere che l’ultima lasciasse le tue labbra per poterle abbracciare con le mie.
E così questo risveglio sancisce una meraviglia: io dimentico. Quello che fu, quello che ero. Io dimentico e sono nuovo. Di più: io, dimentico di me, viaggio nel presente come una stella galleggia nel buio: senza meta. E sulla soglia di questa meraviglia oltre la meraviglia mi arresto, come dopo una notte di sbronza: il ricordo esatto di ogni cosa è negato per rispetto, ma ogni fibra del tuo corpo sa perfettamemte cos’è stato. E ne vuole ancora.
Il cuore dell’uomo fa alcova in profondità negate anche alle parole di maggiore peso.
In questa metaviglia, meraviglia oltre la meraviglia, io sfido le mie colonne d’Ercole sapendo che potrei naufragare. Ma se conto il numero dei denti lasciati nudi dal mio sorriso, scopro che, in fondo, non m’importa. La certezza di un mediterraneo conosciuto s’arrende alla voglia di un oceano per cui forse non si è mai pronti finché non si parte.
Anche se mi fa paura. Una paura che voglio accatastare con cura: legna da ardere per le notti fredde che questo viaggio attraverserà.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 03 dell'anno 2011.
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La cosa bella di avere un blog è che ti bastano 2 click per ricordare. Ricordare cosa vivevi e cosa pensavi. Oggi mi sono messo a spulciare gli archivi di questo blog per vedere cosa scrivevo in questo periodo, due anni fa. Parlavo di Amore eretico, di unicità dei momenti e di come spesso vivendo le cose cambiamo idea su di esse.
Stamattina non riuscivo ad accedere al mio account di home banking. Non riuscivo a ricordare il codice che digito quasi quotidianamente da oltre 1 anno. Capita a volte di avere dentro di sé ciò che serve. Ma di non ricordare. La speranza è di riuscire a ricordare in tempo utile, soprattutto per le cose che vissute quotidianamente ci sembrano ormai scontate o banali, le lasciamo scivolare in fondo, e poi quando non le ricordiamo e le perdiamo, improvvisamente ci rendiamo conto del loro peso. In fondo, è il tempo la differenza fra una cosa di valore e una di poco conto. Il tempo di chi non sa coltivare gli attimi è solo deserto che avanza distruggendo ogni cosa.
Due anni fa ho imparato delle cose. Oggi le ho ricordate.
Oggi ne ho anche imparate di altre. Tra cui: non serve a un cazzo tutto quello che ho imparato. Perché la cosa bella è imparare insieme. E quindi ogni volta è una cosa nuova. Giusto o sbagliato, l’importante è condividerlo.
DQMM
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 10 dell'anno 2010.
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Questo post sarà lungo. Lo so prima di terminarlo. Ma è una cosa che voglio avere qui, a futura memoria. Questo post è una storia. Una storia che comincia l’estate del 2009. Avevo pensato di andare sull’Etna quell’estate, ma all’ultimo momento ricevetti una visita che cambiò i miei piani, impedendomi di partire. Oggi so che fu giusto così. L’estate dopo ero deciso a non far passare l’occasione. E così chiesi al mio migliore amico di venire con me per il periplo del vulcano. Accettò. Ebbe un incidente grave che lo costrinse a letto. Chiesi allora a mio fratello, ma prima che si decidesse gli venne un’infezione all’occhio che lo costrinse a riposo forzato. Testardo, andai da solo.
Ho parlato più volte di quel viaggio, ma non l’ho raccontato tutto. Principalmente perché il periplo del vulcano in solitario è un viaggio molto intimo. Ti lascia dentro cose che è difficile comunicare. Ma soprattutto le riflessioni di quei giorni le ho sempre considerate molto personali. Mi aspettavo di poterne parlare con una persona in particolare, una persona che sentivo vicina come nessun altro prima. Ma la sua non curiosità circa il mio viaggio mi spinse in modo inerziale a non entrare nel dettaglio delle mie emozioni. Forse fu un errore. Avrei voluto condividere, allora.
Quel viaggio mi ha cambiato. Anche se la portata di questo cambiamento mi appare solo adesso. Ho toccato con mano la solitudine profonda. Nella sua inquietudine nera e nella sua dolcezza infinita. Ho faticato da solo ed in ogni momento serio di difficoltà ho avuto il dono di una compagnia casuale. Un uomo in bicicletta che mi ha aiutato nella scalata al Monte Santa Maria, un gruppo di cowboy che mi ha tenuto compagnia sul Monte Timpa Rossa, e mi ha aiutato nella mia fallimentare scalata alla quota 3.000, tenendomi su il morale, un gruppo di pastori sul Monte Spagnuolo.
Ho sempre pensato che da soli si può fare tutto. Ed è vero, perché ancora una volta l’ho dimostrato a me stesso. Ma quello che questo viaggio mi ha insegnato è che la condivisione fra esseri umani vale più di sapere fare tutto da soli. E’ una conclusione che accetto solo oggi dopo 25 anni di ripetizioni in merito. Essere in difficoltà e farcela da soli è una sfida bellissima. Avere accanto qualcuno, non per risolvere il problema, ma per condividere la fatica, è la gioia massima. Che da’ senso alle cose. Ha dato senso a quei giorni. La fatica vinta genera solo soddisfazione momentanea. La gioia vera è quella di non sentirsi soli, di scaldarsi al fuoco alla sera, anche con un perfetto sconosciuto. La condivisione istantanea fra estranei che genera l’essere insieme in una situazione nuova, ostile, dove percepiamo che da soli siamo niente.
Tutto questo mi ha fatto immediatamente apprezzare il legame che avevo, e nel quale ero entrato con il solito spirito. Uno spirito che mi avrebbe portato a stancarmi come sempre e a desiderare il caleidoscopio di illusorie libertà di fare. Illusioni, perché perché serve sempre che siano tante e diverse, magari simultaneamente. Un circo assordante per coprire la paura del silenzio. Un silenzio che quando esiste e si vive con serenità non è sintomo di esaurimento di un rapporto, ma di un legame che può sfidare il tempo perché non vive nell’ansia di momenti ma inonda i momenti di una pace, a volte a torto confusa con la noia. Anche se adesso per altri motivi non sono stato in grado di tenermi quella persona, vivo oggi nella consapevolezza di aver toccato con mano qualcosa di solido. Nello sguardo e nei gesti di perfetti sconosciuti, che con la lingua universale del dono mi hanno mostrato il modo di superare miei limiti. Di volare oltre lo steccato e desiderare di costruire cose di valore che durino nel tempo. Quel modo è la volontà. La serena convinzione di desiderarlo unita alla granitica consapevolezza che sia giusto. Per me.
La prima notte, sul Monte Maletto, ho pensato tanto. Il silenzio del bosco è assordante. A me, così abituato a tante cose insieme, ha inquietato più di ogni urlo. Viviamo l’assuefazione di quello che abbiamo e ne percepiamo il valore per il vuoto che lascia quando improvvisamente non c’é più. Ma non è la sua assenza a turbare, ma proprio il vuoto. Il buio e il silenzio sono uno specchio: riflettono quello che abbiamo dentro. Ci circondiamo di tante cose fuori, facciamo, disfiamo, corriamo. Tutto questo per non guardare dentro. E’ un pozzo profondo. Ma per qualche giorno all’anno la luna piena ne rischiara il fondo. Nella solitudine ho provato tante cose. Alcune di queste le ho condensate su carta.
Stasera rileggendo quelle parole di qualche mese fa mi sono stupito: la montagna mi ha fatto un altro regalo. E’ come se mi fossi scritto quelle cose per questo momento. Non sono stato in grado di comprendere e padroneggiare bene questo cambiamento. Forse se fossi stato più veloce le cose oggi sarebbero differenti. Ma un’arancia può forse decidere quando maturare?
Le parole che scrissi allora sono per me, adesso. Sono stelle per non perdere la direzione. Sono un chiaro segnale che quello sceso dalla montagna non era lo stesso che era salito.
Non mi serviranno a migliorare una situazione che vivo con estrema difficoltà. Ma mi hanno mostrato che non è sempre la solita storia. Perché a differenza delle altre volte io sono diverso. Una piccola grande consolazione, non sentirmi incatenato a corsi e ricorsi storici.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 10 dell'anno 2010.
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Tanti auguri di buon anno.
Inizio dalla parte scontata perché è più semplice.
In realtà questo post doveva essere nell’idea originaria il titolo di coda del mio 2009, una summa poco teologia e molto pratica come se ne dovrebbero fare in questo momento così magico che è Capodanno. Magico come l’istante in cui l’inspirazione diventa espirazione ed il miracolo del respiro si ripete.
Il mio bilancio mi soddisfa. Ho vissuto pienamente alti e bassi, e come un surfista sulle sue onde, me la sono giocata e mi sono divertito, fra cadute ed onde memorabili.
Esattamente un anno fa, ad inizio 2009 stavo seduto ad immaginare l’anno appena vissuto. Mi vedevo intento a coltivare e far crescere il mio albero, così voluto, così pianificato. Ed ecco che questo brucia, contro ogni mia volontà, in beffa ad ogni sforzo.
Dalle sue ceneri, concimate con le lacrime del mio dolore è venuto fuori un piccolo bosco.
Ogni albero nuovo e inaspettato sono le persone che ho incontrato o ritrovato in questo anno. Scarto l’idea di una lista perché sarebbe davvero lunga. Un anno incredibile, proprio perché nulla è andato come mi aspettavo. Un anno pieno di affetto ed emozioni solide in mezzo a tanta precarietà. Un anno che mi ha fatto scoprire l’importanza delle persone, delle relazioni incondizionate, delle passioni autentiche.
Abbozzando la lista mi sono stupito di quante persone avrei da ringraziare, di quante persone hanno condiviso con me piccole gioie e momenti difficili. Nel buio delle difficoltà spesso ci lamentiamo di non avere la luna in cielo a fare chiaro, ma è quando la luna si nasconde che il cielo si accende di luce autentica.
Ho avuto un 2009 felice ma non facile e apparecchio la tavola di questo 2010 con ancora tanto appetito.
Grazie ad ognuno di voi che ha fatto parte del mio 2009, grazie a tutti quelli di voi che ci vorranno essere anche in questo 2010.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 2 del mese 01 dell'anno 2010.
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Oggi non sono riuscito a concludere molto. Ci sono momenti che non riesci a fare nulla e anche non fare nulla ti risulta insopportabile. Prendendomi un giorno di pausa mentale, mi sono buttato su Flickr a navigare in mezzo a 4 anni di foto.
Una delle cose che i social media di permettono di fare è creare un’enorme archivio di momenti vissuti.
Riguardando foto passate non posso che constatare due cose: la prima è che pochissime di quelle persone fanno ancora parte della mia vita ora, e che moltissime di quelle coppie non sono più tali. La seconda, più importante, è che ognuno di quei momenti mi ha riempito. Ho avuto finora una vita sorprendentemente fortunata e felice. E mi sento ricco. Di una ricchezza che i soldi sono carta straccia.
La gioia di ieri è il vento in poppa di oggi.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 11 dell'anno 2009.
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Ci sono canzoni o melodie che sono colonne sonore perfette per taluni momenti e certe situazioni. Poi ci sono luoghi e situazioni che sembrano essere disegnati apposta per una canzone. Magari hai ascoltato quella canzone miliardi di volte, ma improvvisamente una sera, in un definito punto dell’Universo quella canzone fiorisce.
Tocca l’apice in un istante e sembra che luogo e canzone siano ritmo e melodia della stessa musica. E’ così da Maciachini a Farini, se passate ascoltando High and Dry. Un sabato notte. E tutto il maghreb di Viale Jenner mi osserva sospettoso da un lato, mentre dall’altro lato gli impasticcati evasi dall’Alcatraz mi attraversano con lo sguardo come fossi soltanto uno dei loro tanti fantasmi colorati. In mezzo un’onda che sparge Radiohead in un inglese riarrangiato.
La felicità è un lusso che non si compra con il denaro ed è più difficile da coltivare della marijuana. Ma è alla portata di chi conosce la risposta a questa domanda: vale la pena di smettere di sognare solo perché ci si dovrà svegliare?
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 18 del mese 10 dell'anno 2009.
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Chimera è un nuovo progetto a cui sto lavorando in segreto con altri fidati compagni di viaggio. Meno di dieci persone ne conoscono l’esistenza e solo 4 hanno un’idea di cosa sarà davvero.
Ma Chimera è anche il nome che potrei dare a questo mio periodo. Un periodo fluido e denso di colpi di scena quasi quotidiani. Di quelli che non ti aspetti. Chimera, come l’animale mitologico popolare nei bestiari. Chimera, come qualcosa che è tante cose differenti allo stesso tempo. Al punto che non sai cosa sia.
E’ un periodo oggettivamente pieno di difficoltà, eppure sono felice. Sento che dentro mi è ritornata quella incontenibile voglia di fare, di essere, di sfidare di correre, di combattere. Ho la voglia di fiorire, con impeto, come dopo un inverno passato a covare sotto la neve. Ho voglia di mordere, bruciare, consumare, cadere, rialzarmi e ricominciare. L’autunno è alle porte, ma la mia primavera inizia adesso.
La seconda parte del titolo del post parla della mia barba, perché mentre ero alla ricerca di un metodo innovativo per tracciare lo sviluppo del progetto, avendo scartato l’ipotesi tatuaggio e l’ipotesi delle lame, ne ho trovato uno che ho deciso di adottare: finché il progetto non avrà raggiunto la milestone che ho deciso, non mi taglierò più la barba. Chi mi conosce sa che porto con sofferenza la barba. Ed in effetti ho iniziato a grattarmi come un barboncino. In foto la mia barba dopo 7 giorni. Diventerò talebano?
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 09 dell'anno 2009.
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Quando ero bambino l’estate aveva un sapore magico. Senza nome. Era un misto fra la scoperta di mondi nuovi e la serenità di un tempo che passa senza essere contato. Questa estate che ormai si appresta a lasciarmi è stata quella che più mi ha regalato simili emozioni. Ringraziare tutti quelli che ne hanno fatto parte, e tutte le emozioni grandi e piccole che mi hanno dato, sarebbe davvero difficile. Così pochi mesi e così tante persone.
Sarà l’ingratitudine dell’ultimo morso, ma finora ho cavalcato queste emozioni, alcune anche molto grandi, senza esserne disarcionato. Mi manca quella sorpresa, quell’ultimo piccolo gesto che riassume e condensa un’estate, che vive eterno della fine quotidiana di tante emozioni che proprio per questo, anziché svanire si alimentano sempre, come fiumi che morendo in mare aperto diventano acque immortali.
Voglio entrare in settembre con il sapore incredulo della meraviglia che ti disarciona. Vorrei che questa benedizione di abbondanza si fotografasse in un ricordo sintetico, vorrei sentire di nuovo quell’impeto che dal petto muove ed è in grado di creare nuovi mondi.
Voglio essere ancora di più seppellito nella sabbia di questa estate, voglio solo la bocca fuori per continuare a ridere mentre l’oceano azzurro si nasconde, la sabbia bionda mi solletica le narici e la fiducia nel futuro mi abbraccia.
Qualsiasi cosa sarà domani, i momenti sono eterni, perché sono morti oggi.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 21 del mese 08 dell'anno 2009.
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Nonostante io scriva solo per me, a volte capita che dedichi i miei pensieri a qualcuno, come nel caso di Sofia. Il post che segue vorrei pure dedicarlo a qualcuno, alcune persone che in questi ultimi due mesi ho conosciuto, o che conoscevo da tempo. Persone la cui vicinanza simultanea, così differente e così densa di sfide molto diverse, mi ha fatto scoprire cose nuove di me e della storia che sono. Spesso, anche se inconsapevolmente, siamo specchio per gli altri. Queste specchi sono (stati) per me G. A. e F. a loro va la mia gratitudine, pur essendo io una macchia di inchiostro nelle loro, di storie. E proprio per questo.
Tutti noi viviamo storie, tutti noi siamo storie. Ci innamoriamo delle storie, cerchiamo la poesia e la troviamo in una storia raccontata bene, di bell’aspetto o con una trama originale. Viviamo assuefazioni da storie, che ci spingono fra le braccia di altre storie, diverse dalle prime.
Ci sono storie belle e brutte, storie di successo e storie stereotipate. Ci sono storie uguali a tante altre e storie che rifulgono nell’omogeneità come stelle di notte. Ci sono storie immobili come astri per una vita che poi si accendono in modo repentino e spettacolare per regalare un ultimo istante colmo di quell’intensità che ha riposato quieta per troppo tempo.
Il problema non è che ci innamoriamo delle storie, ma che qualcuno non sa che l’essere umano è una storia. Il dramma è quando non riusciamo a vedere che una storia si prende o si lascia, non si cambia. Una storia piace o non piace, ma non si riscrive.
Forse ci sono storie scritte a quattro mani, ma di certo non esistono storie scritte in brutta copia prima di essere vissute.
Ci sono storie dentro le storie, alcune le sto vivendo adesso e non so che finale avranno. Sono episodi della trama principale. Sono esse stesse trama. Alcune di queste storie sono storie avventurose, attive, non scontate e che nascondono misteri dietro apparenze semplici. Mi piacciono queste storie, ma il tempo per viverle giunge al termine, e presto mi troverò immerso in altre storie. Resterà la gratitudine ed il piacere per averle sfiorate con gli occhi.
Resterà forse il rimpianto di aver desiderato un pagina in più, più a fondo nel libro. Ma in fondo le storie, esattamente come le persone, non vanno forzate. Se il tuo ruolo è quello della comparsa, è saggio onorare la storia senza cercare di essere protagonista, accentando il finale che la storia ha in serbo per te. Che è poi l’incipit di una nuova storia, diversa.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 08 dell'anno 2009.
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