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Il Passato e la Macchina del Tempo

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Hai mai sognato di viaggiare nel tempo? Di avere una macchina del tempo personale? Come sarebbe?

Il sogno dell’uomo sembra essere quello di piegare il tempo: tornare indietro sapendo cosa succederà è un’altro modo di prevedere il futuro, è un altro modo di cercare di barare, di eliminare le difficoltà che inevitabilmente dobbiamo affrontare e che spesso ci battono. E’ un modo per arrivare ad un risultato senza capire che ciò che conta è il processo non l’output.

Da bambino sognavo la mia macchina del tempo, non per azzerare le difficoltà e gli imprevisti, ma per aumentarli: per vivere avventure e conoscere mondi ed epoche diverse dalla mia. Ma una macchina del tempo non si può ancora avere. O no?

E’ possibile viaggiare nel tempo? Si. E quello che serve per costruire la propria macchina del tempo personale non è neppure così fantascientifico: possono bastare due occhi ed un sorriso, ti ci immergi dentro e la realtà diventa per un attimo meno solida, dietro la crosta sbiadita del presente intravvedi il passato e un futuro che poteva essere, viaggiando in un tempo che per un attimo1 smette di scorrere in un solo senso anche se non diventa palindromo.

Il presente che hai imboccato non è la rinuncia a migliaia di altri futuri paralleli mai nati, ma è il respiro di una libertà reale che si costruisce scelta dopo scelta modellando la sua forma in conseguenza a ciò che scartiamo.

Stasera brindo a quello che poteva essere e non è stato, ma che vive proprio in virtù della propria assenza in quello che sono.

  1. che non è quindi più tale []
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 11 dell'anno 2009. 3 commenti — .

Dare Senso alle Cose

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Guardando una statua di Canova o di Michelangelo, risulta difficile credere che l’autore non abbia amato profondamente ogni singolo centimetro quadrato della sua opera. Risulta impossibile credere che non abbia amato il marmo dal quale, come una lunga gestazione, ha partorito la statua.

Eppure, per un simile capolavoro è la violenza lo strumento indispensabile: quella roccia è aggredita con impeto e forza, e quello che emerge dopo ogni colpo di scalpello è qualcosa che prima non c’era ma che nasce da una privazione: nasce dall’annichilimento del superfluo che scopre la vera natura delle cose.  Dare forma significa aggredire violentemente qualcosa per modellarla. Non è violenza fine a sé stessa, né incontrollata: è un colpo feroce ed un secondo dopo una tenera carezza, è il freddo acciaio che penetra ma anche l’impercettibile lima che ritocca.

Non basta martellare la pietra per essere un Michelangelo: la differenza sta nel senso delle cose, nella capacità di vedere oltre il visibile, di dare forma con la mente a qualcosa che ancora non ce l’ha. Michelangelo vedeva il David prima che esistesse.

Senza sapere cosa si vuole, le martellate sono solo vuoto riempire il tempo che passa, cieco vagare sulla pelle bianca del marmo. Se non sai quale statua vuoi scolpire, se non hai le idee chiare, non sei tu a guidare il marmo, ma è il marmo ad importi la sua ermetica casualità.

Le ultime 24 ore sono state 24 rapidi colpi di martello. Violenti e impietosi. Hanno tolto via roba, ma non so ancora se tutto questo prenderà una forma piuttosto che un’altra. Non so cosa emergerà. Non so cosa affonderà. So però che questo cieco cozzare del martello mi arriva dentro, agitando la mia passione per il caos e il nichilismo, che sonnecchiava sazia.

L’odore dell’appiccicoso rosso suscita appetiti silenziosi.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 25 del mese 03 dell'anno 2009. 2 commenti — .

Quanti anni hai?

Dopo ferragosto è morto un mio ex-compagno di classe. Frequentavamo le elementari insieme, ci siamo ovviamente persi di vista da allora. Non eravamo particolarmente amici, ma a quell’età sei amico di tutti e di nessuno. Era un ragazzo semplice, come se ne incontrano tanti dove sono cresciuto io: arrivano presto a farsi una famiglia, lavoro non specializzato e macchina. E lui in macchina c’é morto, con la moglie e la figlia.

Ma questo non è un post sulla morte, né sul mio ex-compagno. Non è un post sulla velocità corretta da tenere né sulla difesa di chi vive in maniera semplice senza chiedere troppo alla vita (e neppure un post sull’assurda palese e costante incompetenza di chi a La Sicilia si autodefinisce giornalista senza neppure rileggere quello che scrive).

Questo post è un ragionamento. Salvatore Muzzetta è morto a 24 anni, quanti ne avrò io a Dicembre. Lui aveva moglie e figlia. A prescindere dall’opportunità o meno di avere una famiglia a 24 anni, e delle stronzate associate, il punto è che a 24 anni Salvatore aveva costruito qualcosa. Beninteso: questo non è un inno alla famiglia. Il punto è un altro.

Quando ho appreso la notizia, ho avuto una strana sensazione. Ho avuto molte più opportunità di Salvo di andare avanti nella vita. Vivo sicuramente in maniera più confortevole e ho prospettive che mai lui avrebbe raggiunto. Eppure non ho nulla. Se la morte mi cogliesse domani, non lascerei nulla. Non ci sarebbe nulla. Si porterebbe via soltanto il mio potenziale. Quello che sarei potuto diventare. Salvatore Muzzetta forse non sarebbe diventato qualcosa di diverso anche vivendo fino a 90 anni. Eppure lui aveva costruito già qualcosa.

Non voglio essere frainteso: non è una questione di scelta giusta o sbagliata, ma solo di domandarsi: per cosa vivo? A me piacerebbe lavorare con il web, avere abbastanza soldi da poter viaggiare, avere abbastanza tempo per poter leggere e crescere dei figli, approfondire sempre di più lo studio del Tao e del Taijiquan. Eppure nel momento in cui penso a questi obiettivi, in automatico il mio cervello inserisce fra me e loro una serie di step automatici: studio-laurea, lavoro, persona-giusta-famiglia, realizzazione personale-e-dopo-figli, ecc. ecc. Come se i miei (attuali) obiettivi dipendessero da questi passi intermedi. Ma in fondo chi lo dice? Chi mi costringe a seguire questa catena interminabile di passi intermedi?

La verità è che vivo in una merda di società da fast food, dove l’importante non è quello che fai ma fare qualcosa di figo. L’importante non è come fai le cose ma quante ne fai. L’importante è aspettare per evitare di sbagliare. L’importante è farsi i cazzi propri perché sopportare le rogne di oggi è sempre meglio che tirarsene addosso altre cercando di cambiare le cose. L’importante è tirare dritto ché in fondo se la disgrazia capita a lui è meglio perché non può capitare a me.

Così ti svegli una mattina che sei vecchio e stanco e ti accorgi che hai vissuto una vita di eterna preparazione e potenziale, come un atleta in perenne allenamento per una grande gara che non farà mai. Oppure hai realizzato i tuoi obiettivi, ma soltanto per passare ad altro, vivendoli giusto il tempo di passare una riga sopra la voce nella lista.

Vedo in giro troppi vecchi decrepiti, troppi anziani che vengono chiamati giovani e troppi giovani che pensano di essere bambini immaturi solo perché ancora non hanno 40 anni. No, non siamo noi nel giusto. Non può essere nel giusto un paese che ti mette in gioco quando ti è passata la voglia di giocare e ti accontenti di sopravvivere.

Salvo è morto e io sono vivo. O forse la verità è che lui è morto da vivo, e io di questo passo morirò da morto, dentro una vita pianificata dai ritmi di una società che ti costringe a scegliere fra te e gli altri, e ti da speranza di esprimere la voglia di essere solo quando non ne hai più. Non ce l’ho coi vecchi che si trascinano dentro i confini di una vita decisa in gioventù: è il destino di tutti. Ce l’ho con il fatto che i giovani (che a scanso di equivoci sono tali fino a 30 anni) siano costretti a buttare le proprie energie in una merda di lavoro in nero, senza prospettive e senza soddisfazioni.

Non vorrei emigrare. Ma nuclearizzare la penisola, ricominciando da capo. Forse sono matto, forse sono sbagliato, forse sono futurista. Ma almeno sono. In un mondo dove essere saggi è diventato rinunciare ad essere. Quella è sempre stata solo furbizia e vigliaccheria (quanto ci vorrebbe una azione ispirata ad una moderna dottrina dello zhengming).

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 08 dell'anno 2008. 2 commenti — .

Metabolizzare

Metabolizzare è una parola che usiamo spesso. Più che nel suo significato proprio, viene ormai associata alla digestione – o meglio alla assimilazione – di eventi e/o persone. Il richiamo al processo di digestione è molto appropiato: se ci pensi quando devi superare un momento difficile o quantomeno non indifferente, fatto di persone od eventi molto significativi, non si fa altro che digerirli. Nel senso che vengono interiorizzati e diventano parte di noi ad un livello così profondo da trascendere spesso la consapevolezza. Pezzi di quelle persone e di quegli eventi sono lì con noi ogni giorno, nel nostro modo di parlare, di vivere le cose, di muoverci. Sono metabolizzati, in un modo che ci piaccia o meno, ma sono diventati parte di noi, sono noi.

Una cosa su cui però si tende secondo me ad essere fuorviati, è che il metabolismo non riguarda soltanto lo spezzettare qualcosa per assimilarla. Operazione che noi spesso sottointendiamo con il termine di metabolismo. Il metabolismo è formato da due categorie di processi.

Uno di questi è il catabolismo, che è in senso proprio la degradazione di molecole complesse in molecole più semplici. La nostra concezione di metabolismo è fuorviante perché spesso si riduce a questo. Metabolizzare una persona o un’esperienza significa scomporla in frammenti minuscoli, in istanti, in gesti, in emozioni, sconnettendole dal complesso e "digerendole" una per una. Se è difficile dare un senso ad una cosa grande e complessa, diventa più semplice sezionarla, seguendo i confini di quello che ci ha fatto stare bene o male. Le cose belle metabolizzate in un modo, le altre in un modo differente. Una cosa molto cartesiana.

Eppure quello su cui non ci concentriamo troppo secondo me, è il secondo insieme di processi: l’anabolismo. L’anabolismo è l’inverso del catabolismo: costruisce molecole complesse a partire dalle più semplici. Pensaci un attimo. In un universo in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma (proposizione che mette d’accordo oriente ed occidente, misticismo e scienza), quello che tu sei e quello che tu costruisci, si produce a partire da quello che esiste già. Se il risultato è qualcosa di nuovo, un approccio nuovo, un’emozione nuova, questo non vuol dire che i suoi componenti siano nuovi. Sono riciclati.

Questo è un bene. L’anabolismo è una fase creativa tanto importante quanto la fase distruttiva. Distruggere serve ad assorbire, così come non puoi digerire un anguria intera. Ma se ci limitassimo a questo, saremmo costretti a vivere in un mondo in cui i nostri sogni e le le nostre esperienze non potrebbero eccedere la misura della nostra capacità di assorbirle di colpo. Un po’ come essere costretti a nutrirsi solo di quello che riesce a passare per intero dalla nostra bocca. Mentre con l’anabolismo possiamo costruire sogni e vivere eventi ben più grandi di quelli che possiamo immaginare.

Anabolismo e catabolismo se ne fregano di te. Esistono e basta, tanto nella digestione quanto nel tuo modo di assimilare le cose. Il punto è esserne consapevoli. Aiuta a evitare l’errore di pensare che quando qualcosa che credi solido e gigantesco crolli, sia la fine. Sia impossibile da metabolizzare. Tutto può essere catabolizzato è solo questione di tempo. E di volontà, che accorcia i tempi.

Ma non limitarti a catabolizzarlo: anabolizzalo. La merda della tua vita non è fatta di cose che ti hanno fatto soffrire, ma di cose che non sei riuscito a digerire. Le hai catabolizzate certo, ma non anabolizzate. Non le hai usate per costruirti un futuro migliore. O almeno per tentare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 07 dell'anno 2008. Nessun commento — .