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Grazie, Mamma.

Ho fatto tanti discorsi, fin qui: ho ritirato premi, accettato riconoscimenti, incassato complimenti. Ho scritto discorsi, parlando perfino a qualcuno che ascolterà fra quasi un decennio ancora.

In tutte queste occasioni, ammetto di non avere avuto sempre le idee chiare su cosa dire. Mentre sono sempre stato molto puntuale su cosa non dire.

Una delle cose che «non ho detto» più spesso è «grazie Mamma».

Ho sempre detestato voltare per la prima volta la copertina (rigorosamente dopo aver odorato il libro) e trovarla la: la mamma di qualcuno, formato dedica. Fra me e lui1, la mamma. Che c’azzecca?

Ho sempre detestato l’«uomo che non deve chiedere mai», con le mille tattiche da manuale sulle donne che puntualmente sono irretite dallo stratagemma, come topi che credono di scegliere ma sono solo dentro un sapiente labirinto di laboratorio che li condurrà solo dove qualcun altro vuole. Per poi: «scusa è mia mamma», correndo a rispondere a telefonate a qualsiasi ora, come fossero conferenze di Yalta convocate via whatsapp.

Ho sempre detestato un principio tanto evidente quanto dimenticato: sono qui, perché tu hai scelto così. Sono qui e per tutta la vita indosserò un nome che tu hai scelto, come un’etichetta marchiata a fuoco sul posteriore di un manzo. Non mi hai mai chiesto il permesso e dovrei pure esserne grato?

Ho sempre detestato la tacita, accettata e tutto sommato celebrata, idea che continui ad essere un pezzo di corpo di tua madre anche dopo quel carcere lungo 9 mesi.

Ho sempre detestato l’idea di avere un debito con qualcuno. Figurarsi con chi ti ha nutrito, pulito, protetto finché non sei stato in grado di farlo da solo.

Ma soprattutto, ho sempre detestato quella sua capacità di esserci sempre, anche quando non la penso come lei vorrebbe. Anche quando ho desiderato il biasimo e la condanna, perché io mi ero già giudicato colpevole. Essermi accanto, con un’oceano d’amore dentro il quale occorre abbandonarsi, per non rischiare di annegare in quella sua profondità.

Le madri sono l’origine della somma incoerenza, della contraddizione che rende l’Universo caotico: puoi essere sbagliato, lo sarai anche per lei, ma non per questo verrà meno il suo amore. Ho sempre pensato a lei leggendo quel passo della seconda lettera a Timoteo che recita: «certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso». Per me non è lui, ma lei.

Credo che questa somma incoerenza racchiusa dentro il significato di «Mamma», scompigli il mondo. Ne impedirà sempre l’ordine. Le mamme sono nemiche dell’ordine. Sono onde che vanno avanti e indietro incessantemente, senza una direzione pur avendo una direzione.

E no, questo non è un post per celebrare il mistero delle mamme, né per augurare loro qualcosa durante il giorno a loro dedicato.

Questo è solo un post per dire grazie alla mia, di Mamma. Non per tutto quello che ha fatto, non per la tenacia, non per le idee che ha voluto trasmettermi. Ma perché è sempre stata qui anche se io non ho mai fatto nulla come lei voleva.

  1. Notatelo: è una tendenza spiccatamente maschile. E no, le autrici non ringraziano il papà. []
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 05 dell'anno 2017. Un commento — .

Festa della Mamma

Fin da bambino fui affascinato dagli alberi. Ero inconsapevolmente d’accordo con Ovidio già allora: essere pianta doveva essere una gran maledizione.

Inchiodato al terreno, sei preda della ciclica volubilità delle stagioni. Indifeso contro tutto ciò che sulla terra ha dono di movimento, persino gli insetti possono arrecarti danno. Ti è necessario ciò che, troppo pesante per vivere in cielo, viene concesso giù con gran fragore. Tuo nutrimento è ciò che resta dei pasti degli altri: persino ciò che è infimo è prima lasciato ai vermi.

Neppure la maestosa sequoia può influenzare ciò che le accade. Eppure vive più di un uomo, il più abile tra gli animali. Non può scegliere, ma ha imparato a trasformare. L’urina in fiore odoroso. L’insetto in emissario. La carcassa di chi fa preda dei germogli diventa centimetro che avvicina al cielo. Per arrivare più in là degli altri, vincendo la gravità e contro il tempo.

Di queste virtù, una sola ne bramo: possa io sempre saper fiorire teneramente, anche dopo l’inverno più rigido.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 05 dell'anno 2013. Un commento — .