Questo è il blog provvisorio di Mushin. Leggi qui per saperne di più.

Tutti gli articoli su felicità

Dimentichi

Ieri sera ho preso una sbronza. Come non mi succedeva da anni. Da 8 anni. Da quando conobbi l’alcol, insomma. Stavo li, dicevo «l’ultimo, solo un altro ancora» ed ero felice. Non contento. Felice. Finché non devo essere crollato con un sorriso ebete in volto, trucco da gran serata mai tolto.

Stamane apro gli occhi senza capire subito dove mi trovo. La prima cosa evidente è che sono finito fuori strada. Quasi fossi un treno che, troppo carico di felicità, deragli liberandosi dei binari. Come sempre accade dopo una notte brava, la memoria non si risveglia con te. Torna bensì come la prima pioggia, quella che conosce la gentilezza dell’avvisare, goccia a goccia.

La prima parola che mi torna in mente è «dimentichi». È buffo come in una sbornia ogni discorso entri ordinato e compiuto ed esca come un ammasso chiassoso di parole.

Ma questo dis-ordinare si fa spesso un ri-ordinare. Non ricordo bene cosa volesse dire quel «dimentichi». «Tu dimentichi…», un monito? Un avvertimento? «Noi, dimentichi…», un’unione che respira alle rarefatte vette della coscienza, dove cielo e terra intrecciano le mani senza curarsi di dove inizia l’uno e termina l’altra?

Non ricordo bene. Inchiodato dallo sguardo, non mi sono preoccupato di correre dietro alle parole, indaffarato ad attendere che l’ultima lasciasse le tue labbra per poterle abbracciare con le mie.

E così questo risveglio sancisce una meraviglia: io dimentico. Quello che fu, quello che ero. Io dimentico e sono nuovo. Di più: io, dimentico di me, viaggio nel presente come una stella galleggia nel buio: senza meta. E sulla soglia di questa meraviglia oltre la meraviglia mi arresto, come dopo una notte di sbronza: il ricordo esatto di ogni cosa è negato per rispetto, ma ogni fibra del tuo corpo sa perfettamemte cos’è stato. E ne vuole ancora.

Il cuore dell’uomo fa alcova in profondità negate anche alle parole di maggiore peso.

In questa metaviglia, meraviglia oltre la meraviglia, io sfido le mie colonne d’Ercole sapendo che potrei naufragare. Ma se conto il numero dei denti lasciati nudi dal mio sorriso, scopro che, in fondo, non m’importa. La certezza di un mediterraneo conosciuto s’arrende alla voglia di un oceano per cui forse non si è mai pronti finché non si parte.

Anche se mi fa paura. Una paura che voglio accatastare con cura: legna da ardere per le notti fredde che questo viaggio attraverserà.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 03 dell'anno 2011. 2 commenti — .

Singing in Viale Jenner

Ci sono canzoni o melodie che sono colonne sonore perfette per taluni momenti e certe situazioni. Poi ci sono luoghi e situazioni che sembrano essere disegnati apposta per una canzone. Magari hai ascoltato quella canzone miliardi di volte, ma improvvisamente una sera, in un definito punto dell’Universo quella canzone fiorisce.

Tocca l’apice in un istante e sembra che luogo e canzone siano ritmo e melodia della stessa musica. E’ così da Maciachini a Farini, se passate ascoltando High and Dry. Un sabato notte. E tutto il maghreb di Viale Jenner mi osserva sospettoso da un lato, mentre dall’altro lato gli impasticcati evasi dall’Alcatraz mi attraversano con lo sguardo come fossi soltanto uno dei loro tanti fantasmi colorati. In mezzo un’onda che sparge Radiohead in un inglese riarrangiato.

La felicità è un lusso che non si compra con il denaro ed è più difficile da coltivare della marijuana. Ma è alla portata di chi conosce la risposta a questa domanda: vale la pena di smettere di sognare solo perché ci si dovrà svegliare?

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 18 del mese 10 dell'anno 2009. Nessun commento — .

Wonderfoolicity

Ci sono volte in cui mi sento felice, senza una ragione ben precisa. Sicuramente avrete provato anche voi una sensazione simile. E’ come starnutire: ti prende d’improvviso e senza una ragione particolare. Ti contagia anche se non hai motivi specifici di essere soddisfatto o allegro. Ma è una felicità particolare, aggressiva e contagiosa. Ti fa cantare a squarciagola, ti fa sentire ebbro di meraviglia. Una felicità non radicata in nulla e quindi infondata, inspiegata, disinteressata, irrazionale: felicità meravigliosamente folle.

Wonderfoolicity.

Preservare questa meravigliosa follicità contro gli assalti della realtà ragionata e razionale. Preservare il fecondo seme del caos che si nasconde nel fertile terreno della follia. Preservare la possibilità di regalare al mondo qualcosa che non sia la controprestazione di nulla, che magari non interessa a nessuno perché nessuno la richiede, che magari è spreco nel senso che nessuno la vuole, la utilizza o la collega ad un bisogno. Ma non è spreco, è traboccare. E’ essere pieni e oltre. E’ sentirsi vivi, e oltre. E’ essere senza che ce ne sia necessità. E’ vita allo stato puro.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 12 dell'anno 2008. 4 commenti — .

Della Felicità

Si dice che l’adolescenza sia fatta di sapori forti. E’ il periodo della scoperta, della grande Scoperta, quella con la S maiuscola. Tutto è nuovo, forte, colorato. Poi arriva la maturità, che però significa spesso impastarsi la bocca di compromessi, vivere in una quotidianità insipida.

Uscire dall’estremismo dell’adolescenza è un bene. Si impara a discernere i colori, i gusti, scopri le sfumature. Apprezzi e percepisci nuove prospettive di forme che pensavi di conoscere già. Il grigiore della routine, lo scolorirsi della realtà è solo l’effetto di chi non riesce ad evolversi. Un po’ come continuare a mangiare omogeneizzati a 40 anni e avere il coraggio di stupirsi del fatto che non ci stimolano di piacere come quando avevamo 6 mesi.

Una delle cose che ho imparato a conoscere meglio uscendo dall’adolescenza, è la felicità. Ho scoperto che ha un sapore delicato, non forte. Ho scoperto che non predilige una vita vissuta parlando con la bocca piena, ma dalla capacità di saper attendere il giusto attimo. Ho scoperto che non si cucina con i due ingredienti preferiti, ma è un piatto in cui occorre bilanciare in armonia tutte le componenti, in cui anche i sapori singolarmente sgraditi hanno un loro ruolo importante. Ho scoperto che non è fatta di colori forti che si contrappongono a colori deboli, ma di tonalità che sfumano lentamente l’una nell’altra. Ho scoperto che non è qualcosa da possedere, ma qualcosa da costruire. Ho scoperto che la felicità non urla, preferisce il silenzio di un sorriso. Non ostenta, perché è naturale.

Ho scoperto di essere felice nel momento in cui apprezzo la bellezza che mi circonda, gli stimoli che mi piovono addosso. Ho scoperto che la felicità non è qualcosa che ti annaffia come una benedizione, ma è l’atto di innaffiare tutto quello che ti sta intorno con il tuo amore per l’esistenza. Ho scoperto che riflettersi in un paio di occhi può essere meraviglioso, ma per quanto bello possa essere lo specchio, ti ritorna indietro quello che gli offri.

Ho scoperto che ci sono cose in grado di darti la sicurezza per camminare spedito lungo questo filo teso sopra il burrone che è la felicità. Queste cose, non ti impediranno di cadere giù se perdi l’equilibrio. Nè di farti molto male. Ma sono la mano salda a cui aggrapparsi per risollevarsi dopo ogni caduta.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 06 dell'anno 2008. Nessun commento — .