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Fallimenti

Fallimento è sinonimo di esito negativo, di insuccesso. Eppure trovo che qualcosa di così (ab)usato come il concetto di fallimento, sia incredibilmente sotto-analizzato. L’associazione quasi automatica che l’essere umano sembra quasi naturalmente portato a fare, è fallimento = assenza di risultato.

Fallisco nel momento in cui non raggiungo i miei obiettivi. Non ottengo ciò che voglio.

Eppure quante volte succede che pur non ottenendo quello che vogliamo, ci troviamo fra le mani qualcosa di meglio che neppure avevamo pensato potesse esistere? Forse il concetto di fallimento va rivisto. Forse legarlo agli obiettivi prefissati, significa dimenticare quanto è limitata la nostra razionalità. Forse, è il caso di considerare la concezione di fallimento che la Cina classica ci regala. Falliamo ogni volta che ci blocchiamo. Fallimento non è mancare l’obiettivo, ma paralizzarsi senza continuare ad andare avanti.

Sunzi (o Sun-tzu) era zoppo. Un miserabile zoppo. E’ considerato il più grande stratega della sua epoca, un’epoca in cui la guerra era all’ordine del giorno e gli strateghi erano generali che avevano dimostrato il proprio valore in battaglia, combattendo. Sunzi non poteva combattere, ed era figlio di una società superstiziosa che emarginava gli storpi. Eppure divenne il migliore stratega, comandando persino ai generali.

Ma fece di più: trasformo il suo fallimento, il suo limite a priori (la sua gamba monca) nel suo più grande successo: fece della sua diversità non la sua subnormalità ma la sua sovraumanità. Il suo genio espresso da un corpo indegno lo rese quasi un dio agli occhi di alleati e nemici.

Non bloccandosi difronte ad un assenza di risultato (poter diventare un generale), egli proseguì per la sua strada, non si fermò, e trovò un risultato ben migliore di quello che si era prefissato. In questo senso non esiste fallimento finché esiste movimento, ed il movimento è solo una questione di volontà, avendo come confini oggettivi soltanto la durata della vita.

L’essenza di ogni strategia è trasformare i propri difetti in punti di forza. Riuscire ad andare oltre i propri obietivi mancati richiede: umiltà nel riconoscere il mancato successo, distacco dalla brama di successo, volontà di andare oltre.

Si può dire quindi che falliamo ogni volta che crediamo di aver fallito, bloccandoci. E perdendoci quanto di meraviglioso c’é oltre quel piccolo insignificante obiettivo mancato o successo desiderato.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 4 del mese 02 dell'anno 2008. 3 commenti — .

Giornate di merda

Ci sono due categorie di giornate di merda: serie A e B.

Quelle di serie B sono come un tizio che ti si para davanti mentre cammini: ti punta contro un bazooka e tu pensi "merda". Sono quelle giornate che il tuo sesto senso riconosce al mattino, quando ti suggerisce di restare a letto.

Le giornate di merda di serie A sono quelle che escono dalla top10 delle peggiori di sempre solo perché lasciano il posto ad una peggiore. Sono come le mine antiuomo, non ti lasciano il tempo di pensare prima di esploderti contro. Riposano per anni, forse decenni, e ti colgono in una mattina come milioni di altre, né bella né brutta, né calda né fredda, una mattina che non aveva ancora preso una piega. Ma queste merdate di serie A hanno la capacità di esplodere nel momento peggiore, ti capita di metterci il piede sopra mentre sei a passeggio con i tuoi sogni più cari.

Ed è allora che ti accorgi che più male del tuo intestino che si srotola per metri intorno a te, più male della tua gamba che ti fissa beffarda dall’alto dell’albero a cui è appesa, più del tuo ex-occhio compresso fra il terreno ed il tuo mozzicone di braccio, il tuo dolore folle proviene dal sapere di essere resposabile dell’aver trascinato nella tua malasorte quello che avevi di più caro e che stringevi follice in mano poco prima.

Le giornate di merda di serie A non te le scordi perché colpiscono quello a cui tieni più di te stesso.

Gli errori capitano, anche se metti impegno nell’evitarli. Solo una cosa è peggiore di non essere perdonati da chi li ha subiti. Non sapersi perdonare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 01 dell'anno 2008. Nessun commento — .