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Cosa Fare per Evitare la Sofferenza? Abbracciarsela Stretta.

393879108 fd20c73825 Cosa Fare per Evitare la Sofferenza? Abbracciarsela Stretta.

Una metafora che ho usato altre volte per spiegare la mia idea di amore è quella del fiore. Mi resi conto in passato di come io interpretassi l’amore per una persona come fosse un fiore: fragile, andava protetto, colorato, era sempre accarezzato con lo sguardo, tenero, andava nutrito e curato, profumato, non doveva mai stai lontano dal dalle mie nari.

Lo curavo come se dovesse vivere in eterno, lo vivevo come se fosse stato creato per me. Il mio amore.

Ho perso molti fiori in questo modo, ed ogni volta mi sono sentito profondamente sbagliato. Mi rimproveravo di aver fallito, di aver sbagliato tutto, di non aver fatto abbastanza. Ho pianto, perché rivolevo indietro il mio fiore. Ho sofferto, perché se lui era appassito allora avevo perso il mio tempo.

Poi ho scoperto che l’amore non è il fiore: il fiore è solo il suo frutto. L’amore è il campo, è la terra che custodisce quel nulla per la vista che racchiude già un miracolo di fragilità e profumata bellezza pronto a inondare di colore il mondo: il seme. L’amore è immortale come la terra, il modo in cui si manifesta è caduco come un fiore.

Se la manifestazione dell’amore è così fragile e mortale che nonostante richieda infinite cure ed attenzioni, muore comunque come un fiore, ha senso cercare e vivere l’amore? Perché dargli importanza? Se è una sofferenza così inevitabile, per quale perverso motivo dovremmo gioire se sappiamo che che la nostra gioia di oggi sarà il dolore di domani?

L’amore è. Non si può impedire all’amore di manifestarsi, così come non si può impedire ad un campo di far germogliare i fiori. Il dolore e la paura che viviamo sono solo il nostro attaccamento alla manifestazione dell’amore: persone, luoghi, esperienze. Fermare la naturale morte delle esperienze è come cercare di far cambiare il corso di un fiume chiedendogli di scorrere al contrario, oppure piangere perché non siamo riusciti ad impedire al sole di tramontare.

Ma i fiori poi muoiono davvero? Ogni petalo perso così come ogni lacrima pianta, ogni fiore appassito così come ogni persona che è uscita dalla nostra vita, ha lasciato un segno. Invisibile ma solido. Ogni fiore che muore così come ogni fallimento che viviamo fertilizza il terreno del nostro amore rendendolo più ricettivo, meno sterile. I fiori di domani vivono dei loro fratelli appassiti così come le esperienze che viviamo oggi sono condizionate da quello che abbiamo già vissuto. L’unico modo per imparare ad amare è amare incondizionatamente.

Non è stupendo? Quello che rende immortale l’amore non è una persona che ti sta sempre accanto, ma la tua capacità di non identificare in lei il tuo amore. Non significa che il tuo amore sia per tutti come ogni campo cresce fiori differenti. Né che il tuo amore si possa dare a tutti, perché un campo per mantenere un fiore si impegna, lavora, e crescere un fiore bellissimo spesso significa dedicarsi solo a quello.

Se hai amato non hai sbagliato. Se hai fallito hai solo imparato a crescere meglio un fiore. Se ti senti in colpa è solo perché non hai accettato che i fiori non muoiono e non nascono: si trasformano.

Quindi se di recente hai perso un fiore ci sono due cose che ti consiglio di fare: la prima è non rimuoverne i resti dal tuo campo, al contrario devi farli abbracciare alla terra, il più in fondo possibile affinché diventando per sempre parte di te quel dolore possa fertilizzarti. La seconda cosa che ti consiglio è di avere pazienza e sorridere: è il modo migliore per aspettare la prossima primavera.

Il miglior modo di superare una sofferenza non è quello di evitarla o resistergli, ma di abbracciarla stretta correndole incontro. Prima il fiore morto è abbracciato dalla terra, prima la fertilizza aiutandola a crescerne uno nuovo e più bello.

“Per arrivare al giorno non c’é altra via che la notte” (Gibran).

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 11 dell'anno 2009. 7 commenti — .

Dare Senso alle Cose

2826596425 15d8e410df b Dare Senso alle Cose

Guardando una statua di Canova o di Michelangelo, risulta difficile credere che l’autore non abbia amato profondamente ogni singolo centimetro quadrato della sua opera. Risulta impossibile credere che non abbia amato il marmo dal quale, come una lunga gestazione, ha partorito la statua.

Eppure, per un simile capolavoro è la violenza lo strumento indispensabile: quella roccia è aggredita con impeto e forza, e quello che emerge dopo ogni colpo di scalpello è qualcosa che prima non c’era ma che nasce da una privazione: nasce dall’annichilimento del superfluo che scopre la vera natura delle cose.  Dare forma significa aggredire violentemente qualcosa per modellarla. Non è violenza fine a sé stessa, né incontrollata: è un colpo feroce ed un secondo dopo una tenera carezza, è il freddo acciaio che penetra ma anche l’impercettibile lima che ritocca.

Non basta martellare la pietra per essere un Michelangelo: la differenza sta nel senso delle cose, nella capacità di vedere oltre il visibile, di dare forma con la mente a qualcosa che ancora non ce l’ha. Michelangelo vedeva il David prima che esistesse.

Senza sapere cosa si vuole, le martellate sono solo vuoto riempire il tempo che passa, cieco vagare sulla pelle bianca del marmo. Se non sai quale statua vuoi scolpire, se non hai le idee chiare, non sei tu a guidare il marmo, ma è il marmo ad importi la sua ermetica casualità.

Le ultime 24 ore sono state 24 rapidi colpi di martello. Violenti e impietosi. Hanno tolto via roba, ma non so ancora se tutto questo prenderà una forma piuttosto che un’altra. Non so cosa emergerà. Non so cosa affonderà. So però che questo cieco cozzare del martello mi arriva dentro, agitando la mia passione per il caos e il nichilismo, che sonnecchiava sazia.

L’odore dell’appiccicoso rosso suscita appetiti silenziosi.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 25 del mese 03 dell'anno 2009. 2 commenti — .