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Tutti gli articoli su difficoltà
Le scelte più difficili della nostra vita non sono quelle rischiose. La presenza del rischio, elevato o meno, presuppone certezza. Il rischio infatti per esistere deve essere calcolabile: le scelte rischiose sono quelle per cui puoi calcolare le conseguenze del verificarsi di un evento. Sai quali sono gli eventi possibili. E fra questi riesci magari a calcolare i probabili. Non sai è quale effettivamente si verificherà.
Le scelte più difficili sono quelle incerte. Quelle cioè per cui non puoi neppure calcolare il rischio. Perché sono aperte, perché hanno conseguenze inimmaginabili.
Innanzi a questo caos fertile mi sono spesso sentito smarrito. E ho sempre trovato tanti consigli, tutti offerti con le migliori intenzioni. Ma spesso tutti contrastanti: la vita è un cielo stellato su cui ognuno si diverte a tracciare costellazioni uniche, con la punta del dito.
Molti possono aiutarti a capire cos’è l’acqua, descrivendotela al meglio delle loro possibilità. Ma il contributo più utile resta un calcio ben assestato che ti spinge giù, proprio nell’acqua.
È per questo che seppure con il terrore nel cuore, mi lancio nel caos. Prendendo la direzione opposta a quella consigliata. In fondo ad essere pericolosi sono i consigli «giusti», quelli che anticipano l’esperienza privandoti del viaggio. I consigli «sbagliati» sono invece una costosa benedizione: sono sempre l’inizio di un viaggio.
Accetto sempre di ascoltare consigli. Ma di rado li seguo. Non perché spesso non anticipino correttamemte le cose. Né perché io creda di essere migliore di chi li dispensa. Solo perché a me piace viaggiare, non essere teletrasportato alla meta.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 25 del mese 01 dell'anno 2011.
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Costruiamo muri con la speranza che qualcuno li valichi. Facciamo cose per dimenticarne altre. Chiudiamo per bene a chiave verità solo perché speriamo che qualcuno possa trovarle. I tesori più importanti non li conquisti con la punta della spada, ma con quella della vanga. Gli uomini che trovano la loro fortuna non attraversano la folla che li acclama, ma si muovono di notte furtivamente.
Quest’anno ho avuto conferma di una cosa che avevo osservato già anni addietro: se acquisti senza fatica qualcosa, o è rubata a qualcun altro o non è di valore. Senza sudore non si conquista nulla di duraturo.
Costruiamo alte torri in attesa che qualcuno le scali. Rinforziamo le nostre porte solo per misurare la determinazione di chi le abbatte. Ci rendiamo difficili per essere costosi.
Le cose di valore hanno un prezzo alto.
Ma non tutte le cose costose, sono di valore.
Non voglio scoprirti uccidendo draghi, o sopravvivendo a labirinti mortali. Le cose semplici non sono meno difficili delle artificiose. E’ più difficile trovare la tua foglia in un bosco, che dentro un labirinto costruito apposta. E’ più difficile sbucciare l’arancia giusta che perquisire un castello. Sfiorarsi è più difficile che rincorrersi.
I migliori versi d’amore non stanno nei sonetti. Ma sulla punta delle labbra.
Ed è li che è più difficile andarli a prendere.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 12 dell'anno 2010.
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Una formica può volare?
Cosa c’é di così sconvolgente nel pensiero che il destino di ciascuno di noi sia abbozzato nei nostri geni? Che quello che siamo, le risposte che diamo, le strade che prendiamo dipendano dalla forma che abbiamo.
Ma se anche così fosse non sappiamo nulla di noi. Partiamo da una totale inconsapevolezza. E acquistiamo consapevolezza solo vivendo. Agendo. Sbagliando. Un po’ come il faro della bici che illumina solo se ti muovi. E in questo movimento impariamo che forma abbiamo, ma contemporaneamente la modifichiamo, perché siamo esposti ai fallimenti e ai desideri. E’ lo stato di proto-tipo. Sul prototipo agisci continuamente per migliorarlo, perché sarà l’elemento su cui produci la serie. Siamo abituati a pensarlo come una prova, una sorta di stato ibrido fra il nulla e la perfezione, un equilibrio sub-ottimale.
E invece un proto-tipo non viene mai finito: è sempre in fieri. E’ sempre alla ricerca di sé stesso. Ha la sua identità riconoscibile ma può essere nuovo ogni giorno. Diventa proto nel senso originario del termine: è il primo. Primo non perché migliore degli altri. Primo perché è nuovo. E’ diverso e unico. Forse dopo ne verranno altri simili. Ma la prima alba è sorta per lui. Non è una versione incompleta di qualcos’altro. E’ sempre sé stesso ed è incompleto solo perché sta diventato sé stesso. Non è una tautologia, ma più autopoiesi. Il prototipo è il primo ad affondare l’impronta sulla nevicata immacolata.
Alla formica in sorte è negato il volo. E anche all’uomo.
Ma l’uomo non accettando il suo destino si è fabbricato ali, polmoni d’acciaio e ruote, per andare lontano. Per capire di più di sé. E della sua forma. E solo questo divieto della natura, questo costante e frustante scoraggiarlo, ne ha temprato carattere e sogni, portandolo lontano. Gli aristoi non sono tali per nascita, ma per cittadinanza. Non sono quelli che hanno scampato la rupe alla nascita. Sono quelli buttati giù dalla rupe e risaliti centimetro dopo centimetro, unghia spezzata su unghia spezzata. Gli aristoi sono quelli che si oppongono agli ostacoli, anche se non sanno ancora dove questo li porterà. Sono Prototipi. Si muovono e si muoveranno sempre, perché sanno che l’importante non è la meta ma il viaggio. E sanno essere grati all’odio, edificando cattedrali con i sassi che vengono loro tirati.
I prototipi hanno una forma, che è il loro destino. Ma è una forma che non esclude altre forme. E’ una barca che se non c’é vento viaggia a remi. Ma viaggia sempre.
Forse il destino di tutti noi è scritto. Ma se è così per i prototipi ne esiste più d’uno.
Auguro ai prototipi di non raggiungere mai una forma definitiva. Ma anche di non rifiutare di assumerne una. Auguro ai prototipi di non smarrire mai la passione per questo gioco e la fame di nuove frontiere da conquistare.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 12 dell'anno 2010.
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La differenza fra una difficoltà e un’avventura è solo nell’entusiasmo che ci metti.
Questo periodo di grandi cose mi ha fatto venire una fame incredibile di cose semplici, come immergersi in uno sguardo, percorrere con un dito una vallata di pelle morbida, assaggiare labbra che sanno di amore.
E l’augurio che mi faccio non è quello di trovare tutto questo quanto prima. Ma di non cedere al desiderio di volerlo avere quanto prima. Che in questo periodo di grande frastuono e urla, io possa sentire al momento giusto quando suona la musica giusta.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 02 dell'anno 2010.
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Questo periodo così duro e contemporaneamente fecondo, mi sta insegnando un’infinità di cose. Sto imparando più in questo anno che negli ultimi 3 anni di placida navigazione in acque conosciute.
Se dovessi riassumere il periodo e quello che mi sta insegnando sceglierei senza esitazione questa frase: la differenza fra un’avventura ed una difficoltà è tutta nell’entusiasmo che ci metti.
Il futuro è denso di sfide imperscrutabili ed il presente mi propone senza sosta ostacoli da saltare, ma esattamente come navigare tra le rapide di un fiume quando hai l’equipaggiamento e l’attitudine giusta può essere un gran divertimento, anche vivere questo periodo incredibilmente duro e minaccioso mi regala soddisfazioni, mi fa sentire vivo ed anche se bagnato ed acciaccato, mi va ancora di giocare.
Soprattutto con i compagni di avventura nuovi e meno nuovi.
E la mia fame di avventura per la prima volta mi spinge ad osare oltre ogni prudenza, e così oggi un piccolo seme piantato diversi mesi fa ha bucato la terra per la prima volta, in maniera timida e silenziosa. Questo semino ancora fragile si chiama yoc.to e ha davanti sfide spaventose ed enormi. Ma non meno incredibili del miracolo che è vedere il suo primo germoglio poco fuori la terra che ancora lo protegge.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 8 del mese 10 dell'anno 2009.
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Oggi mi sono successe due cose molto simili.
Ho visto un appartamento al mattino e ho promesso che avrei dato una risposta alla sera. Ho fatto mezza città perdendo 2 ore perché avevo perso il numero e sono tornato per dire che non prendevo l’appartamento. Potevo benissimo fregarmene, dato che non prendevo l’appartamento. In fondo non è colpa mia se il numero non l’avevo più.
Tornando ho deciso di spendere i miei ultimi 3 euro in una pizza. Dopo il primo morso è andata a fare compagnia al pattume indifferenziato nei cestini pubblici. Potevo benissimo finirla ormai, dato che l’avevo pagata. In fondo non potevo sapere che facesse così schifo, ma era pur sempre commestibile.
In entrambi i casi ho fatto qualcosa che la maggior parte della gente non avrebbe fatto, perché anti-economico. In termini di denaro, di tempo. In fondo occorre trovare un giusto compromesso nelle cose, no?
E’ vero, la vita è fatta di compromessi. Ma non di corruzione. La differenza sta nell’avere ben chiaro cosa si è. Avere ben chiaro cosa si è, non è facile perché la vita è dinamica e anche quello che siamo muta. Però non vuol dire non darsi dei limiti, dei punti di riferimento. Puoi ad esempio sapere con più facilità cosa non sei. Avendo chiaro un limite, sai che il compromesso non ti corrompe, perché lo stesso compromesso ha un limite. Se permetti al compromesso di vivere al posto tuo, di decidere contro quello in cui credi, allora è corruzione.
Succede che a volte le eccezioni sembrino la strada semplice. Lo sono in effetti. Nel breve periodo. Il compromesso appare la soluzione più vantaggiosa solo perché la meno costosa. I corrotti e gli integralisti hanno vita facile. I primi vivono subendo compromessi sempre, i secondi non ne fanno mai. Entrambi rifiutano il confronto. In mezzo c’é chi vive di compromessi ma rischia di essere risucchiato da questi due estremi.
Per non essere integralista-apriorista, sono venuto a Milano, per mettermi in gioco. Per non diventare un corrotto che vive appendendo al muro della contingenza i propri sogni e principi, ho preferito dire basta, arrivare a piedi fino alla casa di una vecchia o buttare via una pizza che non volevo pur avendone desiderio.
E’ una linea. Sottile. Eppure è una linea che traccio io, e che è lì per me. Se la valico di un millimetro o di un metro, è uguale. A quel punto la linea non c’é più, anche se l’ho tracciata. Avere il coraggio di scendere a compromessi senza diventare corrotti è un sfida non semplice.
Io non sono un ottimista. Sono uno che ha fiducia. E non ho fiducia perché credo nel lieto fine. Ma perché la fiducia è come una candela accesa quando tutto è buio: non vedi nulla comunque, ma è pur sempre meglio che andare senza.
Adesso è tutto un grande caos. Ma non è una scusa per smettere di essere me stesso. Anche se questo è il momento peggiore per esserlo. E’ un momento che mi costringe al compromesso. Ma non mi lascerò corrompere.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 30 del mese 04 dell'anno 2009.
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Uno dei libri che più amo è “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Lettura inscindibile da “La Tregua”. Uno dei momenti che più mi colpì della vita di Levi nel campo di concentramento, fu l’incontro con un uomo che si lavava alle latrine del campo.
Levi pose la domanda che qualsiasi lettore si pone a quel punto del libro: perché lavarsi, ogni mattina? Dopo aver descritto lo stato inumano in cui versavano gli ebrei rinchiusi e sterminati dai nazisti, un’operazione tanto banale quanto quoditiana come il lavarsi risulta completamente fuoriluogo in quel contesto. La cura, la dedizione nel lavarsi con un’acqua sporca e che quindi non pulisce, rende l’azione di lavarsi completamente inutile, insensata.
Perché l’uomo si lavava meticolosamente con l’acqua sporca? La sua risposta è molto importante: per non dimenticare. I nazisti hanno ucciso milioni di persone. Ma non è stata questa la loro vittoria. La loro vittoria fu riuscire a far credere ad una moltitudine di esseri umani che loro fossero sub-umani. Qualcosa al di sotto. Spersonalizzazione, pressioni e torture.
Perché lavarsi? Per restare umano. Per ricordarsi ogni mattina che nonostante si venga trattati da bestie, non si è bestie. Per ricordarsi che nonostante da anni si sopravviva senza certezze nel fango, non è questa la propria vita.
La lezione di quell’uomo è una lezione preziosa. Le difficoltà della vita non sono pericolose perché ci portano via oggetti o energie. Sono pericolose perché se prolungate tendono a farti dimenticare chi sei. L’eccezionalità dei momenti difficili richiede forse sacrifici eccezionali, ma mai, per nessun motivo bisogna scivolare nell’oblio di sé dimenticandosi chi si é, e soprattutto cosa si vuole, a cosa si tiene, in cosa si crede.
Da qui l’importanza di piccole azioni quotidiane che legano passato e presente, azioni senza tempo, memoria solida.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 01 dell'anno 2009.
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