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Ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro…
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 18 del mese 04 dell'anno 2009.
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Alle iene un servizio sulle chat. Instant Messaging piu’ che altro. Quattro ore di esperimento per mostrare come i minorenni cercano sesso. O meglio qualcuno che si masturbi con/per loro, o anche semplicemente li stia a guardare. Quattro ore per mostrare adulti maschi in cerca di tenere ragazzine da usare.
Troppo facile. Troppo facile dire “ecco che succede quando i vostri figli si collegano”. Troppo facile fare finta che basti non usare internet per ovviare a genitori che non sanno essere tali. Troppo facile addossare allo strumento l’assenza di valori di chi lo utilizza.
La censura non e’ protezione.
Il vero orrore non e’ un trentenne che si masturba davanti una tredicenne. E’ presentare questo come responsabilita’ di un mezzo di comunicazione, ignorando che quello stesso media ha aperto potenzialita’ mai viste prima per lo sviluppo dell’umanita’ migliorando la vita di molte persone. Il vero orrore è vivere in un tempo ed in un luogo, l’Italia di oggi, dove non si riesce ad arrivare al cuore del problema, dove ci si accontenta del sensazionalismo della superficie.
Il vero problema è presentare sillogisticamente qualcosa, in un mondo che ha smarrito il senso critico.
Bruciamo internet, luogo di perdizione e pedopornografia, luogo che trasforma giovani innocenti (“non ruberesti mai un auto…”) in ladri senza scrupoli (a cavallo di un mulo), luogo dove dipendenti modello si trasformano in perdigiorno (navigando fra i profili di facebook).
Io internet continuo solo ad usarlo di più, di fronte a questa parata di luoghi comuni e banalità superficiali nate morte. Perché è l’unico media che mi permette un reale contraddittorio.
L’unico media che fa male è quello che non si usa senza consapevolezza.
E la responsabilità non è del media, ma della società in cui crescono i ragazzi. E una società che li cresce imboccandoli con estremismi e superficialità, non può stupirsi se nella loro personale ricerca di risposte sul mistero che è la vita, essi restino affascinati dal lato oscuro delle cose: in un mondo finto e in una società senza risposte, il lato oscuro è l’unica cosa viva che vedono. Perché appare come l’unica che gli parla direttamente e che dia emozioni vere.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 03 dell'anno 2009.
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Il problema di questi tempi, soprattutto in questo paese, non è che le vecchie risposte non funzionano più. Il problema non sta nel fatto che non abbiamo soluzione ai problemi di oggi. Il problema, analogo a quello affrontato da Confucio nella sua vita, e tipico di ogni epoca/contesto di decadenza, è che si è smarrito il contatto con la realtà.
Il problema è che utilizziamo vecchi nomi per intendere cose nuove. A cui associamo soluzioni antiche, che non funzionano non perché siano sbagliate ma perché solo la superficie dei nomi è rimasta apparentemente inalterata, ma la sostanza delle cose è cambiata davvero.
Così a livello collettivo chiamiamo ancora “democrazia” qualcosa che con un popolo non ha nulla a che fare. Un modo di prendere decisioni che formalmente si basa sulla partecipazione del popolo, per il popolo, ma che nella pratica coinvolge e riguarda meno della metà della popolazione che vive stabilmente su un territorio soggetto alle regole prodotte dalla democrazia.
Chiamiamo “informazione” un flusso altamente omogeneo e filtrato di dati, quasi privo di contraddittorio, come se l’informazione fosse un oggetto e non un processo dialettico che si nutre di pluralismo delle fonti e che non può quindi prescindere dall’individuale senso critico.
Chiamiamo “capitalismo” una forma di parassitismo economico di coloro che non accettano il verdetto del mercato che però in concorrenza producono efficienza, e pretendono di restare in vita utilizzando le loro risorse per forzare di notte quelle stesse regole che poi invocano come sacre quando a soccombere è qualcun altro.
Chiamiamo “comunismo” un modo di fare politica per lo Stato e dentro lo Stato.
Definiamo infine “liberale”, il sopruso sulla altrui libertà di scelta.
Ma la cosa che mi sconcerta di più è il pressapochismo con cui la parola libertà viene usata dalle persone. “libertà di scelta”, “coerenza”, “valori” sono termini densi di storia e sangue, che vengono utilizzati oggi in modo aberrante.
I pochi amanti della libertà ancora in vita sono costretti a vivere in un mondo dove la libertà è un pretesto per opprimere, schiacciare e privare. Chi ama la libertà non ama solo la propria. Il massimo della mia libertà è ridurre tutti in schiavitù. Ma se anche realizzassi ciò, non avrei reso questo mondo libero, e neppure me stesso. Ma avrei fatto di me il mondo schiavo e anche me stesso!
Amare la libertà di scelta significa essere disposti a rinunciare ad un po’ della mia libertà per gli altri, quel tanto che basta per rendere tutti egualmente liberi. Al di fuori di questo non c’é libertà. C’é solo difesa della propria libertà, ma la libertà non si accumula e non si conserva, la libertà è un valore che esiste solo se esercitato. Un paese libero o una persona libera si riconoscono da quanta libertà esercitano, non da quanta ne accumulano nelle loro carte o discorsi. Ed esercitare la libertà non significa fare ciò che ci pare e neppure fare ciò che riteniamo giusto. Significa esprimere sé stessi senza operare altra costrizione all’infuori di quella che ci impedisce di diminuire la libertà di scelta di chi subisce le nostre azioni.
Essere liberali significa partire dall’attenzione verso chi subisce le nostre scelte, affinché non limitiamo la sua stessa possibilità di scelta rispetto alla nostra, e solo dopo scegliere come agire in base ai nostri desideri. Qualsiasi processo inverso non è libertà! E’ essere schiavi dei propri desideri, avere un ego smisurato e non riuscire a vedere al di là del proprio naso convinti che la realtà che soggettivamente vediamo, sia oggettivamente così per tutti.
Il liberalismo non è in crisi. Semplicemente oggi non viene applicato da coloro che se ne vestono.
Se sono paralizzato in un letto in stato vegetativo da 17 anni è chiaro che non sto esercitando alcuna libertà. Quindi non sono libero. Perché la libertà esiste solo nel momento in cui viene esercitata (anche decidendo di non esercitarla). La violenza e l’oppressione sono l’atto di mantenere lo stato di mancato esercizio della libertà. In assenza di volontà precedentemente espresse da parte di chi si trova privato della propria libertà, ma in presenza di chiari ed evidenti condizioni di anormalità della vita di una persona, strappata al suo destino naturale, dall’artificio dell’uomo, ebbene non ci può che essere una comune ed indignata reazione da parte di chi si professa amante della libertà.
Libertà non è fare quello che si vuole, ma scegliere fra quello che si può fare. Non puoi vivere se la natura ha deciso altrimenti, perché il tuo corpo è natura, e sarebbe un atto di ribellione contro la natura (come credete che si riduca un corpo umano dopo 17 anni di alimentazione forzata?). Non puoi imporre la tua visione della vita come assoluta perché non esiste libertà senza poter scegliere di sé stessi.
Staccare la spina non ha compresso la libertà di scelta di nessuno (quella di Eluana era già stata compressa dalla natura/il destino/Dio). Non staccarla avrebbe imposto un concetto liberticida di libertà.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 02 dell'anno 2009.
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Oggi ho trascorso 15 minuti in compagnia di un maestro di vita: lo scatolone del trasloco (Di che stupirsi? Se un roveto ardente può essere Dio, non vedo perché uno scatolone non possa essere un maestro).
Lo scatolone, dall’alto della sua eminente saggezza, mi ha impartito due profondi insegnamenti di validità esistenziale in soli 15 minuti.
Insegnamento 1
La vita è come uno scatolo: quando le cose non entrano più scopriamo che pressando otteniamo nuovo spazio. Ma non abbiamo aggiunto spazio: lo abbiamo sottratto alle cose che c’erano dentro prima. A volte pensiamo di aver risolto un problema, ma ce ne siamo creati solo uno peggiore.
Insegnamento 2
La vita è come uno scatolo: lo riempi progressivamente e arrivi al punto di non poterlo riempire ulteriormente, iniziando a pensare di avere bisogno di un altro scatolo. In realtà è solo che hai accumulato progressivamente senza logica d’insieme: se svuoti tutto lo scatolo e rimetti dentro la roba, scopri che ricominciando tutto da capo hai la visione d’insieme, e riesci a fare entrare tutto nello stesso spazio, ma più comodamente. A volte per risolvere un’ insoddisfazione cronica, anche se piccola, occorre rimettere mano a tutto, radicalmente, non basta pressare e sistemare le cose in superficie.
Corollario dell’insegnamento 2
Svuotando lo scatolone scopri che a volte il problema sta nel fatto che avevi gestito male l’inserimento delle cose piccole: le cose piccole inserite prima rubano spazio alle grandi che hai scoperto dopo, che quindi non entrano. Se qualcosa di grande ed importante non funziona, spesso è perché abbiamo dato più spazio ad una cosa piccola.
Ringraziando l’illuminato maestro scatolone, accolgo nel mio cuore i semi dei due insegnamenti. Sperando di essere un traslocatore all’altezza di un simile fardello
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 8 del mese 01 dell'anno 2009.
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Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 10 dell'anno 2008.
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Foto (cc-by): BY-YOUR
Nessuno spiega come vivere su questo pianeta. In effetti nessuno può affermare di sapere pure cosa significhi "vivere".
La cosa che sai è che ci sono due tipi di azioni (intendendo con azioni anche le non-azioni e le parole, insomma qualsiasi forma espressiva di sé): quelle che sortiscono gli effetti che avevi sperato e quelle che invece generano effetti imprevisti. Solitamente tendiamo a cercare di eliminare le seconde incrementando il numero delle prime.
Ma la verità è che anche le prime esattamente come le seconde, sono poco sotto controllo. Riassumendo: fai qualcosa e l’effetto è imprevisto. Ottieni una reazione dagli altri che non tiene conto delle tue intenzioni ma è fondata sugli effetti che non volevi produrre. Fai qualcosa e va tutto come avevi previsto. Ma la reazione ti spiazza, perché alla fine anche qui ognuno legge ed interpreta come vuole, producendo reazioni che ti trovi contro inaspettatamente.
Morale: a prescindere dal fatto che il tuo modo di vivere sortisca effetti previsti o imprevisti, il comportamento degli altri ti sorprenderà sempre e sarà spesso improntato ad una visione della realtà completamente diversa da quella che tu dai per scontata. Ai fraintendimenti non c’é mai fine.
Cioé, se ci pensate, non è stupendo? Il mondo non si incastrerà mai al 100% come tu credi, le soprese sono sempre dietro l’angolo normalmente, anche se stai seduto sotto un’albero a farti i cazzi tuoi (Newton docet). Che tu sia un genio, un saggio o un perfetto idiota, nel relazionarti con gli altri trovi le stesse difficoltà e sorprese. Siccome quindi dipende poco da te, distenditi e goditi l’ironia intrinseca, perché se sei uno preciso a cui piacciono le cose chiare, hai sbagliato pianeta.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 16 del mese 10 dell'anno 2008.
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Io e mia sorella ritratti da mio fratello (autore anche dello scatto sotto)
Certe cose appaiono all’esterno in un modo ma poi quando le vivi sono in un altro. O più che altro quando cambi la tua predisposizione d’animo e ti plachi, le percepisci per quello che sono e allora ti danno qualcosa di bello e sorprendente, che mai avresti detto a primo acchito.
Pensiero maturato dopo un’ora e mezza di dondolio e ninna-nanna ad una piccola monella di 14 mesi che proprio non ne voleva sapere di dormire. All’inizio è dura, ma quando te la trovi appisolata sulla pancia, dopo esserti rassegnato a perdere delle ore a ripetere la stessa cantilena sussurrata, ti piace pure. Un casino.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 10 dell'anno 2008.
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Gli eventi della serata mi hanno riportato alla mente un vecchio racconto di Asimov. In questo racconto – brevissimo – Asimov ipotizzava entità incorporee in grado di comunicare le emozioni e le sensazioni senza dover passare dal linguaggio. Lo poneva come una sorta di stadio avanzato di evoluzione. Un meno noto Alfieri apre un suo intervento sui diritti umani sostenendo provocatoriamente che al contrario di quello che siamo abituati a credere, forse gli esseri umani riescono a convivere non in funzione della loro capacità di capirsi attraverso il linguaggio, ma proprio della capacità del linguaggio di creare fraintendimenti: se il linguaggio ci consentisse di capirci perfettamente, è probabile che nessuno vivrebbe in società.
Trovo preziosa questa capacità del linguaggio di creare fraintendimenti. Da un lato perché spesso è vero che riusciamo a compiere un percorso insieme a qualcuno perché in realtà diamo per scontate delle cose che così non sono. Ma soprattutto: in un mondo come quello ipotizzato da Asimov, tutti conoscerebbero tutto di tutti senza fatica. Eppure trovo che spesso la poesia nasca da quel movimento dialettico che il linguaggio partorisce per forza di cose. Lo sforzo di ravvicinarsi a qualcuno/qualcosa, o al contrario di contrastarlo attraverso il linguaggio, apre una finestra che rivela molto di sé e dell’altra persona. Lo sforzo di collimare pensieri e comunicazione dal proprio lato e poi di nuovo confrontare tutto con la comunicazione dall’altro lato cercando di ricostruirne i pensieri, è un processo probabilmente mai perfetto, ma altamente affascinante. E’ uno dei motivi per cui lo studio delle arti marziali in Cina era affiancato allo studio del linguaggio. In entrambi si realizza il mutamento di quiete dinamica dello Yin-Yang.
La cosa che troppo spesso si dimentica è però che il linguaggio è il dito che indica, non la luna. Come ogni mezzo può essere usato anche per esprimere qualcosa come un negativo. Si costruisce o si dipinge una realtà usando il linguaggio non come uno scalpello che sferza una statua, ma come un calco che materializza il suo opposto (e visto che siamo nello spandere, qui ci potremmo ficcare Parmenide che forse al contrario di Laozi non aveva passato sufficiente tempo coi calchi).
Sicuramente questa riflessione non era estranea a Socrate quando si riferiva alla maieutica, ed il fatto che i sofisti abbiano sistematizzato un uso programmatico del linguaggio in senso differente e contrario, ci dice solo una grande ovvietà: gli effetti del linguaggio, come di ogni strumento, non possono essere considerati a prescindere dall’utilizzatore e dal contesto.
Insomma: è un tal casino in termini di complessità capirsi e farsi capire, che quando qualcuno ti capisce ed è sulla tua lunghezza d’onda, puoi stare certo di trovarti davanti a qualcuno/qualcosa di speciale, che merita di essere difeso perché raro e quindi prezioso.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 10 dell'anno 2008.
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Img (cc-by): febs
Tesi finita. O almeno la bozza. Un lavoro ingrato, perché ormai la testa è altrove e tutto quello che mi resta da fare diventa come quando mangi qualcosa che all’inizio ti piaceva, ma che adesso ti nausea, in ragione di quanta ne hai ingurgitata.
Sono le 05.46, a quest’ora esattamente un anno fa ero pure sveglio, ed inconsapevolmente pensavo a qualcosa che doveva essere solo una delle tante serate piacevoli e invece mi ha cambiato completamente prospettiva. La cosa che mi diverte è pensare che tutto quello che di bello ho avuto finora dalla vita sia stato frutto della frustrazione dei miei desideri/progetti: ho avuto cose che non avrei neppure sognato, piovutemi addosso mentre cercavo di ottenere altro.
Next.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 09 dell'anno 2008.
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Certe cose sono come cicatrici, ti restano addosso anche da morte.
Altre invece diventano cisti. Ti sembra che se ne siano andate, ma a volte ti vengono dubbi che in fondo la sotto si agiti ancora qualcosa di vivo.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 09 dell'anno 2008.
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