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Tutti gli articoli su considerazioni
Che sarà mai perdere qualcosa? Si perdono tante cose.
Crescere in fondo equivale più a perdere che ad acquistare.
Non è così difficile, in fondo non c’é nulla da fare. E’ tutto un non-fare.
Non-nominare o non-parlare. Facile. Non-pensare. Impegnativo ma fattibile. Non-frequentare quei luoghi: semplice. Non-vedere: complicato. Non-ricordare: richiede vigilanza. Non-paragonare: migliora la qualità della vita. Non-respirare: difficile ma risolve tutti i problemi, dicono.
La buona notizia è che ci sono abbondanti casi in natura di chi riesce a (non) fare tutto questo. E in effetti funziona. Funziona come funziona buttare via il forno se non riesci a fare una torta decente. Funziona come gettare via un abito perché s’é macchiato di caffé. Però funziona.
Il problema semmai sta nel riuscire a restare sul sentiero del non-fare. Altrimenti la prima cosa che incontri è un grande punto interrogativo preceduto da un ‘Perché’. Una domanda semplice che può seppellirti. Perché succede? Perché a me? Ma soprattutto: perché se è giusto mi sento così? Perché se dobbiamo seguire le sensazioni mi trovo a non-fare?
Posso smettere di far battere il cuore. Ma tutto questo sforzo che senso ha? E soprattutto: che me ne faccio di un cuore che non batte?
Ma sono fortunato: non devo trovare risposta a nessuna di queste domande. Devo solo mettere i piedi in fila per allontanarmi da esse il più rapidamente possibile.
Io soffro. Lo dico, lo vivo. E quello che si vede è solo la punta dell’iceberg. E va bene. E’ giusto: perché il vuoto è grande tanto quanto il qualcosa che prima lo occupava. Ma il mio modo di metabolizzare senza farmi del male permanente è vomitare fuori. Plateale, forse. Disgustoso e scomodo, a tratti. Ma mio. Non sono la persona più perfetta di questo pianeta. Ma soprattutto: non mi interessa esserlo.
Ci sono volte che scelgono per te e devi per forza subire qualcosa che mai avresti voluto. Ci sono volte che sei tu a poter scegliere. Come ad esempio quando puoi chiudere gli occhi e non guardare se pensi che non ti piacerà. Vivere bene in fondo è un’arte delle piccole cose: riuscire a non-fare.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 10 dell'anno 2010.
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C’é una lezione molto fraintesa dello Zen e di molti modi simili di affrontare la vita come lo Stoicismo o il Buddhismo. Questa lezione è la lezione del distacco. Secondo questo fondamento di molte dottrine, la libertà sta nel non essere legati al mutare della realtà.
Ti succede qualcosa di brutto, o perdi qualcosa di buono. Ma non devi preoccuparti: perché qualcos’altro di buono arriverà prima o poi. Arriva sempre.
Questo modo di pensare può essere giusto. Ma non sempre sano. Perché l’aspetto negativo del distacco è solo la superficie del concetto. Se ci si ferma alla superficie si resta intrappolati in un inferno dove niente ha valore! Non vale la pena di sbattersi per difendere alcunché! Perché faticare se tanto tutto è caduco e tutto perisce?
Un insegnamento buddhista vede la vita come un ponte e chiama stolto chi vi costruisce la casa. Ma ciò che non dice è che parimenti stolto è chi attraversa questo ponte di fretta. Senza essere presente.
La teoria del distacco è proprio questo: essere eternamente presenti. Dove eterno non vuol dire ‘per sempre’ ma ‘in ogni attimo’. Significa godersi le cose belle e soffrire per le brutte, senza preferire le une alle altre. Significa viverle davvero perché liberi dalla paura che cambiando possano morire.
Secondo il distacco se hai una cosa bella non è niente per cui affliggersi nel caso in cui non ci sia più. Ma non vuol dire che non abbia valore! Bensì che in questo modo sei totalmente libero di decidere cosa abbia valore e cosa no. Senza la paura di sbagliare o di perdere.
Le cose belle sono uniche: preservale. Anche se ne dovessi vivere un milione. Le cose brutte sono uniche: vivile ad occhi aperti e impara. Ma non programmare di causarti le une o le altre con leggerezza. Perché la preferenza è il primo, tenero germoglio dell’attaccamento.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 10 dell'anno 2010.
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Oggi, dopo molti anni, riprendo in mano la Bibbia. Spesso l’uomo nel momento di buio tenta di darsi luce in tutti modi, compresi quelli presi a prestito da credenze altrui. Ma non è questo il mio caso. Prendo in mano la Bibbia per rileggere una storia antica come l’uomo: la storia di Adamo ed Eva.
Mi è tornata in mente giovedì, a seguito di una conversazione in cui mi sono trovato contro una delle mie antiche convinzioni preferite: la teoria del 100%. Secondo questa celebre visione delle cose il valore delle esperienze starebbe nel 100%, non una tacca in meno. E’ una visione estremistica delle cose, per cui il 99,9% vale quanto lo 0,1%. O 100% o niente. In sé non ha nulla di sconcertante, ma vivendo ho imparato una cosa curiosa. Una lezione che è contenuta proprio nella Genesi.
La lezione è che il concetto di ‘tutto’ o 100% è relativo. Il primo relativismo è rispetto al tempo: quello che ci sembra 100% prima diventa meno del 100% poi. Perché con il tempo l’assuefazione ci fa prendere per acquisito qualcosa che prima non lo era. Se percettivamente il valore di quel qualcosa scema, non vuol dire necessariamente che sia ora di mollarlo. Ma vuol dire che il concetto di 100% per sua natura perde di senso con lo scorrere del tempo: è un concetto, ed è giusto che resti nell’iperuranio dei concetti anziché farne un metro per misurare fatti ed esperienze.
Il secondo modo in cui il 100% è relativo è rispetto a ciò che include. Cos’é ‘tutto’? Nel momento stesso in cui dico ‘tutto’ sto dicendo contemporaneamente un ‘non tutto’. E’ il vecchio dilemma di Parmenide e dell’essere. Quindi nello stesso momento in cui parlo di 100%, sto ponendo in prospettiva diacronica (ritorna il tempo che scorre) un qualcosa che non è 100%. Fosse anche illusorio. E’ la storia di Adamo ed Eva.
Avevano tutto. Avevano il 100%. Ma si lasciarono sedurre da un’idea: l’idea che esistesse qualcos’altro. E che quindi non avessero un 100%. In virtù di questa idea sacrificarono un limite (non mangiare dall’albero della vita) datogli da qualcuno che nei fatti gli aveva donato tutto (Dio), per seguire un’idea suggerita da qualcuno che nei fatti non aveva mai donato loro nulla (il serpente). Barattarono la concretezza della loro vita per l’astrazione di una seduzione. O per la paura che potesse essere vero.
Il risultato è noto a tutti: si costruirono il loro personale inferno.
Ma la cosa che più mi piace della storia è che Dio viene dipinto come un Dio vendicativo e duro. Ma in realtà né Adamo, né Eva, compreso l’errore, chiedono perdono. A volte sbagliamo, e la strada avanti a noi è un inferno. Ma lo preferiamo rispetto ad un tornare indietro che sarebbe insostenibile per noi stessi, schiacciati dal rimorso dell’errore. Un errore nell’errore. Un inferno certo.
La teoria del 100% non mi piace perché è come suonare un pianoforte pigiando un solo tasto. Le sfumature di colore sono transizioni che danno profondità. La sfida resta sempre quella di coevolversi esprimendo un ritmo unico. Che non è dato a priori, ma si deve imparare adattandosi. L’anima gemella è qualcosa che ha voglia di esserlo e fa del suo incastrarsi con la metà altrui un punto di partenza, non un punto di arrivo. La vita inizia dopo essersi trovati. Del resto di gemello due anime non hanno proprio nulla: siamo tutti unici.
Questo è perché ho abbandonato la teoria del ‘tutto o niente’. Quando le cose mutano non sono da buttare, ma forse solo da sviluppare, avendone voglia. Altrimenti la vita diventa solo un insieme di fotogrammi di felicità anziché un film continuo indistinguibile nei suoi singoli momenti, come il ritrarsi dell’onda non è separabile dal suo avanzare. Vivere a scatti o in bianco e nero non fa per me. Ma neppure gettare sprazzi di colore a caso.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 8 del mese 10 dell'anno 2010.
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Esco un attimo sul balcone e mentre sento la consistenza ferrosa della ringhiera sotto i miei palmi, respiro una giornata di sole. Una bella giornata. Un’ottima giornata. Perché il sole è generoso oggi.
Un secondo dopo mi viene da pensare, quasi con sconcerto, che se questa giornata è il meglio in quanto a sole, è solo perché mi sono abituato. Mi vergogno per un secondo del mio pensiero quasi fosse un tradimento, e in fondo un po’ lo è. Il sole sotto cui sono cresciuto non ha nulla a che vedere con questo. E’ un sole senza mezzi termini: se c’é morde, se non c’é ti fa pesare la sua assenza.
Questo invece è un sole timido, che illumina ma scalda poco. Lo cerco il sole, inconsciamente cerco il mio sole, quello che lascia il segno sulla pelle. E se fino a ieri questo mi sembrava solo una sua brutta copia, un insulto, oggi spontaneamente è diventato il mio standard di riferimento.
Non so se sia una cosa buona. Mi viene in mente: ‘Non smettere di cercare ciò che ami o finirai con l’amare ciò che trovi’.
La verità è che il sole è solo uno, ma io mi sono spostato. E forse, la verità è che questa cosa fatico ancora a mandarla giù.
Crescere assomiglia spesso a tradire. E la cosa peggiore è avere il ricordo del vecchio mentre hai in bocca il sapore del nuovo. Ma non scegliamo sempre noi quando e dove spostarci. Possiamo solo scegliere di stare bene dove ci troviamo. E in questo processo il caso mette lo zampino, in fondo cambiando prospettiva cambiano anche le cose e le persone che ti fanno stare bene, entrano nella tua vita a sorpresa, senza bussare, trafiggendoti con uno sguardo o arrivando silenziosamente in punta di piedi.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 03 dell'anno 2010.
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E’ una sera apparentemente come tante. Sono qui sul letto con il mac accanto e la mia tazza di te in mano. Inizio a scrivere questo post e so già che sarà lungo e senza focus: a motivarlo è la voglia di scrivere, più che qualcosa da dire.
Mi sono sforzato di andare a correre, nonostante l’ora tarda. La corsa è come molte cose nella vita: lo sforzo è quello di iniziare. Una volta che cominci la continuità viene da sé naturalmente. E’ anche una cosa che ti ricollega al tuo corpo, così indolenzito dopo, così vivo.
Penso a lei, che cresce. Penso a quanti momenti unici e commoventi mi perdo.
Penso anche ad un paio d’occhi che conosco appena, che mi incuriosisce per la sua capacità di restare nella mia testa, nonostante io mi stanchi delle persone in fretta, con poca eccezione.
Penso a questa stanza dove sono ora. A quanto ho lottato e morso per averla. Penso a tutte le cose che ho dovuto perdere per andare avanti. E a tutte quelle che ho trovato perdendole.
Stasera penso a tante cose, nel modo giusto, mi lascio attraversare da passate emozioni, osservo compiaciuto antiche difficoltà, richiudo gli occhi per sentire ancora una volta muoversi le ali dei sogni che furono e che non hanno superato la prova del sole. Non sono triste. Direi che il termine giusto è nostalgico. Ma non nel senso di volere un passato che ritorna, ma di cercare antichi sapori e sperare di riaverli presto di nuovo sulle labbra, nei giorni che mi attendono. Sono nostalgico di un noi che non c’é più. Di un presente non più condiviso, non più nostro. Sono un nostralgico.
Sdraiato, ho unito le mani formando una circonferenza. Aspetto di trasformarla in abbraccio. E tutta questa nudità emotiva non aspetta di essere coperta, ma solo un sole a cui esporre il proprio pallore.
Ho fame di silenzi che parlano, di sguardi che si abbracciano, di teste arenate sulla pancia e mani che si incontrano come l’onda sulla sabbia.
Ho voglia, ma non ho fretta.
La differenza fra il diamante e la grafite, dopotutto, è giusto nell’attesa.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 2 del mese 03 dell'anno 2010.
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Ieri ho ascoltato una canzone che mi ha stupito, perché recita: “dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare“. Mi ha stupito perché era un messaggio per me. Coelho dice che l’Universo interno ti parla ogni giorno in tante piccole cose quotidiane.
Se la canzone di Fossati – che riprende il pensiero del cristiano Charles de Foucauld – fosse finita con un ‘c’é un tempo per seminare e uno per raccogliere’, allora avrebbe perfettamente espresso questo mio periodo. Semino e raccolgo incessantemente. E quello che mi manca è l’attesa.
Mi manca il riposo della semina che è attesa del raccolto, mi manca il silenzio che separa due parole, lo spazio tra le righe, la separazione che unisce lettere e parole. Mi manca il mare che crea distanze riempiendo vuoti. E’ come ballare incessantemente su un’unica continua melodia.
Mi manca l’armonia, mi ci arrovello da mesi e l’ho capito in un attimo, ascoltando l’ultima frase di una canzone in un punto imprecisato dell’Universo fra Parma e Milano.
C’é un tempo per seminare e un tempo per aspettare. Forse non c’é il tempo di raccogliere, ma il tempo dell’attesa ha in sé la fatica della semina e la promessa della raccolta. E’ quindi entrambi pur non essendo alcuno dei due. E’ un tempo magico, di speranza.
Questa è la spemuta: un momento in cui concentri (spremi) la tua speranza (speme) fino all’ultima goccia. E aspetti, in silenzio, perché non è ancora il momento.
La strada scorre veloce davanti a te, tieni l’auto in carreggiata, attenzione massima davanti e dietro, focalizzato sulla direzione. E poi magari accetti di dare un passaggio a qualcuno che non conosci, e questo ti cambia la giornata, la meta e forse anche…
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 02 dell'anno 2010.
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Parole e pensieri esplodono come schegge. Si sforzano di uscire tutte insieme contemporaneamente e si ostacolano a vicenda. Troppa pressione, troppa energia. Cresco in grembo la mia stella danzante.
Continuo ad avere fame e inappetenza insieme, mi sono assuefatto a questa follia. Vado avanti libero. Libero da obiettivi, libero da piani, libero da idee. Non vado neppure avanti perché non c’é un avanti per chi non ha una meta. Mi muovo per muovermi su un ritmo che sento solo io, dentro. Danzo sulle note di una musica sconosciuta che trasforma in conosciuto lo spazio che coprono i miei piedi, come una coperta d’inverno mi poso come neve su nuova terra, la abbraccio ma non mi scalda e turbino come tormenta veloce, ancora, per raggiungere nuovi spazi e nuove occasioni di trovare calore.
L’unica cosa che il sole non scalda è sé stesso, l’unica a non poter vedere la luna di notte è la luna stessa. Ho pianto una vita il dolore dell’insuccesso di voler essere compreso. Di una mano che stringesse la mia esprimendo in uno sguardo un segreto che ha la forma di un posto da chiamare casa.
Ho compreso che il desiderio rende schiavi, impedisce di sentire bene il ritmo, di vedere davvero la persona che hai davanti. La brama di avere impedisce di vivere, la voglia di arrivare ti fa perdere di vista il viaggio. Se ami il vento non puoi fermarlo, perché se lo fermi, non esiste più.
Danzare per danzare, libero dal voler essere qualcosa o voler avere qualcuno. Questà è libertà fine a sé stessa. Abbracciare il mondo senza cercare qualcosa in particolare.
Attraversare muri sbriciolandoli con fragore di Gerico che cade, e invece infrangersi sulla superficie trasparente di uno sguardo che sfida le leggi di natura senza chiedere permesso e si insinua nella mente come una follia verde.
Nuoto invece di inabissarmi, non mi lascerò andare questa volta, è solo il primo pugno e chi riesce a colpirti in faccia facendo breccia nella difesa, non è detto che riesca a sbatterti a terra. Sono ancora qui e ho imparato ormai che la voglia di essere battuto è quella che fa vincere. Anche chi non lo merita.
Mi muovo senza meta attorno a me stesso come un tornado, andando veloce anche una piccola cosa può farmi deragliare. Ma stavolta, stavolta no, non passerò li sperando che mi deragli. Se e quando deraglierò, sarà perché qualcuno ci riesce davvero. I nostri desideri più intimi li buttiamo addosso alle situazioni alla prima occasione, tanta è la brama di vederli realizzati. Così finiamo per l’adattare le situazioni e le persone alle nostre percezioni, anziché allineare le percezioni con le situazioni e le persone che incontriamo sulla nostra strada.
Oggi metto una tacca in più sullo stipite della porta. Qualche centimetro di altezza che è anche un cerchio in più attorno a quello che ho dentro.
Un’esitazione è un punto in cui sei tirato in almeno due direzioni opposte. Non esistono persone senza esitazioni.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 15 del mese 02 dell'anno 2010.
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Eppure ne avrei mangiate 100 di cuccagne insipide, ma non ti posso dire il motivo. Anche se, in fondo, secondo me lo sai. Perché mi hai sempre letto con estrema facilità, e questo mi ha sempre fatto sentire nudo ieri e invisibile oggi.
Sento che ho un tappo dentro. Forse lo ignoro da un po’ ed è per questo che la pressione sale. Da un lato ho voglia di parlare, di tirare fuori la delusione degli ultimi mesi, la rabbia che mi ha dato la grinta per andare avanti.
Vorrei soprattutto abbattere questo muro invisibile che mi sta impedendo da un po’ di riuscire a dire alle persone quello che penso di loro, vorrei superare questa impotenza sentimentale che mi fa morire dentro tutte le belle sensazioni che provo, anche se sono di passaggio.
Vorrei riuscire ad esprimere la gratitudine per aver trovato un sorriso che mi scalda e mi tiene impegnato nell’esercizio di accenderlo. Vorrei essere in grado di recuperare un’intimità persa, forse oggi tanto inopportuna quanto desiderata.
Vorrei tornare a sentire le piccole cose, ad ascoltare con attenzione i ritmi più lenti, vorrei tornare a sentirmi quieto dentro. Invece sono bloccato in un viaggio a folle velocità dove l’oggi è solo il passato di domani. E dove l’importante è andare avanti perché dopo un passo falso l’unico modo per restare in piedi è sforzarsi di poggiare ancora i piedi, non importa dove, al costo di una danza butoh. Chi si ferma crolla.
In estrema sintesi per una volta vorrei che qualcuno fosse in grado di rassicurarmi, di farmi penetrare fin dentro le ossa il calore di un abbraccio, e di dirmi “non preoccuparti, per una volta ci penso io e non ti costerà altre cicatrici”. Vorrei sentire davvero l’insostenibile leggerezza dell’essere, invece di trascinarmi il peso altrettanto insostenibile di quello che vorrei evitare di essere per paura di sbagliare o di essere giudicato perdendo le persone che amo.
Non è da me tutto questo. Eppure sono io a farlo. Quindi è da me. Forse ho solo bisogno di abbracciare senza esitare questa sana rivoluzione che mi ha strappato al vecchio. Ho forse ho solo bisogno di tempo per digerire questo nuovo.
Oppure ho semplicemente necessità di scrivere forse, senza sforzarmi per una volta di dare e darmi certezze, di essere responsabile, quello affidabile, quello che sceglie.
Forse è solo il caso di fottermene un po’. Ma non ci riesco ancora.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 07 dell'anno 2009.
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Ma con un occhio solo si vede come con due? Oppure si fa più fatica? O forse si vede uguale ma si perdono alcune cose.
Di certo ci si sforza di più. Uno sforzo che è simile a quello che fai quando cerchi di prevedere il futuro, un futuro che non si preannuncia, non minaccia catastrofi incombenti né vittorie imminenti. Sta lì placido a farsi guardare sapendo che per quanto ti sforzi, non riuscirai a prevedere.
Con un occhio solo si (s)forza la vista, ma ci sono cose che neppure con due occhi puoi riuscire a penetrare, tanto sono oscure. Oscure eppure limpide come un iride dal colore tenue circondato da un bianco più oscuro del nero.
Le cose più luminose possono nascondere come le tenebre.
Ma del resto come scrisse qualcuno abituato ad osservare le cose dall’alto, l’essenziale è invisibile agli occhi.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 06 dell'anno 2009.
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Oggi ho fatto la mia prima pausa post.cena birra in mano a fare quattro passi lungo il naviglio. Meditavo di farlo da quando ho messo piede nella nuova casa qualche giorno addietro. Trasferito il liquido dalla bottiglia allo stomaco, ho iniziato a soffiare dentro il collo della bottiglia, in un modo noto a tutti o quasi.
In qualche momento mi nasce un pensiero: le persone sono come le bottiglie, occorre che siano nella giusta posizione per farle “suonare”. In effetti sento che è da un po’ che “non suono più”. E questo pensiero mi ha illuminato un secondo: forse è tutta una questione di “posizione”.
“Essere in pace anche se non si è dove ci piace” – Nesli docet.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 05 dell'anno 2009.
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