Questo è il blog provvisorio di Mushin. Leggi qui per saperne di più.

Tutti gli articoli su considerazioni

Learning by Choosing

Mentirei se dicessi che la mia vita non è ricca di doni. Alcuni di questi sono stati costosi, pagati in lacrime e neuroni. Mi sento ricco. Non per quello che ho avuto, ma perché averlo non mi ha impoverito: ho ancora sinapsi e occhi per tentare la sorte a questa impietosa roulette dei sentimenti che non fa credito a nessuno.

Non sono uno speculatore. Non cerco di ottenere più di quello che dono. Non sono neppure un altruista: tutto quello che ho dato è stato prima di tutto piacere personale, e solo dopo piacere per qualcun altro.

Sulla strada che percorriamo tra la nascita e la morte è facile indurirsi: è forte la tentazione di ripararsi dai giorni di pioggia gelida e battente avvolgendosi nel mantello scuro della diffidenza. Ripara dal gelo, ma scherma anche dal calore.

Ma la cosa che personalmente ho trovato davvero complicata è stato il dover imparare – mio malgrado – come la difficoltà di sentirsi dire/dare quello che si desidera sia solo una piccola difficoltà. La vera sfida è riuscire a staccarsi da quello che si desidera quando questo non è quello di cui abbiamo bisogno. E’ facile comprendere ciò che si desidera. Molto meno capire se ciò sia giusto. Cos’é giusto? Cos’é opportuno? Come quando si fanno domande circa una strada intrapresa: da lontano non puoi saggiarne il fondo da percorrere, ma finché non te ne sei allontanato non puoi dire dove conduce.

Cosa fare? A chi chiedere? Se in fondo chiunque non può che avere una visione parziale delle cose, circa le scelte della tua vita vuoi lasciare alla visione degli altri la scelta della strada intrapresa? Se rispondi di no rischi di essere osteggiato come arrogante. Se rispondi di si, compatito come vigliacco. Sulla mia vita io non scelgo mai in conformità ai consigli altrui. Se non quando sono concordi con il mio parere. E non la reputo una risposta arrogante. In fondo ad essere sbagliata è la domanda: lo scopo delle scelte non è arrivare ad una soluzione. Ammesso che esista. Ma imparare dal dover fare una scelta. E solo seguendo il proprio istinto/ragionamento si opera la scelta giusta: è giusta la scelta che mi conduce un passo avanti, in qualsiasi direzione. Ma se camminassi sui piedi degli altri, non avanzerei di nulla, seppur accorciando la distanza che mi separa dalla meta.

Non c’é apparente differenza fra chi sceglie di vivere la propria vita solo sui suoi passi senza curarsi della meta e chi invece cammina spedito in una direzione ignorando tutto e tutti, convinto che sia fondamentale arrivare dove vuole, a qualsiasi costo.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 17 del mese 02 dell'anno 2011. Nessun commento — .

Calia

Calia. Marinare la scuola. Un gesto connesso ad interrogazioni fastidiose e difficili.

Ma a ben pensarci è più di questo. In fondo l’interrogazione saltata sai benissimo che è una palla di neve schivata che rotolando si trasforma in una valanga: impari presto che certe cose è poco saggio procrastinarle, perché diventano impossibili da schivare. E più violente all’impatto.

La calia è un atto di liberazione. Liberazione da un destino prefissato. Da una risposta a scelta multipla, ma pur sempre chiusa. E’ la ribellione contro il tentativo di ridurre la libertà alla probabilità anziché esprimerla nella possibilità. La calia è un atto di protesta, è rovesciare la scacchiera quando ormai la cattura del re è inevitabile.

Non è una soluzione. E non lo vuole essere. E’ una sospensione. Un fottersene. Un appropriarsi del tempo fragile come una bolla di sapone assediata dall’aria.

In fondo non ho mai perso l’abitudine della calia. Non perché ami fuggire, tutt’altro. Ma perché amo quella sensazione, simile ad eseguire con concentrazione il tuo ultimo ragtime mentre il Titanic affonda. La sensazione di interrompere quel flusso consequenziale di causa-effetto a cui siamo assuefatti. Mi piace l’idea di fare qualcosa perché mi va smettendo di pensare per un momento al resto: il prima, il dopo e il contorno.

E’ difficile da spiegare, ma pur dentro una vita che mi piace ritaglio quei momenti che non esistono. Che non sono più autentici degli altri, ma la cui meraviglia dipende dalla loro caducità anziché dalla loro longevità: sono Mandala di sabbia in cui metti la stessa cura di un Caravaggio.

Quello che vorrei riuscire a dire è che sono quelli i momenti in cui vorrei portarti. In quelle piccole cose senza motivo che insieme sono gocce abbracciate di un mare che ti accoglie solo se abbandoni i vestiti a riva. Forse uscendo da quei momenti non succederà nulla. O forse un piede incontrerà la pece per caso, sulla riva, mentre ci si riveste.

Come ad uno sguardo che barca senza albero e timone si arena pigra sulla sabbia di altri occhi, anche a quella pece basterà un momento fortuito per appiccicarsi e non una vita per sbiadirsi. Non è un Caravaggio che rende eterno un istante fermandolo su una tela. E’ un Mandala che viene distrutto in un istante, ma la cui geometria si appiccica tenace alla mente che incauto occhio ha portato in secca su simile sabbia.

Gli istanti spontanei sono spesso quelli che piantano radici più profonde nel fertile terreno dei nostri ricordi. I dettagli di un sorriso, i tempi di una battuta, il profumo della pelle: queste piccole cose sono i colori dei ritratti che vincono il tempo.

Queste piccole cose voglio coltivare.

Ma non sono figlie di volontà di avere. Ma solo di volontà di sospensione. Che è come quando da bambino mi siedevo sulla soglia di casa di mia nonna. Non era attesa e non era agire. Era calia.

E le migliori calie erano quelle che non ti coglievano solo.

Per questo ti tengo un posto, accanto a me, davanti l’uscio di qualcosa che non si sa cos’è, ma che se non ci coglie insieme non m’importa di conoscere.

O di caliare.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 02 dell'anno 2011. Nessun commento — .

Incerscelte

Le scelte più difficili della nostra vita non sono quelle rischiose. La presenza del rischio, elevato o meno, presuppone certezza. Il rischio infatti per esistere deve essere calcolabile: le scelte rischiose sono quelle per cui puoi calcolare le conseguenze del verificarsi di un evento. Sai quali sono gli eventi possibili. E fra questi riesci magari a calcolare i probabili. Non sai è quale effettivamente si verificherà.

Le scelte più difficili sono quelle incerte. Quelle cioè per cui non puoi neppure calcolare il rischio. Perché sono aperte, perché hanno conseguenze inimmaginabili.

Innanzi a questo caos fertile mi sono spesso sentito smarrito. E ho sempre trovato tanti consigli, tutti offerti con le migliori intenzioni. Ma spesso tutti contrastanti: la vita è un cielo stellato su cui ognuno si diverte a tracciare costellazioni uniche, con la punta del dito.

Molti possono aiutarti a capire cos’è l’acqua, descrivendotela al meglio delle loro possibilità. Ma il contributo più utile resta un calcio ben assestato che ti spinge giù, proprio nell’acqua.

È per questo che seppure con il terrore nel cuore, mi lancio nel caos. Prendendo la direzione opposta a quella consigliata. In fondo ad essere pericolosi sono i consigli «giusti», quelli che anticipano l’esperienza privandoti del viaggio. I consigli «sbagliati» sono invece una costosa benedizione: sono sempre l’inizio di un viaggio.

Accetto sempre di ascoltare consigli. Ma di rado li seguo. Non perché spesso non anticipino correttamemte le cose. Né perché io creda di essere migliore di chi li dispensa. Solo perché a me piace viaggiare, non essere teletrasportato alla meta.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 25 del mese 01 dell'anno 2011. Nessun commento — .

Dettagli e Buon 2011

Quanti gradini ha il sagrato della chiesa si San Nicolò in Piazza Dante?

Stanotte ero sdraiato su quei gradini. Come centinaia di altre volte. Amo quella piazza, soprattutto di notte.

Non mi ero mai posto il problema di quanti gradini avesse il sagrato. C’ero sdraiato sopra. Li ho contati. Sono 7. Sembra un dettaglio inutile, ma mi ha fatto pensare che non saprei dire quanti sportelli ha la mia cucina. Né quanti passi ci sono fra il bagno e il letto. E mi ha fatto venire in mente che la cosa funziona così anche con le persone. Ne tieni accanto alcune e per te sono il massimo. Sono la tua quotidianità e le ami sinceramente. Ma le hai mai guardate per quello che sono? Le conosci davvero? Ti sei mai sforzato di osservarne i dettagli? Hai mai avuto fame davvero di approfondirne ogni angolo?

In fondo piazza Dante è più di un insieme di dettagli. Vero. Ma è anche quell’insieme di dettagli. Al punto che se ogni giorno ne cambiasse uno, insignificante,  alla volta, in capo ad una settimana sarebbe un posto diverso. Migliore o peggiore, ma diverso. Come le persone che amiamo. Non prestiamo attenzione ai piccoli dettagli che cambiano ed improvvisamente nel complesso scopri che è cambiato qualcosa.

E’ da paranoici fissarsi sui dettagli. Anche perché corri il rischio di perdere il quadro d’insieme. Ma la verità sta nel mezzo: fra il dettaglio e l’insieme. E l’unico modo per coglierla è essere curiosi. Fottutamente curiosi.

Chiudo il 2010 augurandomi un 2011 di affamata curiosità, esercitata in direzione immersiva. Non voglio nuove cose. Voglio solo entrare più a fondo in quelle che ho già.

Buon 2011. Forse finirete ad una festa come tante, dove sembra che la gente sia costretta a divertirsi per legge. E a farlo bevendo fino a vomitare. Forse lo passerete in coppia con chi amate, o da soli a dormire. In tutti questi casi vi auguro di vedere la perfetta bellezza del tempo che scorre e mai s’arresta. E di comprendere quello che ci sussurra: il peccato non è fare cose di cui un giorno forse ci pentiremo. E neppure festeggiare in modo preconfezionato. L’unico peccato è stare fermi. A bordo pista, a guardare gli altri. Il mio sintetico augurio per il 2011 è: fate quello che volete, ma fate.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 12 dell'anno 2010. 3 commenti — .

Violenza

Li incontri e ti rivedi.

Ti ricordano com’era agli inizi. E’ impossibile non notarli, quel loro mal-di-vivere che si agita dentro, quella tensione e quella sofferenza: martello e incudine che forgiano un’arma solida da metallo reso docile dal soffrire nel fuoco. Se incroci il loro sguardo rischi di tagliarti. Se fai attenzioni noti che non respirano come gli altri, non ridono come gli altri, non parlano come gli altri. Ogni loro movimento, fino al più impercettibile moto di palpebra, esprime passione. Una passione grezza, non studiata.

Si fanno troppe domande, e non vengono placati dalle risposte.

La loro malattia si chiama Amore. Ma non amano che l’Amore. E quando finisce sono capaci di vagare in piena notte senza rassegnazione. Scrutano dentro ognuno che incrocia il loro cammino, si chiedono se ospita quello che loro cercano. Non lo sanno ancora, ma la persona è per loro un accidente. Una fontana: bella, ma è l’acqua che disseta, non il bel marmo. Li puoi prevedere, ma solo se hai già calcato i sentieri di alta quota su cui si muovono. Li osservi, con la loro pelle così sottile da essere quasi trasparente, e ti ricordi che un tempo anche la tua era così: si intravvedeva il bagliore del fuoco, la fucina in lavorio perenne.

Poi la vita, la delusione, le cicatrici fanno di quel sottile diaframma color luna un involucro resistente e opaco. Che li rende simili agli altri, a quelli spenti. Ma solo in apparenza. Perché in quel maturare come frutta al sole c’é tanta crescita. E tanta comprensione. C’é imparare a gestire e sfruttare il grande fuoco dentro, perché possa generare e non soltanto consumare.

Ed è allora che tutto quel fumo disperso diventa il vapore che muove verso nuovi orizzonti più lontani, irraggiungibili ai più.

Io guardo la tua inquietudine e sorrido. Scorgo i sentieri invisibili disegnati dal cadere delle tue lacrime e il mio dito come spada entra nel dolore del tuo cuore. Sono impietoso e gioisco del tuo dolore. Perché vedo già la farfalla che nasce.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 12 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Artifici Inutili

Costruiamo muri con la speranza che qualcuno li valichi. Facciamo cose per dimenticarne altre. Chiudiamo per bene a chiave verità solo perché speriamo che qualcuno possa trovarle. I tesori più importanti non li conquisti con la punta della spada, ma con quella della vanga. Gli uomini che trovano la loro fortuna non attraversano la folla che li acclama, ma si muovono di notte furtivamente.

Quest’anno ho avuto conferma di una cosa che avevo osservato già anni addietro: se acquisti senza fatica qualcosa, o è rubata a qualcun altro o non è di valore. Senza sudore non si conquista nulla di duraturo.

Costruiamo alte torri in attesa che qualcuno le scali. Rinforziamo le nostre porte solo per misurare la determinazione di chi le abbatte. Ci rendiamo difficili per essere costosi.

Le cose di valore hanno un prezzo alto.

Ma non tutte le cose costose, sono di valore.

Non voglio scoprirti uccidendo draghi, o sopravvivendo a labirinti mortali. Le cose semplici non sono meno difficili delle artificiose. E’ più difficile trovare la tua foglia in un bosco, che dentro un labirinto costruito apposta. E’ più difficile sbucciare l’arancia giusta che perquisire un castello. Sfiorarsi è più difficile che rincorrersi.

I migliori versi d’amore non stanno nei sonetti. Ma sulla punta delle labbra.

Ed è li che è più difficile andarli a prendere.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 12 dell'anno 2010. 3 commenti — .

Tavolo Tondo

Se l’Universo avesse un centro, questo assomiglierebbe ad un tavolo tondo. Uno spazio costruito per unire, un baricentro attorno a cui mutevoli come tempeste si aggregano conversazioni. Un terreno di contesa su cui duellanti incrociano sguardi nel tentativo di affondare il colpo al cuore. Una caverna buia dove ciechi piedi scomposti si incontrano senza sapere chi hanno sfiorato.

L’aria è carica, ma non sai di cosa, il frastuono è continuo ma disomogeneo. Ecco una risata che come tuono si impone, ecco una frase che come legna alimenta il fuoco, che reagisce di fiamma. Attorno a tutto questo calore, insieme ci scaldiamo, piegando il tempo come un buco nero.

E non ricorderemo la tempesta, né il terreno, né la grotta. Non ricorderemo dove e quando. Ma ricorderemo che ci siamo scaldati un po’ insieme, allo stesso fuoco.

Se penso a quello che ci attende, ho le vertigini. L’unica cosa che mi fa restare saldo e non impazzire, è il calore di chi condivide con me la strada, anche solo per un momento. Fra tutte le cose di cui potrei fare a meno, non ci sei tu, sconosciuto compagno incrociato per un breve cenno lungo la via.

Se l’Universo avesse un centro, questo assomiglierebbe ad un tavolo tondo. E a quel tavolo, vorrei scegliere io il mio posto. C’é troppo poco tempo per sedersi davanti ad una persona che non trafigge.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Onde

Come onde, ogni retrocedere è solo primavera di un nuovo avanzare. Come onde, su e giù, spostano un poco alla volta. Come onde, tra alti e bassi sei nato montagna e morirai sabbia, un granello per volta. Niente ferma le onde.

Se oggi, in questo istante si fermasse il tempo, a un metro dal mare su questa spiaggia da cui scrivo, allora e solo allora forse certi pensieri troverebbero ancora posto nel mondo. Orfani di una stagione che non esiste più, come le onde vanno indietro solo per tornare avanti. Finché soffierà il vento, finché esisterà il mare, ogni volta che finirò il burro, una ninna nanna mi parlerà ancora di valli senza ombra e colli senza erba, di mani che intrecciano destini e sguardi che bruciano silenzi.

Ma il tempo, non si ferma, scorre come un fiume dai tetti del mondo fino al mare. Un altro mare, un nuovo lido. Carico di promesse che seducono la vista svelandosi all’occhio del marinaio un centimetro alla volta, come leghe di un viaggio fatto con gli occhi, percorrendo distanze che stanno nel palmo di una mano.

Vorrei, vorrei, ardendo vorrei, ma neppure io so bene cosa. Vorrei sentirmi di nuovo a casa, fare di nuovo le onde, come il mare  sulla sua spiaggia.

Ma, Orfeo insegna che non ha senso scendere agli inferi, se poi non sai resistere alla tentazione di voltarti indietro.

E come le onde, avanti e indietro continuo a mangiare gli ingombri del tempo sulla mia spiaggia, per fare posto a nuove meraviglie.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 22 del mese 12 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Sorrisi

Ritorno da una delle tante cene in una delle tante giornate, così uniche eppure somiglianti proprio nel loro essere uniche.

Incroci il mio sguardo fra l’aria satura di gocce di pioggia inversa, acqua che vorrebbe tornare da dove è venuta e resta sospesa nell’aria. Aria che ritmicamente riempie i miei polmoni e i tuoi, unendo due estranei in un’intimità sconveniente. Sorrido. Abbassi lo sguardo e tiri dritto. Forse pensi che io sia solo uno dei tanti folli che canticchiano da sotto un cappuccio schiudendo labbra coperte di barba che sa di notti insonni. Forse pensi che io non sia in me. Forse pensi che oltre l’aria io voglia condividere con te qualcos’altro.

E ti sbagli. Fendo l’aria con passo sicuro, ma non ho una meta. Sorrido, ma non a te. Sorrido a me. Perché è in notti come questa, dove non ho chiesto di essere dove sono, dove non ho immaginato di essere come sono, dove non avrei neppure sognato di vivere quello che vivo, in notti come questa succede.

Succede che ripensi a tutto in una volta, il cuore si gonfia e improvvisamente ti sorridi.

Perché ti rendi conto che nessuno in fondo ti ha tolto nulla. Scopri che sai stare bene con te. Scopri che puoi essere follice, e che dipende da te. Che le persone non possono diminuire quello che sei. Ma che con alcune quello che sei può essere compiuto. Come un piano che incontra le dita di un Rachmaninoff.

E finché da solo, in una sera qualsiasi, di una via qualsiasi di una città che potrebbe essere un’altra, ripensi alla tua vita e sorridi spontaneamente, allora c’é ancora speranza.

Ho perso tanto, ma ho ancora voglia di scommettere. Mi hanno amputato un braccio, ma so ancora accarezzare. Forse non oggi, e neppure domani, ma prima o dopo respirerò di nuovo l’aria di vetta da cui mi hanno buttato giù.

Per il momento sorrido a me. E riparto da questo me rifiutato.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 12 dell'anno 2010. 2 commenti — .

Genova

Non ero mai stato a Genova. Mi ha stupito: è molto più mediterranea di quanto mi aspettassi. E’ un groviera che esorbita umanità autentica dai buchi. Un dedalo di bruchi operosi che scavano i propri destini nella mela senza curarsi di ciò che accade sull’albero.

Mi piace Genova. Mi ricorda Catania. Ma anche Salerno. E Napoli. E Bari. Porti di mare.

Sono arrivato a Genova per fare con calma il mio consueto bilancio di fine anno. La scelta non era casuale, ma come spesso accade si è rivelata ancora più azzeccata del ponderato.

Perdendomi per i vicoli di Genova mi sono trovato a pensare come i porti commerciali si assomiglino perché sono un inno al presente. Sono posti pieni di contraddizioni, incoerenti architettonicamente, sporchi e poco curati. Perché la cultura del porto di mare è quella della giornata, dell’eterno presente. Tutto quello che richiede uno sforzo che supera in durata la giornata, attecchisce poco. Tutto quello che hai lo spendi o lo usi per te. Perché sei di passaggio. Anche se vivi e sei nato in quel porto. Anche se ci morirai. Perché un porto è come un ponte: è solo un intermezzo. E’ questo il fascino dei porti del mediterraneo: la loro storia millenaria è lì, a vista, con tutte le proprie rughe. Perché nell’eterno presente si è pragmatici, e la storia è utile solo se ha conseguenze immediate. E nei porti la storia è come i vecchi: una roba da trattare con rispetto, ma di nessuna utilità.

Pensando questo mi sono reso conto di cosa effettivamente è cambiato per me in queste settimane: ragiono meno da uomo di mare e più da montanaro. Comincio a pensare all’inverno che arriva, anziché accorgermi che è già qui. Comincio a pensare a quando fare quello che voglio, anziché dirmi che poi più avanti ci sarà tempo. Comincio a capire che non è vero che se una cosa è eterna non si sfascia mai e se si sfascia vuol dire che non era eterna: se una cosa è duratura è perché vuoi che lo sia e sudi per preservarla, ogni giorno. Perché la pensi e la costruisci sul lungo periodo. Poi magari si sfascia, ma se non ti applichi si romperà con certezza.

Comincio a sentirmi addosso la quieta forza della pazienza che si mescola alla sanguigna sete del tutto subito. Scopro che in fondo in questa confusione che vivo, tra cose che sento con certezza dentro e una realtà fuori che le rigetta come assurde, non è necessariamente un male. Mi vivo il mio presente al meglio, ma resto in attesa di plasmare il mio futuro, non sulla base di astratti piani, ma di concrete opportunità. Avendo ben chiaro cosa ha valore per me.

Del resto, come recita un graffito a NY, Cristoforo Colombo è comunque uno che si è perso.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 12 dell'anno 2010. 4 commenti — .