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Esco un attimo sul balcone e mentre sento la consistenza ferrosa della ringhiera sotto i miei palmi, respiro una giornata di sole. Una bella giornata. Un’ottima giornata. Perché il sole è generoso oggi.
Un secondo dopo mi viene da pensare, quasi con sconcerto, che se questa giornata è il meglio in quanto a sole, è solo perché mi sono abituato. Mi vergogno per un secondo del mio pensiero quasi fosse un tradimento, e in fondo un po’ lo è. Il sole sotto cui sono cresciuto non ha nulla a che vedere con questo. E’ un sole senza mezzi termini: se c’é morde, se non c’é ti fa pesare la sua assenza.
Questo invece è un sole timido, che illumina ma scalda poco. Lo cerco il sole, inconsciamente cerco il mio sole, quello che lascia il segno sulla pelle. E se fino a ieri questo mi sembrava solo una sua brutta copia, un insulto, oggi spontaneamente è diventato il mio standard di riferimento.
Non so se sia una cosa buona. Mi viene in mente: ‘Non smettere di cercare ciò che ami o finirai con l’amare ciò che trovi’.
La verità è che il sole è solo uno, ma io mi sono spostato. E forse, la verità è che questa cosa fatico ancora a mandarla giù.
Crescere assomiglia spesso a tradire. E la cosa peggiore è avere il ricordo del vecchio mentre hai in bocca il sapore del nuovo. Ma non scegliamo sempre noi quando e dove spostarci. Possiamo solo scegliere di stare bene dove ci troviamo. E in questo processo il caso mette lo zampino, in fondo cambiando prospettiva cambiano anche le cose e le persone che ti fanno stare bene, entrano nella tua vita a sorpresa, senza bussare, trafiggendoti con uno sguardo o arrivando silenziosamente in punta di piedi.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 03 dell'anno 2010.
Un commento — .
E’ una sera apparentemente come tante. Sono qui sul letto con il mac accanto e la mia tazza di te in mano. Inizio a scrivere questo post e so già che sarà lungo e senza focus: a motivarlo è la voglia di scrivere, più che qualcosa da dire.
Mi sono sforzato di andare a correre, nonostante l’ora tarda. La corsa è come molte cose nella vita: lo sforzo è quello di iniziare. Una volta che cominci la continuità viene da sé naturalmente. E’ anche una cosa che ti ricollega al tuo corpo, così indolenzito dopo, così vivo.
Penso a lei, che cresce. Penso a quanti momenti unici e commoventi mi perdo.
Penso anche ad un paio d’occhi che conosco appena, che mi incuriosisce per la sua capacità di restare nella mia testa, nonostante io mi stanchi delle persone in fretta, con poca eccezione.
Penso a questa stanza dove sono ora. A quanto ho lottato e morso per averla. Penso a tutte le cose che ho dovuto perdere per andare avanti. E a tutte quelle che ho trovato perdendole.
Stasera penso a tante cose, nel modo giusto, mi lascio attraversare da passate emozioni, osservo compiaciuto antiche difficoltà, richiudo gli occhi per sentire ancora una volta muoversi le ali dei sogni che furono e che non hanno superato la prova del sole. Non sono triste. Direi che il termine giusto è nostalgico. Ma non nel senso di volere un passato che ritorna, ma di cercare antichi sapori e sperare di riaverli presto di nuovo sulle labbra, nei giorni che mi attendono. Sono nostalgico di un noi che non c’é più. Di un presente non più condiviso, non più nostro. Sono un nostralgico.
Sdraiato, ho unito le mani formando una circonferenza. Aspetto di trasformarla in abbraccio. E tutta questa nudità emotiva non aspetta di essere coperta, ma solo un sole a cui esporre il proprio pallore.
Ho fame di silenzi che parlano, di sguardi che si abbracciano, di teste arenate sulla pancia e mani che si incontrano come l’onda sulla sabbia.
Ho voglia, ma non ho fretta.
La differenza fra il diamante e la grafite, dopotutto, è giusto nell’attesa.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 2 del mese 03 dell'anno 2010.
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Ieri ho ascoltato una canzone che mi ha stupito, perché recita: “dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare“. Mi ha stupito perché era un messaggio per me. Coelho dice che l’Universo interno ti parla ogni giorno in tante piccole cose quotidiane.
Se la canzone di Fossati – che riprende il pensiero del cristiano Charles de Foucauld – fosse finita con un ‘c’é un tempo per seminare e uno per raccogliere’, allora avrebbe perfettamente espresso questo mio periodo. Semino e raccolgo incessantemente. E quello che mi manca è l’attesa.
Mi manca il riposo della semina che è attesa del raccolto, mi manca il silenzio che separa due parole, lo spazio tra le righe, la separazione che unisce lettere e parole. Mi manca il mare che crea distanze riempiendo vuoti. E’ come ballare incessantemente su un’unica continua melodia.
Mi manca l’armonia, mi ci arrovello da mesi e l’ho capito in un attimo, ascoltando l’ultima frase di una canzone in un punto imprecisato dell’Universo fra Parma e Milano.
C’é un tempo per seminare e un tempo per aspettare. Forse non c’é il tempo di raccogliere, ma il tempo dell’attesa ha in sé la fatica della semina e la promessa della raccolta. E’ quindi entrambi pur non essendo alcuno dei due. E’ un tempo magico, di speranza.
Questa è la spemuta: un momento in cui concentri (spremi) la tua speranza (speme) fino all’ultima goccia. E aspetti, in silenzio, perché non è ancora il momento.
La strada scorre veloce davanti a te, tieni l’auto in carreggiata, attenzione massima davanti e dietro, focalizzato sulla direzione. E poi magari accetti di dare un passaggio a qualcuno che non conosci, e questo ti cambia la giornata, la meta e forse anche…
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 02 dell'anno 2010.
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Parole e pensieri esplodono come schegge. Si sforzano di uscire tutte insieme contemporaneamente e si ostacolano a vicenda. Troppa pressione, troppa energia. Cresco in grembo la mia stella danzante.
Continuo ad avere fame e inappetenza insieme, mi sono assuefatto a questa follia. Vado avanti libero. Libero da obiettivi, libero da piani, libero da idee. Non vado neppure avanti perché non c’é un avanti per chi non ha una meta. Mi muovo per muovermi su un ritmo che sento solo io, dentro. Danzo sulle note di una musica sconosciuta che trasforma in conosciuto lo spazio che coprono i miei piedi, come una coperta d’inverno mi poso come neve su nuova terra, la abbraccio ma non mi scalda e turbino come tormenta veloce, ancora, per raggiungere nuovi spazi e nuove occasioni di trovare calore.
L’unica cosa che il sole non scalda è sé stesso, l’unica a non poter vedere la luna di notte è la luna stessa. Ho pianto una vita il dolore dell’insuccesso di voler essere compreso. Di una mano che stringesse la mia esprimendo in uno sguardo un segreto che ha la forma di un posto da chiamare casa.
Ho compreso che il desiderio rende schiavi, impedisce di sentire bene il ritmo, di vedere davvero la persona che hai davanti. La brama di avere impedisce di vivere, la voglia di arrivare ti fa perdere di vista il viaggio. Se ami il vento non puoi fermarlo, perché se lo fermi, non esiste più.
Danzare per danzare, libero dal voler essere qualcosa o voler avere qualcuno. Questà è libertà fine a sé stessa. Abbracciare il mondo senza cercare qualcosa in particolare.
Attraversare muri sbriciolandoli con fragore di Gerico che cade, e invece infrangersi sulla superficie trasparente di uno sguardo che sfida le leggi di natura senza chiedere permesso e si insinua nella mente come una follia verde.
Nuoto invece di inabissarmi, non mi lascerò andare questa volta, è solo il primo pugno e chi riesce a colpirti in faccia facendo breccia nella difesa, non è detto che riesca a sbatterti a terra. Sono ancora qui e ho imparato ormai che la voglia di essere battuto è quella che fa vincere. Anche chi non lo merita.
Mi muovo senza meta attorno a me stesso come un tornado, andando veloce anche una piccola cosa può farmi deragliare. Ma stavolta, stavolta no, non passerò li sperando che mi deragli. Se e quando deraglierò, sarà perché qualcuno ci riesce davvero. I nostri desideri più intimi li buttiamo addosso alle situazioni alla prima occasione, tanta è la brama di vederli realizzati. Così finiamo per l’adattare le situazioni e le persone alle nostre percezioni, anziché allineare le percezioni con le situazioni e le persone che incontriamo sulla nostra strada.
Oggi metto una tacca in più sullo stipite della porta. Qualche centimetro di altezza che è anche un cerchio in più attorno a quello che ho dentro.
Un’esitazione è un punto in cui sei tirato in almeno due direzioni opposte. Non esistono persone senza esitazioni.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 15 del mese 02 dell'anno 2010.
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Eppure ne avrei mangiate 100 di cuccagne insipide, ma non ti posso dire il motivo. Anche se, in fondo, secondo me lo sai. Perché mi hai sempre letto con estrema facilità, e questo mi ha sempre fatto sentire nudo ieri e invisibile oggi.
Sento che ho un tappo dentro. Forse lo ignoro da un po’ ed è per questo che la pressione sale. Da un lato ho voglia di parlare, di tirare fuori la delusione degli ultimi mesi, la rabbia che mi ha dato la grinta per andare avanti.
Vorrei soprattutto abbattere questo muro invisibile che mi sta impedendo da un po’ di riuscire a dire alle persone quello che penso di loro, vorrei superare questa impotenza sentimentale che mi fa morire dentro tutte le belle sensazioni che provo, anche se sono di passaggio.
Vorrei riuscire ad esprimere la gratitudine per aver trovato un sorriso che mi scalda e mi tiene impegnato nell’esercizio di accenderlo. Vorrei essere in grado di recuperare un’intimità persa, forse oggi tanto inopportuna quanto desiderata.
Vorrei tornare a sentire le piccole cose, ad ascoltare con attenzione i ritmi più lenti, vorrei tornare a sentirmi quieto dentro. Invece sono bloccato in un viaggio a folle velocità dove l’oggi è solo il passato di domani. E dove l’importante è andare avanti perché dopo un passo falso l’unico modo per restare in piedi è sforzarsi di poggiare ancora i piedi, non importa dove, al costo di una danza butoh. Chi si ferma crolla.
In estrema sintesi per una volta vorrei che qualcuno fosse in grado di rassicurarmi, di farmi penetrare fin dentro le ossa il calore di un abbraccio, e di dirmi “non preoccuparti, per una volta ci penso io e non ti costerà altre cicatrici”. Vorrei sentire davvero l’insostenibile leggerezza dell’essere, invece di trascinarmi il peso altrettanto insostenibile di quello che vorrei evitare di essere per paura di sbagliare o di essere giudicato perdendo le persone che amo.
Non è da me tutto questo. Eppure sono io a farlo. Quindi è da me. Forse ho solo bisogno di abbracciare senza esitare questa sana rivoluzione che mi ha strappato al vecchio. Ho forse ho solo bisogno di tempo per digerire questo nuovo.
Oppure ho semplicemente necessità di scrivere forse, senza sforzarmi per una volta di dare e darmi certezze, di essere responsabile, quello affidabile, quello che sceglie.
Forse è solo il caso di fottermene un po’. Ma non ci riesco ancora.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 07 dell'anno 2009.
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Ma con un occhio solo si vede come con due? Oppure si fa più fatica? O forse si vede uguale ma si perdono alcune cose.
Di certo ci si sforza di più. Uno sforzo che è simile a quello che fai quando cerchi di prevedere il futuro, un futuro che non si preannuncia, non minaccia catastrofi incombenti né vittorie imminenti. Sta lì placido a farsi guardare sapendo che per quanto ti sforzi, non riuscirai a prevedere.
Con un occhio solo si (s)forza la vista, ma ci sono cose che neppure con due occhi puoi riuscire a penetrare, tanto sono oscure. Oscure eppure limpide come un iride dal colore tenue circondato da un bianco più oscuro del nero.
Le cose più luminose possono nascondere come le tenebre.
Ma del resto come scrisse qualcuno abituato ad osservare le cose dall’alto, l’essenziale è invisibile agli occhi.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 06 dell'anno 2009.
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Oggi ho fatto la mia prima pausa post.cena birra in mano a fare quattro passi lungo il naviglio. Meditavo di farlo da quando ho messo piede nella nuova casa qualche giorno addietro. Trasferito il liquido dalla bottiglia allo stomaco, ho iniziato a soffiare dentro il collo della bottiglia, in un modo noto a tutti o quasi.
In qualche momento mi nasce un pensiero: le persone sono come le bottiglie, occorre che siano nella giusta posizione per farle “suonare”. In effetti sento che è da un po’ che “non suono più”. E questo pensiero mi ha illuminato un secondo: forse è tutta una questione di “posizione”.
“Essere in pace anche se non si è dove ci piace” – Nesli docet.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 05 dell'anno 2009.
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Ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro, ogni discesa facile che hai percorso all’andata, diventa una salita difficile se vuoi tornare indietro…
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 18 del mese 04 dell'anno 2009.
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Alle iene un servizio sulle chat. Instant Messaging piu’ che altro. Quattro ore di esperimento per mostrare come i minorenni cercano sesso. O meglio qualcuno che si masturbi con/per loro, o anche semplicemente li stia a guardare. Quattro ore per mostrare adulti maschi in cerca di tenere ragazzine da usare.
Troppo facile. Troppo facile dire “ecco che succede quando i vostri figli si collegano”. Troppo facile fare finta che basti non usare internet per ovviare a genitori che non sanno essere tali. Troppo facile addossare allo strumento l’assenza di valori di chi lo utilizza.
La censura non e’ protezione.
Il vero orrore non e’ un trentenne che si masturba davanti una tredicenne. E’ presentare questo come responsabilita’ di un mezzo di comunicazione, ignorando che quello stesso media ha aperto potenzialita’ mai viste prima per lo sviluppo dell’umanita’ migliorando la vita di molte persone. Il vero orrore è vivere in un tempo ed in un luogo, l’Italia di oggi, dove non si riesce ad arrivare al cuore del problema, dove ci si accontenta del sensazionalismo della superficie.
Il vero problema è presentare sillogisticamente qualcosa, in un mondo che ha smarrito il senso critico.
Bruciamo internet, luogo di perdizione e pedopornografia, luogo che trasforma giovani innocenti (“non ruberesti mai un auto…”) in ladri senza scrupoli (a cavallo di un mulo), luogo dove dipendenti modello si trasformano in perdigiorno (navigando fra i profili di facebook).
Io internet continuo solo ad usarlo di più, di fronte a questa parata di luoghi comuni e banalità superficiali nate morte. Perché è l’unico media che mi permette un reale contraddittorio.
L’unico media che fa male è quello che non si usa senza consapevolezza.
E la responsabilità non è del media, ma della società in cui crescono i ragazzi. E una società che li cresce imboccandoli con estremismi e superficialità, non può stupirsi se nella loro personale ricerca di risposte sul mistero che è la vita, essi restino affascinati dal lato oscuro delle cose: in un mondo finto e in una società senza risposte, il lato oscuro è l’unica cosa viva che vedono. Perché appare come l’unica che gli parla direttamente e che dia emozioni vere.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 03 dell'anno 2009.
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Il problema di questi tempi, soprattutto in questo paese, non è che le vecchie risposte non funzionano più. Il problema non sta nel fatto che non abbiamo soluzione ai problemi di oggi. Il problema, analogo a quello affrontato da Confucio nella sua vita, e tipico di ogni epoca/contesto di decadenza, è che si è smarrito il contatto con la realtà.
Il problema è che utilizziamo vecchi nomi per intendere cose nuove. A cui associamo soluzioni antiche, che non funzionano non perché siano sbagliate ma perché solo la superficie dei nomi è rimasta apparentemente inalterata, ma la sostanza delle cose è cambiata davvero.
Così a livello collettivo chiamiamo ancora “democrazia” qualcosa che con un popolo non ha nulla a che fare. Un modo di prendere decisioni che formalmente si basa sulla partecipazione del popolo, per il popolo, ma che nella pratica coinvolge e riguarda meno della metà della popolazione che vive stabilmente su un territorio soggetto alle regole prodotte dalla democrazia.
Chiamiamo “informazione” un flusso altamente omogeneo e filtrato di dati, quasi privo di contraddittorio, come se l’informazione fosse un oggetto e non un processo dialettico che si nutre di pluralismo delle fonti e che non può quindi prescindere dall’individuale senso critico.
Chiamiamo “capitalismo” una forma di parassitismo economico di coloro che non accettano il verdetto del mercato che però in concorrenza producono efficienza, e pretendono di restare in vita utilizzando le loro risorse per forzare di notte quelle stesse regole che poi invocano come sacre quando a soccombere è qualcun altro.
Chiamiamo “comunismo” un modo di fare politica per lo Stato e dentro lo Stato.
Definiamo infine “liberale”, il sopruso sulla altrui libertà di scelta.
Ma la cosa che mi sconcerta di più è il pressapochismo con cui la parola libertà viene usata dalle persone. “libertà di scelta”, “coerenza”, “valori” sono termini densi di storia e sangue, che vengono utilizzati oggi in modo aberrante.
I pochi amanti della libertà ancora in vita sono costretti a vivere in un mondo dove la libertà è un pretesto per opprimere, schiacciare e privare. Chi ama la libertà non ama solo la propria. Il massimo della mia libertà è ridurre tutti in schiavitù. Ma se anche realizzassi ciò, non avrei reso questo mondo libero, e neppure me stesso. Ma avrei fatto di me il mondo schiavo e anche me stesso!
Amare la libertà di scelta significa essere disposti a rinunciare ad un po’ della mia libertà per gli altri, quel tanto che basta per rendere tutti egualmente liberi. Al di fuori di questo non c’é libertà. C’é solo difesa della propria libertà, ma la libertà non si accumula e non si conserva, la libertà è un valore che esiste solo se esercitato. Un paese libero o una persona libera si riconoscono da quanta libertà esercitano, non da quanta ne accumulano nelle loro carte o discorsi. Ed esercitare la libertà non significa fare ciò che ci pare e neppure fare ciò che riteniamo giusto. Significa esprimere sé stessi senza operare altra costrizione all’infuori di quella che ci impedisce di diminuire la libertà di scelta di chi subisce le nostre azioni.
Essere liberali significa partire dall’attenzione verso chi subisce le nostre scelte, affinché non limitiamo la sua stessa possibilità di scelta rispetto alla nostra, e solo dopo scegliere come agire in base ai nostri desideri. Qualsiasi processo inverso non è libertà! E’ essere schiavi dei propri desideri, avere un ego smisurato e non riuscire a vedere al di là del proprio naso convinti che la realtà che soggettivamente vediamo, sia oggettivamente così per tutti.
Il liberalismo non è in crisi. Semplicemente oggi non viene applicato da coloro che se ne vestono.
Se sono paralizzato in un letto in stato vegetativo da 17 anni è chiaro che non sto esercitando alcuna libertà. Quindi non sono libero. Perché la libertà esiste solo nel momento in cui viene esercitata (anche decidendo di non esercitarla). La violenza e l’oppressione sono l’atto di mantenere lo stato di mancato esercizio della libertà. In assenza di volontà precedentemente espresse da parte di chi si trova privato della propria libertà, ma in presenza di chiari ed evidenti condizioni di anormalità della vita di una persona, strappata al suo destino naturale, dall’artificio dell’uomo, ebbene non ci può che essere una comune ed indignata reazione da parte di chi si professa amante della libertà.
Libertà non è fare quello che si vuole, ma scegliere fra quello che si può fare. Non puoi vivere se la natura ha deciso altrimenti, perché il tuo corpo è natura, e sarebbe un atto di ribellione contro la natura (come credete che si riduca un corpo umano dopo 17 anni di alimentazione forzata?). Non puoi imporre la tua visione della vita come assoluta perché non esiste libertà senza poter scegliere di sé stessi.
Staccare la spina non ha compresso la libertà di scelta di nessuno (quella di Eluana era già stata compressa dalla natura/il destino/Dio). Non staccarla avrebbe imposto un concetto liberticida di libertà.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 02 dell'anno 2009.
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