Questo è il blog provvisorio di Mushin.
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Tutti gli articoli su considerazioni
Come ormai prassi dal 2006 il mio compleanno è tempo di bilanci, personali.
27. Sono gli anni che ho compiuto. Fa un po’ effetto. Come qualcuno mi ha fatto notare è definitivamente finito il tempo in cui venivo considerato una giovane promessa. E’ tempo di dimostrare, di risultato, di solidità. Non bastano più le idee. Si gioca (finalmente) sul serio. E sono dove dovevo essere.
Ho imparato che sono incoerente come tutti gli essere umani. Perché in realtà muoriamo e nasciamo ogni giorno, alcuni ogni minuto. Ho imparato che dentro questa incoerenza c’è la ricchezza del letame: come scriveva De Andrè a proposito di una via di Genova poco distante da dove mi trovo adesso.
Ho imparato che esiste un tempo per essere poeti, per cantare sognanti di epiche imprese e guerre mosse da onore e principi. E che poi arriva il tempo in cui la guerra ti tocca farla sul serio e scopri che sporco di fango e sangue non ti distingui dall’opportunista, guerrafondaio e ignorante da cui ti sentivi così diverso e con cui condividi fatiche e vittorie. Perché tutti i fiumi finiscono al mare, a dispetto della sorgente di provenienza. Chi canta la vita non ne sa spesso un bel nulla: chi la vive non ha tempo di raccontarla e chi l’ha vissuta non ne ha interesse. E così diffido dei poeti, cerco la compagnia dei silenziosi dalle mani sporche.
Ho imparato che gli amici e gli affetti più solidi forse non sono i più grandi. E sicuramente non si scoprono nell’idillio della felicità condivisa. Ma nella notte del bisogno, quando ti sorprendono a rubare e si voltano dall’altro lato senza aggiungere una parola.
3. Sono gli anni che vivo a Milano. Ebbi un motivo per arrivare, a tutt’oggi non ne trovo uno per restare. Ma neppure per partire. E in questo senso di sospensione, con la paura di perdere anni importanti ho scoperto invece di essere cresciuto come mai mi sarebbe stato possibile altrove. Nella fatica, nell’opportunità, ancora una volta nel letame che concima.
2011. Un anno che mi ha portato lontano. Iniziato a Genova a leccarmi le ferite, finito a Genova a contarmi le cicatrici. Sono arrivato laddove mai mi sarei mai aspettato, con appetiti sempre più grandi che trovano ad attenderli orizzonti ancora più vasti. Ogni giorno punti interrogativi cruciali crescono accanto a me stimolandomi a cercare, cambiare, crescere, morire. Un anno che mi ha regalato persone importanti e ricordato il valore di quelle poche stelle del mattino che sono meno visibili di quelle notturne, ma sempre presenti.
Il 2011 mi ha regalato due cose. La prima è la consapevolezza che il problema non è mai non avere la risposta. Ma fermarsi a cercarla anziché esplorare la prossima curva che aggiunge nuovi elementi al paesaggio e nuovi spunti al cammino. La seconda è che non ha importanza ciò che sai ma come ti poni rispetto a ciò che ancora non sai. Come ti apri alle opportunità dell’Universo.
Il 2011 rantola, ma a differenza degli altri anni non sento chiusure: tutto quello che il 2011 ha portato è qui per restare. L’avventura è solo iniziata. E così mentre il mondo che abbiamo conosciuto cade a pezzi ogni giorno di più, mentre non sappiamo ancora che forma assumerà il nuovo, mi appresto a lasciare le colonne d’Ercole alla volta di mari più grandi e imprevedibili sicuro di trovarvi nuove terre o la morte gloriosa di chi perisce nel coraggio della sfida.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 8 del mese 12 dell'anno 2011.
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L’altra faccia delle nuvole è quella a cui non pensiamo quando richiamiamo alla mente il loro candore. O quando puntiamo minaccioso il naso al cielo in un gesto che a ragione rende difficile tenere chiusa la bocca.
L’altra faccia le nuvole te la mostrano se voli oltre, più in alto. E da quella posizione ad essere celata è la faccia consueta.
Non puoi guardare entrambe le facce simultaneamente. E in fondo neppure la nuvola potrebbe: lei è tutto insieme.
Alla stregua di una nuvola siamo noi. Ad osservare bene le persone esse sono un miracolo. Stupefacente quanto il gioco di prestigio di un bianco che senza fili galleggia nel nulla.
E più delle nuvole ha facce l’essere umano. Alcune difficili da conoscere, altre più immediate. Ma impossibile sarebbe osservarle tutte simultaneamente.
E così appare strano questo processo: più lati conosci di una persona, meno ti sembra di afferrarla nella sua interezza. Persino noi anneghiamo nella nostra stessa complessità: viviamo tutti i lati della nostra persona eppure questo non ci aiuta a dire di conoscerci, soprattutto di capirci. Di esprimere la coerenza dell’uno. Spontaneamente.
Per fortuna non serve capire come funzionano le nuvole per amarle.
E anche se sembra difficile che una nuvola possa essere contemporaneamente materasso per il cielo e coperta per la terra, è realtà che sia così.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 8 del mese 09 dell'anno 2011.
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Come ho più volte scritto in passato sono un grande fan delle discussioni sull’utilità marginale. Perché credo fermamente che spieghino la grande maggioranza dei comportamenti umani, soprattutto quelli più paradossali.
Secondo questa teoria economica l’essere razionale non ha a che fare solo con il perseguire l’ottimizzazione dell’utilità assoluta (o la minimizzazione del danno) ma anche con la massimizzazione dell’utilità marginale, cioè dell’incremento dell’utilità. L’esempio arcinoto è quello dell’aria e del diamante: la prima è utile in senso assoluto. Il secondo è superfluo (rispetto alla sopravvivenza). Ma dal punto di vista dell’incremento di utilità la prima offre un incremento piccolo (è abbondante) il secondo essendo scarso (raro) offre un incremento notevole. Da cui la differenza di prezzo.
Ho visto tante persone avere molto e dare quel molto per scontato. Acquisito. Abbondante. Un indispensabile diventato superfluo perché una volta acquisito è meno appetibile di ciò che non abbiamo ancora. La trappola dell’utilità marginale. La chiamo trappola perché è facilmente verificabile come questa condotta generi un loop: appagato (incremento di piacere 0), orienti il tuo appetito verso qualcosa di nuovo (che non hai e quindi ha un incremento di piacere maggiore di zero), ma una volta acquisito anche qui l’incremento di piacere tenderà a zero. E così via. All’infinito. Tralasciando tendenzialmente ogni considerazione circa l’utilità (piacere) in assoluto. Cioè il beneficio globale (rendita media).
Forse l’uomo non è fatto per la media. Del resto accetta l’onere di una scommessa all-in solo per sentire il prurito seducente del rischio. Uno sguardo nuovo che ti desidera vale più i tutti quelli che hai già appagato. Le labbra a cui non ti sei mai unito tentano più di quelle su cui ti sdrai ogni notte.
Ci sono i furbi: quelli che leggono in questa ambivalenza la necessità di essere ambivalenti, che vestono di consapevole sfida l’incoerenza o che almeno non pretendono di convincere gli altri e se stessi di balle ripulisci coscienza. E poi ci sono i fessi: quelli che pensano di avere le idee chiare, ma non si conoscono e sono vittima di appetiti non appagati che li portano sempre sul limite della contraddizione, ma sempre con una giustificazione, prima che per gli altri per se stessi. Anche per i repentini sconfinamenti. I ligi, quelli che non sembra soffrano del problema, esistano pure. Ma li conosco poco: mi risultano così noiosi che investo poco tempo nella loro compagnia.
La vita è un mercato. Ognuno ha una sua idea di buon affare. Inevitabilmente modellata sulle cantonate. Adoro chi investe nel superfluo. A patto che sappia cosa sta facendo. Perché puoi anche spendere tanti soldi per un diamante ma se credi davvero che ti possa riempire i polmoni quando finisce l’aria allora è meglio che al mercato tu vada in compagnia.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 08 dell'anno 2011.
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Ci dicono che le grandi cose arrivano dopo immensi sforzi e abnegazione continuativa.
Forse è così.
Però è anche vero che esistono grandi «colpi di culo» che in un istante ci fanno progredire anni luce più di quanto lontano ci avrebbe portato una buona andatura spedita e costante. In effetti un deserto è formato da granelli e un diamante da ere di pressione. Tutto ciò che cambia è frutto di un processo di accumulo lento. Quello che viene percepito come radicale nel cambiamento è legato al punto di rottura, oltre il quale nulla è più come prima. Le cose si sono accumulate per giorni, forse anche per anni, un granello alla volta. Ed improvvisamente una mattina quell’equilibrio ogni giorno impercettibilmente più precario, si sveglia disequilibrio. E la montagna si fa valanga.
E porta tutto giù fino ad un nuovo equilibrio.
Mi torna alla mente la leggenda sulla saggezza di Salomone. Due madri si contendevano un bimbo a lamenti e lacrime ma solo una fece scudo al piccolo quando Salomone alzò la spada per dividerlo equamente in due.
Sottoporre a minaccia – reale o meno – qualcosa mi è sempre giovato a difendermi dalle bugie. Dalle mie bugie. Da quelle che tendo a raccontare a me stesso per aggiustare il puzzle della mia vita, di cui io ho più tessere degli altri. Spesso tanta energia viene investita nel mantenimento coatto del puzzle, un po’ come volere per forza che un tassello abbia più buchi ai bordi di quanti non ne abbia davvero. Perché spesso è la tua idea di puzzle a guidare l’incastro e non l’incastro a determinare la tua idea di puzzle.
Davanti ad una scelta radicale (e dunque semplice), la risposta deve essere semplice. E chi mente spesso si riconosce dai silenzi. O dalle troppe parole. Una scelta radicale non è un no/sì, è un sì immediato e deciso contro un no che è tutto ciò che non è quel sì. Spesso davanti a simili scelte mi sono crogiolato fra sì e no come fossero due opzioni, A e B. E quindi perché non inserirne una terza. O un ibrido. Ma la vera scelta radicale è veloce tanto quanto sgradevole: è fra sì e un non-sì.
E’ neve che si scioglie al sole.
E la verità è che preferiamo spesso aggiungere le nostre lacrime all’acqua, anziché avere a che fare con la neve. Il sottrarsi alle scelte ha fatto più morti delle scelte sbagliate.
Ma dicono abbia il pregio di farti sentire una persona giusta quando chiudi gli occhi la sera, al contrario di tutte quelle volte che ti sei torturato per una scelta sbagliata.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 08 dell'anno 2011.
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Una delle storie che più mi ha sempre colpito della Bibbia è la parabola dei talenti. A differenza delle altre storie importanti (penso a Giobbe, Giona, Adamo ed Eva) la parabola dei talenti è abbastanza controintuitiva. A tre uomini vengono assegnate delle monete, uno le nasconde mentre gli altri due le investono ottenendone un guadagno. Al suo ritorno il proprietario delle monete castiga il servo che aveva nascosto i talenti.
Mi sono sempre sentito un po’ dalla parte del servo castigato. In fondo non ha fatto nulla di male. E non rischiando non ha messo a repentaglio nulla.
Dopo parecchi anni ho compreso il senso della parabola. E cioè che “non fare niente di male”, non coincide con “fare qualcosa di buono”. Minimizzare il rischio e massimizzare il beneficio sono due azioni disgiunte.
La parabola non elogia gli altri servi perché hanno guadagnato del denaro. Ma perché hanno servito bene il proprio padrone. Perché anche in assenza di una consegna esplicita, hanno interpretato, intuito, hanno naturalmente e spontaneamente agito in accordo con la natura del proprio rapporto con l’altro. Così come in fondo ha fatto anche il servo castigato. Anch’egli credeva di interpretare bene il suo ruolo.
Come spesso accade nella vita, un primo metro di giudizio è teleologico. Si giudicano le intenzioni. Ma successivamente sarebbe assurdo non guardare anche ai risultati, agli effetti delle azioni. Misurare i fatti è il secondo metro di giudizio.
La difficoltà è che la realtà è catturata da entrambi gli occhi contemporaneamente. E il contributo di ciascuna prospettiva oculare non ha senso da solo, né è utile.
E’ quello che chiamo il dilemma dell’alcolizzato. I casi possibili sono quattro: a) le intenzioni e i fatti coincidono positivamente (non bevo e non ho intenzione di farlo), b) le intenzioni e i fatti coincidono negativamente (bevo e ho intenzione di farlo), c) i fatti sono disgiunti dalle intenzioni negativamente (vorrei smettere di bere ma bevo), d) I fatti sono disgiunti dalle intenzioni positivamente (voglio bere, ma non lo faccio). E’ evidente che i primi due casi non comportano alcun problema. La scelta associata è facile da prendere. Il caso d) invece è abbastanza raro: difficilmente ad un’intenzione non seguono i fatti (a meno di non essere in astinenza e legati al letto). Il caso c) è il più complicato. Quello che uccide neuroni e favorisce fughe di senno che si concludono su mondi a cui nessun Astolfo arriverà mai.
Se ci aggiungiamo che ‘fatti’ ed ‘intenzioni’ sono due oggetti senza contorni definiti, scegliere in alcuni casi, assomiglia alla spada di Alessandro Magno che recide il nodo di Gordio per annullare un problema insolubile: l’atto arbitrario di chi s’è rotto i coglioni di pensarci su.
Del resto, non sono nuovo a questi momenti: Matrice dell’Amodio vi ricorda nulla?
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 07 dell'anno 2011.
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Il tronco di un albero punta dritto al cielo.
Mi ha sempre affascinato l’apparente semplicità degli alberi. Li trovo estremamente complessi.
Il tronco di un albero punta dritto al cielo. E’ sicuro, non ha dubbi. Cresce solo in una direzione. Poi ad un certo punto smette e decide di preferire l’ampiezza all’altezza. Come decide questo punto, un albero? Quand’è che la certezza dell’andare sempre in una direzione, decisi e ritti, si dissolve nell’incertezza di esplorare simultaneamente più direzioni?
E per ogni ramo che scava il cielo come fa un albero a decidere quando è il momento di arrestare questa esplorazione? Come decide su quali fronde spingersi più in la, quali nutrire di più, quali abbandonare e quali dei nuovi germogli meritano anni di sapiente costruzione?
Come fa un albero a decidere su quale strada proseguire e quale abbandonare?
E poi ci sono le radici: un altro albero che non si vede. Vive nel buio, al freddo e si nutre di rifiuto. E’ grande quanto la parte che fa da casa agli eleganti uccelli. Non è meno importante.
Li osservo, così immobili eppure così esperti di strade, così inermi eppure così longevi. Li tagli in pochi minuti, anche se ci sono voluti decenni per costruirli.
E’ difficile scegliere quali strade imboccare. Molte ci costringono a tornare indietro, ma dopo metri e metri che abbiamo percorso un millimetro alla volta, come sa un albero che sceglie i suoi rami. Altre vengono spazzate via in un baleno, perché distruggere è sempre stato infinitamente più celere del costruire, come sa un albero colpito da un fulmine.
E’ difficile, ma gli alberi non sembrano curarsene.
Sarà per questo che non hanno i blog e non vengono assaliti dal desiderio di scrivere a tarda notte.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 04 dell'anno 2011.
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Ieri sera ho preso una sbronza. Come non mi succedeva da anni. Da 8 anni. Da quando conobbi l’alcol, insomma. Stavo li, dicevo «l’ultimo, solo un altro ancora» ed ero felice. Non contento. Felice. Finché non devo essere crollato con un sorriso ebete in volto, trucco da gran serata mai tolto.
Stamane apro gli occhi senza capire subito dove mi trovo. La prima cosa evidente è che sono finito fuori strada. Quasi fossi un treno che, troppo carico di felicità, deragli liberandosi dei binari. Come sempre accade dopo una notte brava, la memoria non si risveglia con te. Torna bensì come la prima pioggia, quella che conosce la gentilezza dell’avvisare, goccia a goccia.
La prima parola che mi torna in mente è «dimentichi». È buffo come in una sbornia ogni discorso entri ordinato e compiuto ed esca come un ammasso chiassoso di parole.
Ma questo dis-ordinare si fa spesso un ri-ordinare. Non ricordo bene cosa volesse dire quel «dimentichi». «Tu dimentichi…», un monito? Un avvertimento? «Noi, dimentichi…», un’unione che respira alle rarefatte vette della coscienza, dove cielo e terra intrecciano le mani senza curarsi di dove inizia l’uno e termina l’altra?
Non ricordo bene. Inchiodato dallo sguardo, non mi sono preoccupato di correre dietro alle parole, indaffarato ad attendere che l’ultima lasciasse le tue labbra per poterle abbracciare con le mie.
E così questo risveglio sancisce una meraviglia: io dimentico. Quello che fu, quello che ero. Io dimentico e sono nuovo. Di più: io, dimentico di me, viaggio nel presente come una stella galleggia nel buio: senza meta. E sulla soglia di questa meraviglia oltre la meraviglia mi arresto, come dopo una notte di sbronza: il ricordo esatto di ogni cosa è negato per rispetto, ma ogni fibra del tuo corpo sa perfettamemte cos’è stato. E ne vuole ancora.
Il cuore dell’uomo fa alcova in profondità negate anche alle parole di maggiore peso.
In questa metaviglia, meraviglia oltre la meraviglia, io sfido le mie colonne d’Ercole sapendo che potrei naufragare. Ma se conto il numero dei denti lasciati nudi dal mio sorriso, scopro che, in fondo, non m’importa. La certezza di un mediterraneo conosciuto s’arrende alla voglia di un oceano per cui forse non si è mai pronti finché non si parte.
Anche se mi fa paura. Una paura che voglio accatastare con cura: legna da ardere per le notti fredde che questo viaggio attraverserà.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 24 del mese 03 dell'anno 2011.
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Una volta su un tetto che non era riparo, ma ara per il sole estivo, mio nonno mi disse «Tutti sono affascinati dai soldi e dal potere. Ma è sempre meglio essere un re tra i porci, che un porco tra i re. Cerca sempre di essere re, qualsiasi cosa significhi».
Mio nonno è l’unica persona che io abbia mai preso sul serio, senza mai azzardarmi a relativizzare le sue affermazioni. Ho sempre interpretato quella frase come un non accontentarmi del secondo piazzamento. Puntare sempre al primo. E se non ci arrivi, perché capita e spesso, non cercare il compromesso. Non accontentarti di parità. Non di premi speciali. Se non sei il primo hai comunque perso come tutti gli altri. Che significa semplicemente: porta la tua delusione altrove, non è quello il tuo reame.
Questa visione della vita funziona se alla base ognuno di noi avesse garantito un suo posto da re da qualche parte: meglio non perdere tempo ad accontentarsi di situazioni subottimali. Ma questa storia puzza alla stregua dell’anima gemella che ti starebbe aspettando da qualche parte, solo per te.
Forse bisognerebbe solo avere il coraggio di non tergiversare sulle cose di cui non siamo convinti al 100%. O per cui è chiaro che non saremo re.
Ma la cosa più difficile in assoluto in questi anni è stata imparare a mollare il secondo posto. Perché quando ti impegni e ci credi, un secondo posto è quasi quello giusto, anziché il primo degli ultimi. E il quasi quello che vorresti sembra pesare più del nulla di quello che vorresti. Ma sono gemelli omozigoti.
E quando è chiaro che la partita è chiusa, non c’è più da aspettare o da sperare: il risultato è stampato a lettere cubitali sul tabellone.
Ci sono persone che fanno il viaggio con te. E ci sono gli autostoppisti, che hanno chiaro dove andare, e che ti chiedono solo un passaggio.
Non sono loro stronzi quando scendono. Sei tu egoista se pensi di poterli distrarre dalla loro meta. E se non avevi visto il pollice alzato, pazienza. La prossima volta starai più attento.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 14 del mese 03 dell'anno 2011.
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Ci sono persone pazze, che vivono senza mettere in discussione una normalità evidente solo a loro. Che è anormale per molti altri. E poi ci sono persone che esplodono di normalità. Sono spesso stigmatizzate come folli anch’esse, ma non si costruiscono una normalità alternativa a quella dominante. Semplicemente si ammalano di normalità. La assorbono ogni giorno a piccole dosi, per anni, continuamente. Finché un bel giorno, un giorno qualunque, superano la massa critica oltre la quale tanti granelli adagiati l’uno sull’altro diventano montagna. In quel giorno compiono un gesto eclatante, dirompente, dalle conseguenze tanto ineluttabili quanto irrimediabili.
Si fa in fretta a sostenere che è la pazzia ad averle mosse. Un elemento esterno deve avere influito. Una sorta di malattia: qualcosa di invisibile ed estraneo che si insinua in quell’ecosistema che funziona da sé che è l’essere umano. E lo rompe. In un attimo e completamente.
Eppure in fisica come in metafisica, le spiegazioni più solide sono spesso quelle di occamiano vigore: le più semplici. Forse non è pazzia improvvisa. Forse non è un senno smarrito da andare a recuperare sulla Luna in sella ad un ippogrifo. Forse banalmente è che la normalità uccide.
Ci sono persone che fingono. E ci sono persone che imitano. La differenza è sottile, ma esiste. Le prime mentono, a volte neppure consapevolmente. Le seconde sono alla ricerca di un’autenticità che sperano di rubare agli altri. Ripetono gesti, frasi, parole e scelte. Ma sfiorano solo la superficie di una normalità che a loro sembra negata.
Si potrebbe dire che il loro errore sia quello di non vivere secondo le loro attitudini. Ma la verità è che sono persone sfortunate. Come quei bambini che vorrebbero giocare a pallavolo quando tutti sono ben contenti di giocare a calcio: si devono adeguare perché non possono giocare da soli.
E allora imitano e aspettano. Aspettano un’occasione o qualcuno per cui poter smettere di giocare nel ruolo, e potersi permettere il lusso di pensare solo a sé. Un complice per un delitto che è uxoricidio dei doveri quotidiani a cui siamo sposati.
Non per forza si deve arrivare a tanto. Basta saper volare come i gabbiani: un po’ di navigazione che segue il vento, un po’ di ali che mescolano i destini invisibili dell’aria. Che diventa uragano altrove.
Due mani che si stringono non arrivano necessariamente lontano. Ma la strada che percorrono insieme è l’antidoto alla normalità.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 03 dell'anno 2011.
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Il respiro non consuma aria, neppure quando è in affanno. L’amore perduto non consuma il cuore, neppure quando lo inchioda a legni incrociati.
Alcuni tagli abbattono l’albero, altri lo sfrondano rendendolo più forte.
Perdere e acquistare non consumano se sono fasi dello stesso respiro. Ma una sola di esse rende asfittici come se ci si concentrasse solo ad inspirare o espirare.
Sono dietro un vetro e volgo lo sguardo fuori. Ma il vetro, per quanto trasparente, mi restituisce in parte la mia immagine, mi mostra il dentro senza negarmi il fuori.
Il tempo fuori seduce la mia voglia di primavera mostrando colori che come iridi incrociati per caso sussurrano inviti senza nominarli. Poi le nuvole mi riportano alla realtà delle promesse: boccioli ancora chiusi, su cui copiosa cade la pioggia delle nostre migliori speranze. La primavera sta arrivando. Ma non è qui. Non ancora.
Non sono io, non è la strada la fuori. È un vetro che sovrappone le due cose. Ma non vuole farsi beffe di me. Forse suggerisce verità più profonde di quelle che puó sondare l’occhio.
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 5 del mese 03 dell'anno 2011.
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