Questo è il blog provvisorio di Mushin. Leggi qui per saperne di più.

Tutti gli articoli su considerazioni

Dimmi Dove

Dove sono i tuoi sorrisi?

Dov’è il fiume in piena delle tue parole?

Quel cielo di primavera negli occhi, quale cuore fa germogliare?

Una stagione che finisce non lascia nulla indietro, persino l’inverno porta con sé la sua neve. Eppure quello che ha bagnato la pelle resta, dentro ricordi visibili solo chiudendo gli occhi, dentro sapori che come il buon vino, apprezziamo molti anni dopo averli raccolti. È tutto sepolto, come un fossile, la pressione di quello che si accumula dopo lo schiaccia ma proprio schiacciandolo lo preserva in qualche modo. Muore soffocato, per diventare immortale.

La forza del lupo è temere la morte. Per questo fugge e per questo assale, per questo morde e lecca, per questo uccide e mette al mondo nuova vita, per questo si stringe al branco mentre l’alba scura della notte si diffonde alle spalle del sole che tramonta.

La forza dell’albero è morire ogni giorno, perdendo parti di sé mentre nuove parti si aggiungono, simultaneamente e instancabilmente. Non teme le stagioni perché ha molti sé da sacrificargli e molti da consacrargli. Con i rami accoglie quello che viene dal cielo, grazie alle radici si fa uno con la terra. L’albero ondeggia al vento perché fin da quando era un filo d’erba ha imparato che opporvisi è pericoloso tanto quanto cedergli. L’albero divora se stesso ad ogni cerchio di corteccia che aggiunge, per dimostrare di aver appreso la lezione: crescere significa morire.

Un tempo sapevo solo morire da lupo: la paura che fa digrignare le zanne per l’ultimo morso che affonda nel collo, con l’ultimo fiato. Un po’ mi manca. Un po’ mi salva. Un po’ è colpa, un po’ è merito. In fondo siamo tutti alberi, anche se proviamo a morire da lupi.

Nemico del marinaio non è l’uragano ma la bonaccia. Non fu l’inverno a sorprenderci, ma l’arrivo di due stagioni differenti allo stesso tempo, due stagioni dove tenersi per mano non significava più impedire di perdersi. Ma di salpare.

Per dove?

Solo il domani conosce la risposta.

A noi è dato solo di decidere cosa fare con la voglia di sfidare l’orizzonte che si schiude dentro chiedendo il privilegio del sole.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 16 del mese 09 dell'anno 2017. Nessun commento — .

La Prima Cosa

La fantasia è un giardino dove i desideri possono correre nudi. Per quanto ardisca, lo sguardo della volontà non raggiungerà mai un muro di confine. 

Qui è facile volare, ma è nelle passeggiate che assapori il meglio dei frutti che in abbondanza si protendono dai rami, come mani tese non per accarezzare ma per essere afferrate. Caldo, per chi ha fame di sole. Brezza, per chi reclama, a vele spiegate, spinta. 
Non si chiamano desideri, perché qui non si esprimono: eccoli già adulti mentre vengono concepiti.
Ogni tanto chiudo gli occhi per sentire l’odore della pioggia, tolgo le scarpe per affondare nel fango i piedi senza sporcarli. Le labbra increspate inventano parole mai pronunciate mentre l’orecchio le trasforma in discorsi applauditi.

In questo giardino la Libertà non è cresciuta perché mai ha smesso di giocare con la sua gemella Schiavitù. L’altezza non è ardimento perché non esiste gravità a contrastarla. Il mare non conosce rive, ma solo orizzonti che invitano l’occhio ancora più in la.
Ogni battito è un’eruzione vulcanica, il magma nero fiorisce variopinto e il tuono chiama un nome che non è perduto nella memoria ma attende vergine di essere scoperto.

In questo dominio senza padroni, non c’è conquista che più ambisco del saperti arresa al mio abbraccio.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 04 dell'anno 2017. Nessun commento — .

Scegliere

A prima vista sembrerebbe che scegliere sia una questione di capire. Capire le opzioni, valutarne le conseguenze. Selezionare la migliore opzione possibile.

Stronzate. Se avete mai guardato da vicino le scelte, converrete con me che non è così. Affatto. Del resto se bastasse questo sarebbe un mondo pieno di saggi felici.

Per qualcuno la scelta è una lotteria: se non possiamo davvero conoscere tutte le conseguenze e ponderare bene tutte le alternative, allora è come lanciare una moneta. Tanto vale non stare troppo a pensarci su e lasciare che sia davvero testa-o-croce a decidere. Ma non funziona neppure così.

È molto peggio.

Scegliere è un salto, abbiamo il pieno controllo delle forze che ci fanno staccare da terra, ma non sappiamo bene dove atterreremo. Sappiamo solo che atterreremo. Abbiamo iniziato qualcosa senza poter sapere esattamente come finirà.

Da studente di Scienze Politiche ebbi l’impressione che non ci fosse nessuna domanda a cui Kant non avesse trovato una risposta. Una delle domande più affascinanti riguarda la legittimità di una rivoluzione. È legittimo rovesciare un sistema preesistente, prendendone il posto? Ebbene Kant dice: qualsiasi rivoluzione, a prescindere dal motivo che l’ha generata, è illegittima. E come tale merita di essere soffocata dal sistema di cui viola le regole.

Però: se la rivoluzione ha successo nel rovesciare il sistema, ecco che ne instaura uno nuovo. In virtù del quale la rivoluzione stessa diventa legittima. 

Il motivo per cui scegliere è complicato non è la difficoltà di azzeccare una risposta. Ma il sapere che la risposta potrebbe cambiare la domanda. 

Tutte le scelte che abbiamo fatto nel passato sono legate insieme, tenacemente. Esse contengono il futuro. Ma non come un vaso, che posso mandare in inutili frantumi. Sono un seme. Che quando si rompe mostra solo fame di nuove primavere. 

Se rompere un equilibrio ne crea uno nuovo, allora non ha senso chiedersi se tale rottura sia giusta. Perché quando sarà avvenuta, diventerà giusta. Come il seme che abbandonato alla deriva dall’albero, diventa esso stesso albero.

Scegliere è come mettersi in cammino con una meta in mente: l’unica cosa garantita è il viaggio.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 11 del mese 03 dell'anno 2016. Nessun commento — .

Addii, in uno specchio a Madrid

Non mi sono accorto di quando sei andato via. 

Lo hai fatto in silenzio, anche se la tua voce era sempre un urlo. Lo hai fatto con discrezione tu che riconoscevi un limite solo per attraversarlo furiosamente.

Mi manca quel modo in cui il suono di una guancia percossa da una carezza ti accendeva il battito del cuore. Amavi serrare il pugno, scagliarlo addosso a qualcuno ti illudeva di liberarti da un peso. Non conoscevi la parola «sosta» perché per te la vita era una corsa senza traguardo. Tu volevi solo tenere gli altri indietro, correre per essere in testa non per arrivare primo.

Per molto tempo ho creduto tu fossi la mia sola alternativa. Mi sbagliavo: io volevo essere te.  

Dove sarai adesso?

Ancora in giro, a passo deciso con quell’espressione in viso di chi ha una destinazione ma in realtà vaga senza una ragione.

Ancora la fuori, pronto a sfoderare la lingua per trafiggere uno sguardo impudente. 

Ancora fedele al tuo codice inventato, che prescrive una vita di virtù e privazioni solo per poter rendere più grande l’eccezione e più memorabile l’errore. 

Se chiudo gli occhi posso averti ancora qui, rivivere le nostre avventure. Posso quasi sentire la tua fame che scalcia, posso vedere la paura di chi non è ancora sopravvissuto al primo naufragio di sogni e speranze, posso toccare quella tua impazienza così densa da erigere un muro fra te e gli altri. 

Non so se sei stato una benedizione in quegli anni. Allora facevo ancora confusione fra i giudizi e i desideri. Non importa. Eravamo lì, eravamo soli e insieme nello stesso tempo. Come due galeotti incatenati al medesimo remo, non lo abbiamo scelto ma lo abbiamo accettato. 

Non posso dire che mi manchi. Non posso dire di voler tornare ad allora. So che te ne sei andato per questo: hai sempre vissuto in bianco e nero, dentro la trincea di una fedeltà per partito preso. Hai sempre avuto disgusto per i deboli, quelli che hanno bisogno di una convenienza per sostenere una fede. 

Chissà cosa penseresti dei miei capelli ammorbiditi dalla lunghezza, del mio corpo inflaccidito dal buon cibo, del mio bere per il gusto e non per l’ebbrezza. Forse sarei uno di quelli che giudicavi con un occhiata, sperando che ti dessero l’opportunità di dimostrare quanto poco valessero.

O forse te ne sei andato perché dentro di te avevi capito che in fondo non poteva durare. Sapevi che prima o dopo avremmo smesso di chiederci se dovevamo temere ciò che respirava oltre il muro e avremmo iniziato a chiederci perché esisteva il muro.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 12 del mese 02 dell'anno 2016. Nessun commento — .

Dinosauri

Siamo sopravvissuti al meteorite, continuiamo a disegnare lo stesso tragitto con i nostri passi lenti. La nostra eccezione è essere sopravvissuti come regola, contro ogni pudore.

In un mondo ormai così diverso, a cosa serviamo? Non siamo ricordo, siamo offesa a noi stessi. Siamo promesse infrante e desiderio di cui è rimasto solo l’odore. Stantio, come qualsiasi delle cose sopravvissute.

Una stella lassù, che splende come ogni mattino. Sembra una certezza tanto è immutata. Eppure, è così lontana che potrebbe essere ormai spenta. Ma io ancora non lo so, perché posso vedere solo la sua eco.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 10 dell'anno 2015. Nessun commento — .

Le Parole e i Dettagli

Il diavolo si nasconde nei dettagli. Dettagli piccoli come fessure, che ingannano l’occhio come sfumature.

Le parole sono scosse che partoriscono montagne e lacerano conteninenti. Ma le parole sono anche tagli, che cesellano, rifiniscono, operano separazioni chirurgiche invisibili ad occhio nudo ma evidenti nelle possibilità che fanno fiorire.

Le parole creano varchi in cui a volte leggiamo la promessa di qualcosa di più del fugace passaggio. Le parole sono bolle di sapone tremanti che proteggono lo spazio dei sogni dallo spazio della realtà, prima che questi si riuniscano.

Nel regno delle parole l’equivalenza è in esilio. La bugia dei sinonimi è colore solo per le tele di chi non distingue le sfumature di buio della notte. L’architrave all’ingresso di questo reame recita: «Ciò che non vuoi perdere non è ciò che vuoi avere». Nel dominio delle parole, anche l’opposizione è sconosciuta: «amare» e «odiare» sono figli della stessa madre. 

Lo vedi il demonio? È proprio lì, accovacciato fra la «paura di perdere» e il «coraggio di avere». 

Nel dominio delle parole «senso di colpa» è un’eco e «infinita mancanza» solo una lunga serie finita di lettere. «Nostalgia» si può rivolgere al futuro non ancora vissuto e «ho cambiato idea» descrive solo il ruotare di qualcosa su un perno.

Nel mondo delle parole è bello giocare a nascondino, ma non ci si nasconde mai realmente. Copriamo la verità, di veli. Come si veste la notte di buio: senza sarebbe difficile vederla arrivare.

Senza la carezza del velo della parola, sarebbe impossibile per noi abbracciare l’impeto del vento.

Nel dominio delle parole il demone che vive nella fessura tra i significati sa che due coste divise da un’oceano, sotto continuano ad essere una cosa sola.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 29 del mese 04 dell'anno 2015. Nessun commento — .

Mercato

Ci sono parole e parole. Alcune piccole ma pesanti, come «mai». Altre lunghissime ma che scivolano in fretta nella memoria, come «certamente». Alcune parole sembrano come le altre ma invece sono pericolosissime. Perché su queste parole è stata costruita la nostra Storia. Quando noi siamo arrivati loro erano già là ad accoglierci. Come tutte le fondamenta, queste parole sono tanto importanti quanto invisibili: le calpestiamo ogni giorno, le usiamo senza sosta, riempiono i nostri eloqui. Ma non le vediamo. Come l’aria, sono linfa vitale e invisibile. Queste parole alimentano pensieri, che si incarnano in comportamenti che vivono in scelte e condizionano altre vite.

Una delle più pericolose fra queste parole è: Mercato.

Mercato è contrattare: quello che puoi avere è tolto a qualcun altro. Mercato non è previsione è paura: cercare di pensare a quello che può accadere e a quello che gli altri faranno in risposta. Per evitare di subire. Mercato è tempo da clessidra: ogni secondo è un granello che va via senza tornare indietro. Se non lo usi è sprecato. Mercato è scarto: quello che nessuno è disposto a comprare non vale nulla. E il nulla è buono per le nullità. Il nulla è l’infinito che non può essere chiuso, limitato e quindi posseduto e prezzato. Senza porzione non c’è prezzo e senza prezzo non si riconosce valore.

I figli del Mercato crescono costruendo infaticabilmente, perché chi non è operoso si macchia del peggiore dei delitti. Rifiuta la necessità di acquisire per trasformare e rifiuta di avere abbondanza da barattare. Mercato è fare, non pensare. Perché i frutti delle azioni possono essere ceduti e accaparrati. O alla peggio scambiati al libero mercato del pettegolezzo, dove disprezzare prima di comprare non passa mai di moda.

I pensieri invece sono sovversivi: sono abbondanza e generosità. Vengono rubati, stuprati, arricchiti, mutilati. Ma sono sempre fecondi. Non possono essere comprati né venduti, perché per natura non appartengono a nessuno: non hanno confini. Non possono essere comprati, ma c’è chi crede ancora che possano essere imposti.

Mercato. La sua promessa è seducente: libertà ordinata. Misurabile, trasferibile, valorizzabile. Niente caos, niente sorprese. Perché il mercato vende anche assicurazioni contro l’imprevedibile. Misurate accuratamente con complessi sistemi di previsione.

Eppure a dispetto di una promessa così seducente, ciò che piace ai figli del Mercato è l’affare. Quella congiuntura di elementi che porta squilibrio nella transazione ordinata. Quell’asimmetria che fa vinti e vincitori. Perché abituati al Mercato, a pesare e misurare, cresce dentro la brama di pesarsi e misurarsi.

Di essere migliori degli altri e mai di noi stessi.

Mercato significa norma. Per evitare squilibri o per cristallizzarsi. Perché nemico del mercato non è lo squilibrio. Ma l’incertezza. E così i figli del Mercato si impegnano a confrontare sistemi di regole con l’impegno che profondono nel giudicare se sia meglio che tutti comprino mele o pere. Senza memoria del fatto che un tempo, mele e pere erano alla portata della fame di tutti.

Prima che arrivasse il Mercato.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 3 del mese 10 dell'anno 2014. Nessun commento — .

Buonanotte

Stanotte dormirò su un letto nuovo.

Dovrebbe essere una cosa facile: di letti nuovi ne ho provati tanti, ma questo è differente. Sostituisce il letto della mia adolescenza. Dopo decenni. Lui è lì, nuovo. Mi guarda. Non ci conosciamo ancora, non siamo ancora intimi. Eppure sembra dirmi «Io lo so». So che ti droghi di novità. Che cambi spesso. Che le cose nuove non sono un coraggio, ma una paura. Paura di restare, paura di non cogliere cambiamenti importanti. Muoversi sempre per non fermarsi a pensare, ballare senza freno per timore che nell’immobilità gli altri possano avere il tempo di metterti a fuoco bene, con i difetti in bella mostra.

E allora cosa mai sarà un letto nuovo?

È l’ammissione che il vecchio era consumato. Carico di quei limiti dell’età, rassicuranti. Perché noti. Un luogo sicuro dove ad ogni mancanza corrisponde una lamentela pronta, dove la danza della fuga non è improvvisata ma mima un movimento che è statico, tanto è prevedibile nel proprio sviluppo. Come chi corre per non fossilizzarsi nel vecchio, ma decide infine di farlo in tondo, per ripercorrere dei cambiamenti noti, sicuri e quindi rassicuranti.

È per questo che desidero il mio vecchio letto. Anche se ormai il tempo ci ha resi diversi: me meno ragazzino che galleggia sulla paura del domani prima di abbandonarsi al sonno. Lui meno resistente al peso di un corpo agitato come una vela, anche di notte. Alla fine non c’è più scelta. Il tempo è passato e non è più possibile dormire sul vecchio materasso. Il nuovo mi servirà a desiderare il vecchio, a ricordare i momenti insieme. A fantasticare di poterlo riavere sulla guancia. E invece così pensando sarà il nuovo materasso a farsi vecchio, mentre penso al vecchio come fosse nuovo.

E sarà solo tempo che scorre, rendendo il dilemma della sospensione fra vecchio e nuovo irrilevante: mentre sto li a rimuginare su cosa è meglio, il vecchio viene sostituito dal nuovo che poi diviene vecchio a sua volta. E io non riesco a ricordare bene che poche notti insieme. E non è il mio letto a mancarmi. Ma la possibilità di potermici sdraiare sopra quando voglio, anche se tale voglia non mi è mai venuta quando ne avevo la possibilità.

Stanotte dormirò su un nuovo letto. E mi abituerò. E sarà pure meglio del precedente. Il precedente era mio. E non ne avrò nostalgia perché fu mio, ma perché adesso non lo è più. E non saranno le notti che abbiamo dormito insieme, a mancarmi. Bensì quelle che mai dormimmo abbracciati. Ora che più non è possibile.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 1 del mese 08 dell'anno 2014. Nessun commento — .

Ritorno

Ormai da un bel po’ di anni, Catania è passata dall’essere la mia città ad essere consueta meta di viaggio. In questa periodicità non ho trovato abitudine: ogni viaggio, in ogni anno è stato diverso. Non solo perché io sono differente. Ma principalmente perché per me Catania significa essenzialmente immergermi in persone a cui voglio bene.

Per molto, per una sera passata a rimescolare ricordi. Per poco, per il momento di un abbraccio. Questo microcosmo resta saldamente ancorato a me e io a lui. Me ne accorgo ogni volta che approdo all’isola sbilanciato. Qui trovo energie ovunque: nella famiglia, negli affetti, nel cibo. Persino nell’aria e nel sole.

Torno a casa lasciando casa. Questa settimana siciliana mi ha regalato tante cose inaspettate. Tutte belle. Tutte che mi hanno riempito. Alcune certezze che mi piace credere essere eterne, alcune novità con cui sono entrato in sintonia subito.

Carico, sono pronto a muovere verso domani con un bagaglio più pesante di ieri.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 05 dell'anno 2014. Nessun commento — .

Attesa

Vento, silenzioso a scompigliare capelli. È un ricordo? O si è insinuato tra i ricordi e lì ancora vaga senza riposo?

Sussurra, tintinna, descrive senza voce. Ora spinge o tira, ma senza direzione. Cosa vuole? La risposta è al riparo dalla memoria. Dove vuoi condurmi? Voglio avere anch’io una ricca seduta da cui contemplare. E invece è sabbia che mi fa da cuscino sotto i piedi, mentre ti seguo. O ti inseguo. Mentre urli senza farti capire o mi bisbigli senza farti udire. Rido del tuo gioco, piango della tua beffa. E ne riderò ancora quando stanco l’avrò dimenticata.

È un destino? È un miraggio?

Non capisco. Posso solo aspettare. E nel frattempo continuare a lasciare orme profonde nella sabbia.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 18 del mese 05 dell'anno 2014. Nessun commento — .