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34, 2018

Per la trentaquattresima volta, è il mio compleanno. Per la decima, ecco il mio post di compleanno e fine anno.

Agli affezionati di questi anni (c’è ancora qualcuno di voi che era qui fin dall’inizio?), non occorrerà spiegare a cosa servono queste righe. A tutti gli altri, ammesso che qualcuno capiti ancora qui per caso, basterà leggere qualcosa dei post precedenti (eccoli qui, anno per anno: 2017, 2016, 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009).

Prima di iniziare, una premessa: questo sarà l’ultimo post di compleanno su questo blog. Non ne scriverò altri.

I bilanci non finiranno qui, resto sempre dell’idea che una volta all’anno faccia bene fermarsi a contemplare la strada percorsa. Smetterò però di farne un post. Dunque, iniziamo.

34

Relazioni fra esseri umani. A 34 anni sono persuaso che le relazioni di successo siano più figlie di un adattamento che di un rapporto causa-effetto. È vero: quando finiscono, a posteriori, le vediamo da una prospettiva differente. È vero: da questa prospettiva sembra tutto chiaro, lapalissiano1, un’evidente catena di nessi causali che ci ha portati all’effetto finale: la rottura.

In realtà: sono stronzate. Perché usare il «senno di poi» significa semplificare per orientarsi nel mare di oscurità in cui siamo immersi: un po’ come unire arbitrariamente stelle lontanissime fra loro e chiamarle costellazioni. 

Le relazioni umane – di tutti i tipi – sono come gli esseri umani stessi: complessi, ricchi ma estremamente fragili. Quello che la natura (e la pazienza dei miei genitori) ha impiegato 34 anni a creare, potrebbe essere distrutto nella durata di qualche palpito mancato. Lo stesso accade alle relazioni: anni e anni di duro lavoro per capolavori che sembrano effimeri. Il punto non è questo però. O meglio: il punto è questo, ma è un punto di partenza, non un punto d’arrivo. 

Quello che penso è che sia difficile spiegare. Pure capire. È come andare al buio a prendere l’acqua nel cuore della notte: la strada che hai fatto mille volte ti sembra chiara nella tua mente, eppure sbagli quasi sempre. La realtà, sotto forma di muro o spigolo, ti rimette quasi sempre a posto. Che sia l’amore, il lavoro, la famiglia o qualsiasi altro parametro dell’oroscopo, l’unica cosa che puoi fare è continuare a dare craniate nel buio, bestemmiando in silenzio, finché non riesci ad azzeccare la via. Chiunque dichiari il contrario mente o si ricorda puntualmente di bere prima di andare a letto.

Fallimenti. Avere 34 anni significa per me avere accumulato molti fallimenti. Nei primi 27 anni, perché ho peccato di eccessivo idealismo, nei successivi 7 anni perché ho quasi sempre puntato sul nero e sul rosso, contemporaneamente. In entrambi i casi una cosa è certa: fallisci più volte di quante vinci. 

Se sei fortunato – e fin qui posso dire di esserlo stato – gli esigui casi di vittoria, ti ripagano di tutte le energie finite nei fallimenti. A prescindere da questo, credo di aver capito appieno solo ora il senso di quanto andava dicendo Churchill2: «Success is stumbling from failure to failure with no loss of enthusiasm».

E a 34 anni mi ritrovo carico di entusiasmo da investire in una relazione nuova, con una persona con cui fino a qualche tempo fa non sarei stato in grado di confrontarmi. Qualcuno con cui ogni giorno provo a usare come concime la merda accumulata in questi 34 anni di fallimenti, anziché farne qualcosa di ingombrante da celare alla vista, come se poi l’odore non si sentisse.

2018

Viaggiare. Ciao 2018, l’anno scorso in questi giorni ero a New York, a celebrare il 2017. Era stato un anno memorabile ed ero pronto a un 2018 giustamente sottotono. Gli anni pari mi hanno sempre riservato brutte sorprese. E invece eccomi qui a dirti che – wow! – hai persino superato il 2017. 

Mi hai regalato molto viaggiare, ho passato a 108 giorni a Santiago de Chile, 54 a Roma, 33 a Catania e il resto sparso per Valencia, Brescia, Bogotà, Cagliari, Como, Venezia, Buenos Aires, Barcelona, Lima, Rio de Janeiro, Valparaiso, Parma, San Pedro de Atacama, Londra, Sofia. Ho imparato uno spagnolo di sopravvivenza, ho incontrato persone incredibili in tutti i sensi possibili della parola, ho imparato molto.

Lavoro. A Febbraio ho festeggiato il mio primo anno con imille, un’avventura nata un po’ per caso, in cui sono entrato con un obiettivo personale di crescita e che mi sta offrendo molto più di quello previsto. Dopo un annetto ho realizzato un piccolo sogno: lasciare il mio team e vederlo andare con i propri piedi, verso risultati più grandi dei miei.

Milano. In questo 2018 Milano ha continuato a crescere ed io con lei. Eppure quest’anno ho passato solo 112 giorni qui. Nel 2017 mi chiedevo cosa fosse «casa», in questo continuo dividermi fra Catania e Milano, lungo ormai 10 anni. Nel 2018 non è arrivata la risposta, ma è diventata inutile la domanda: ho passato la prima estate della mia vita senza la Sicilia e il Mediterraneo, ho passato più giorni a Santiago che a Catania. 

Casa al momento è l’idea del campo-base: al termine di una giornata o al termine di un viaggio: il campo-base è comunque dove hai piantato le tende e lasciato le provviste. È un luogo itinerante, dove sono gli affetti che non puoi portare con te nella scalata. 

2019

Come ho detto, questo sarà l’ultimo post di bilancio. Non lo chiuderò con desideri né con previsioni. Nel 2019 non credo realisticamente di perdere i miei difetti (strutturali) né di deviare dall’apprendimento che sto seguendo. 

Questo post è figlio di una notte di speranzoso entusiasmo passata in una piccola cucina, illuminata dal display di un vecchio macbook prima generazione, scritto appena arrivato a Milano nel Dicembre 2008. 

Per questo lo chiudo con una parola, l’unica in grado di esprimere cosa si prova a partire convinti di raggiungere le Indie, disperarsi in mezzo a un’oceano quando è ormai chiaro che i calcoli erano sbagliati senza sapere neppure dove e perché, per poi gioire di una terra incognita e trovarsi infine a fare la più grande scoperta nella storia delle esplorazioni, solo perché ci si era persi completamente.

Questa parola è: grazie. 

  1. Su Wikipedia, alla voce lapalissiano, è riportata la seguente teoria. Si tratta di una congettura, ma in fondo le congetture sono più affascinanti della realtà. In questo testo ho usato il termine lapalissiano per indicare un’evidenza molto evidente, ma potrebbe anche essere tributo alla stessa logica del costruire costellazioni (interpretazioni) a partire da stelle (fatti) in realtà totalmente scollegati: «Alla morte di La Palice infatti, i suoi uomini proposero questo epitaffioCi-gît Monsieur de La Palice. Si il n’était pas mort, il ferait encore envie (“Qui giace il signore de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia”). Tuttavia, con il tempo la effe di ferait (“farebbe”) fu letta esse (a quel tempo le due grafie erano simili), diventando quindi serait (“sarebbe”), e la parola envie (“invidia”) divenne en vie (“in vita”); con il risultato che il testo recitò che egli “se non fosse morto, sarebbe ancora in vita” (si il n’était pas mort, il serait encore en vie): da qui il significato di ovvietà attribuito all’aggettivo» []
  2. in realtà non esiste prova che la frase in questione sia stata davvero pronunciata da Churchill, ma in fondo onora il suo approccio alle grandi sfide che ha affrontato, molto aiutato dall’alcol []
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 12 dell'anno 2018. 2 commenti — .

33, 2017

Ogni anno, dal 2009, scrivo un piccolo post (questo) che mi aiuta a prendermi del tempo per ragionare su cosa mi è successo. E su come sono cresciuto. Perché tutti cresciamo, dipende dal fatto che ci capitano delle cose, ma il come cresciamo dipende più dalla nostra volontà di pensare a queste cose avvenute, alle risposte che abbiamo dato, agli effetti che queste hanno avuto.

Questa mia piccola tradizione è al nono anno di vita (qui gli anni passati: 2016, 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009), nacque per caso quando mi trasferii a Milano (quindi sì, si tratta anche del nono anno della mia temporanea permanenza al nord) ed è legata a un posto in cui mi sento a casa, il Mediterraneo. Ogni anno infatti ho scritto il mio post da un porto del Mare Nostrum.

Quest’anno invece, un’eccezione: ho scritto tutto sulle rive dell’Oceano Atlantico, a New York, dove ho passato il mio compleanno, insieme a quello di mia sorella Sara.

Si tratta di un’importante deroga alla regola, ma anche il 2017 in fondo è stato un anno come nessuno dei precedenti.

33

La più importante lezione di quest’anno riguarda la mia capacità di stare dentro una relazione. Lo stare uniti, in qualsiasi tipo di relazione, non è questione di incastro a priori, né di assenza di errori. Quello che ho imparato è che non è neppure questione di volontà, intesa come impegnarsi al massimo per evitare i punti di crisi. A 33 anni ho la convinzione che stare uniti dipenda dall’intenzione a priori: non è la conseguenza di qualcosa, ma la premessa.

Da questa premessa si affrontano i punti di crisi che sono necessari e, in una certa misura, salutari. Salutari non per lo stare uniti in sé, come spesso ci hanno propinato. La crisi è salutare per la crescita individuale: è solo nel momento di crisi che hai modo di verificare quanto è saldo quello che vuoi. Ma soprattutto è grazie a quei momenti in cui tutto è in discussione che hai la possibilità di capire se quello che vuoi è anche quello di cui hai bisogno.

Quest’anno ho perso una persona molto importante. Ho incassato un fallimento molto grande. Inutile girarci intorno: trovare una morale o un insegnamento in ciò è un espediente intelligente per metabolizzare la separazione. Ma la verità resta: fa un male cane. Sì, certe cose capitano, quasi mai per il grosso motivo che viene facilmente raccontato, ma più per la somma di mille piccoli motivi. Sopportabili palle di neve in sé, una valanga che stritola se presi tutti insieme.

Ho visto questa valanga venir giù tante altre volte, in questi 33 anni, quasi sempre per mia causa. Stavolta doveva essere diverso e non lo è stato. Ripartirò da zero, riprovando. Perché la verità è che le risposte nella vita non sono come le ricerche di Google, non si misurano in millisecondi dalla formulazione della domanda. L’unica cosa che ha senso fare è provare. E riprovare. E riprovare. Prendendo tempo. Perché a volte riusciamo a costruire la risposta, a volte no. Ma a star seduti, la risposta non si trova di certo.

Quest’anno ho ricevuto tanto da persone che fanno parte della mia vita ma non sempre della mia quotidianità. A conferma del fatto che i legami solidi non si misurano con la quantità degli attimi ma con la qualità dei momenti passati insieme. E ci vogliono tempo e dedizione per costruire simili legami. Non sempre mi sono sentito capace di simile dedizione, chi mi conosce sa che io e il tempo abbiamo una relazione complicata, però tutto l’affetto che ho ricevuto mi ha fatto pensare che qualcosa forse sono stato stato in grado di costruire: è stata una sorpresa che mi ha reso felice.

In sintesi: a 33 anni mi trovo di nuovo al punto di partenza. Cercando di far funzionare le cose che ho sempre cercato di far funzionare (con scarso successo). Non sapendo da dove iniziare. Ma a ben guardare con una differenza: io sono cambiato. E questo significa in particolare che davanti alle stesse domande, non vivo la stessa ansia. Ci sono le domande, ci sono io che cerco una risposta, nel frattempo ci sono tante cose belle e brutte. Ma so che nessuna di queste cose (le domande, le risposte, le cose belle e le cose brutte di contorno) è un giudizio su di me. Sono tutte cose che dicono qualcosa di me, ma non servono per dimostrare a me stesso chi sono. Perché ormai lo so.

2017

Una delle mie storie preferite della Bibbia è quella di Giobbe. Questa storia mi piace per un motivo: alla fine del racconto Giobbe è più ricco di prima, ma ciò non è avvenuto poco a poco, bensì è passato dall’avere molto, al non avere niente e poi ad avere più di prima. È un «viaggio» che giudicato dal punto di arrivo (Giobbe ha tutto ciò che desidera) è positivo. Ma che ha dentro tanti momenti molto negativi.

Questo mio 2017 è stato un po’ simile alla storia di Giobbe: guardato dal punto di arrivo è stato un ottimo anno, probabilmente il migliore finora. Ma se guardo al suo svolgimento rivedo momenti estremamente belli e momenti davvero terribili.

Forse è proprio questo che lo ha reso speciale: mi ha proposto un viaggio nel buio delle mie peggiori paure e mi ha anche portato a respirare l’aria rarefatta oltre le vette delle mie più sfrenate ambizioni.

In questo 2017 ho avuto conferma dal mio lavoro di una cosa che avevo prima solo intuito: è facile avere ragione quando si scommette che le persone ti deluderanno. O non riusciranno a fare le cose come le avresti fatte tu. Davvero mai le cose vanno come le vogliamo o immaginiamo. Il punto però è che a volte le persone vanno ben oltre le nostre aspettative e in quei momenti siamo ripagati in abbondanza di tutti i fallimenti e le delusioni.

Infine, in questo 2017 ho imparato che qualsiasi organizzazione si può cambiare. Qualsiasi. Ma per farlo occorre avere le idee chiare (facile), il coraggio di guardare in faccia i problemi e ascoltare la prospettiva degli altri (meno facile), la forza di andare nella direzione giusta limitando i compromessi, perché la direzione giusta è l’unica possibile se davvero si vuole cambiare. Spesso per evitare o limitare la parte complicata, il «come» cambiare le cose, finiamo con il cedere sul «cosa» cambiare. E questa è l’unica sconfitta che chiamo fallimento.

Nel 2017, grazie a imille e epico, sono diventato molto più bravo nella virtù della pazienza, che non è farsi andar bene quello che non ci va bene, ma più evitare di essere distratti dal drappo rosso mentre sei impegnato ad infilzare il torero.

Nel 2017 ho avuto l’occasione di osservare da vicino tre persone da cui ho appreso delle grandi qualità di cui faccio tesoro, sono state dei maestri inconsapevoli e mi hanno arricchito come persona e come professionista.

2018

Caro 2018, da te non mi aspetto nulla. Il 2017 è stato un anno fuori dal comune. E conosco abbastanza la matematica da temere gli effetti della «regressione dalla media», eppure li avevo paventati anche alla fine del 2016 e ho invano atteso Godot. Comunque, anche se dovessero arrivare proprio nel 2018, mi troveranno ad accoglierli con il sorriso sulle labbra.

Ciao, 2017. Mi mancherai.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 12 dell'anno 2017. Nessun commento — .

32, 2016

Sono in un bar che porta il nome di una delle storie più antiche della nostra civiltà (Betlem), in una città in cui si parla una lingua che non conosco ma intuisco (Barcellona), bevendo qualcosa che non avevo mai assaggiato prima (Blue Betlem) e che ho scelto a caso, un po’ fidandomi della propensione a provare qualcosa che mi facesse meglio capire cosa questo posto ha da dire.

Non sono rimasto deluso dal cocktail. Così come non sono rimasto deluso da questo 2016, un anno così carico e abbondante da meritare di essere scolpito sulla pietra, come le mattanze migliori dei Raìs di Favignana.

Mi trovo a Barcellona in ossequio alla tradizione di spostarmi ogni anno, in prossimità del mio compleanno, in un porto di mare del Mediterraneo, per fermarmi a riflettere sul piccolo bilancio di un ennesimo anno passato. Quindi, come nel caso del 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009, di seguito si trovano le mie conclusioni sul 2016.

32.

Una costante dei miei bilanci fin qui è stata la tensione (più o meno latente) fra due parti di me, opposte. Quella nichilista, affamata di dominio e libertà (intesa come assenza di legami), che mi piace chiamare il Lupo. E poi la parte romantica, alla costante ricerca di scopo e appartenenza (intesa come necessità di un legame), che mi piace chiamare il Cane Pastore.

Il Lupo interpreta la vita come distinzione ed estinzione. Vive nel paradosso: percepisce la bellezza della caducità e beve sangue perché è qualcosa di vivo, ma per farlo deve uccidere. Il Cane Pastore ha bisogno di morire per qualcosa, è romantico perché cerca la buona morte, quella che incarna la fedeltà suprema ad un legame, ribadito con il sacrificio massimo.

Dopo anni di lotta, con alterni risultati, Lupo e Cane Pastore hanno deciso di mettersi d’accordo. Non si amano, ma sono riusciti a dare vita a qualcosa che non è ancora alleanza ma che è già ben più di una tregua: riconoscono all’altro il diritto di esistere.

Il risultato è stato questo 2016, i cui semi sono stati gettati nel 2015. È stato un anno perfetto da tutti i punti di vista. Ho raccolto i frutti di semine precedenti costate fatica e fede. Ho scoperto che ci sono passaggi a nord-ovest per chi non ha paura di mettere la propria vita sul piatto e sfidare le leggende tramandate dai nostri padri.

Ho scoperto che le persone più pericolose che ho incontrato finora non sono state quelle bugiarde. Bensì quelle che non si preoccupano di sfidare le proprie convinzioni, di coltivare il dubbio, di non vedere buchi e angoli da vicino, preferendo credere alle superfici lisce da lontano. Sono queste persone, armate di ottime intenzioni, a propagare l’idea che esista una soluzione alle cose. Invece delle due-tre possibili. Sono queste persone a sapere tutto quello che si dice in giro circa il mare oltre le Colonne d’Ercole, ma a non aver mai messo piede su una barca.

E io, per lungo tempo, sono stato una di queste persone.

Nel corso del 2016 ho amato quest’incoerenza che mi ha salvato da qualcosa di peggiore della morte per fallimento: una vita di errori senza apprendimento. A 32 anni tocco con mano i frutti di questo cambiamento compiuto, come un frutto maturo che quasi non ricorda di essere stato fiore.

Quest’ultimo anno non mi ha insegnato molto di nuovo ma mi hanno dato conferma di ciò che ho imparato nel corso dei precedenti, in particolare:

• Forse esistono convinzioni definitive, ma non possono esistere convinzioni universalmente valide.

• Chiunque ti insegna qualcosa. Ma succede solo quando ci si predisponiamo ad ascoltare.

• Non ha senso agire tanto per fare, ma neppure ha senso pensare tanto per immaginare mondi. Nel primo caso ci si tiene occupati camminando, ma senza una meta. Nel secondo caso si passa da una meta all’altra ma senza aver mai mosso un passo.

• Non esiste un unico sistema di riferimento per giudicare le azioni e la stessa azione compiuta da persone diverse potrebbe avere valori differenti. Per capire davvero le motivazioni di chi agisce occorrerebbe giudicare dalla sua prospettiva, abbandonando la nostra. Ma ho anche capito che a quel punto non ha più significato la ricerca della comprensione, perché saremmo d’accordo probabilmente con chi ha compiuto l’azione che ci ha turbato.

• Nella vita è molto comune accogliere o respingere a priori e sulla base di ciò definire spiegazioni e fatti, piuttosto che il contrario.

2016.

In questo 2016 ho incontrato persone che hanno sfidato le mie convinzioni su un piano diverso da quello in cui mi sento forte. Ho incontrato persone che hanno fatto dell’affetto una catena. Ho incontrato persone irriverenti che hanno fatto un falò con le mie intenzioni. Da tutte queste azioni ho avuto solo del bene.

Ho viaggiato molto nel 2016, rimanendo a Milano solo 144 giorni. Ho visitato posti incredibili e visto esseri umani condurre vite in osservanza di storie e convincimenti diversi dai miei. Ho capito che siamo meno liberi di quanto crediamo, almeno finché non accettiamo che la nostra libertà per qualcun altro abbia un nome diverso e a volte offensivo. Ho imparato che se questo è difficile, esiste comunque una lezione ancora più difficile da accettare: ciò che chiamiamo offesa potrebbe essere chiamata libertà da qualcuno che amiamo.

Nel 2016 ho rivalutato ogni errore o fallimento passato perché è stato come una martellata: mi ha reso affilato e duro, preparandomi per guerre e arene importanti.

Grazie a Epico ho scoperto il valore di un gruppo eterogeneo, grazie a WHY ho saggiato cosa ho imparato negli anni sul dare fiducia. La responsabilità dell’insegnamento allo IULM ha inaugurato per me una fase diversa nell’approccio a questa attività: meno auto-realizzazione e più servizio.

Ma soprattutto nel 2016 è successa una cosa strana: per la prima volta mi ricordo di tutte le persone stupende che – lavorativamente o meno – hanno contribuito a un anno spettacolare in tutto, mentre non provo che compassione per quelle che hanno causato momenti difficili. Non so quindi se il 2016 sia stato un anno davvero differente dagli altri, quanto a rapporto fra cose belle e cose brutte. Oppure se sono io ad aver sviluppato una sensibilità diversa nel giudicare le cose che mi sono capitate.

2017.

Per la legge della regressione dalla media a un anno eccezionalmente sopra la media (il 2016) deve seguire un anno decisamente sotto la media. Non so se sarà così oppure se ridefiniremo la media. Ma di certo non ho paura di scoprirlo.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 9 del mese 12 dell'anno 2016. Nessun commento — .

31, 2015

Prendo gli ultimi giorni di questo 2015 per il mio bilancio di fine anno (una consuetudine che si trascina da qualche anno: 2014, 2013, 2012, 2011, 20102009).

31.

Camminare in equilibrio su una fune è una delle abilità più affascinanti che un uomo possa acquisire. Ma è anche una delle meno utili: difficilmente ci capita di dover camminare in equilibrio su un filo, nella vita di tutti i giorni.

Questo almeno pensavo prima di questo trentunesimo anno. Quest’anno ho imparato che ci sono molte analogie fra vivere ed essere un funambolo.

Uno: Accettare l’esistenza di tutto il resto, senza lasciarsi distrarre.

Sei lassù, ad un’altezza proibita per l’essere umano. Intorno a te il mondo, come non lo avevi mai visto. È bello, è estasi, è paura. La prima reazione è far finta che non esista. Per restare concentrati. Ma lui esiste. È lì. Hai quasi l’impressione di poterlo toccare, se allunghi un braccio. E se ti capita di allungarlo quel braccio, sarà meglio che ti spuntino le ali, perché rischi di dover imparare a volare. Per questo preferiamo non vederlo. Per restare concentrati. Concentrati sul non deragliare. Questo è quello che ho fatto finora, per evitare la fine di Ulisse, smarritosi sulla via del ritorno.

Far finta di nulla non mi ha aiutato. Cedere alla distrazione ha rischiato di uccidermi più volte. Perché mi sono concentrato sulla cosa sbagliata: non perdere l’equilibrio. Questo trentunesimo anno mi ha mostrato che «avere equilibrio» è molto diverso da «non perdere equilibrio» . Anzi, la caratteristica dell’equilibrio non è eliminare tutte le forze che ti spingono a cadere. Ma metterle in concorrenza fra loro affinché si bilancino a vicenda.

Il primo dono di questi 31 anni: la capacità di accogliere. Accogliere queste forze, accettarle e non cercare di annullarle. Ma di metterle in equilibrio.

Due: per andare avanti bisogna concentrarsi sul perché si fa una cosa, non sul perché non si dovrebbe fare.

È abbastanza facile farsi un’idea delle situazioni finché non ci siamo dentro. Da laggiù il funambolo appare incredibile, sospeso. Ma in fondo è solo un uomo che deve mettere un piede davanti all’altro in linea retta. Solo lui, da lassù, sa quante battaglie simultaneamente deve vincere per riuscire a muovere anche solo quel piccolo passo. Il più cruento di questi scontri non è contro il vento. Non è contro la fune. Non è contro il bilanciere. È contro la propria mente. È contro la parte di noi che si focalizza su ciò che potremmo perdere, anziché su ciò che vogliamo acquisire. La lotta più dura è contro la paralisi. Perché sulla fune, come nella vita, non puoi tornare indietro ma solo andare avanti. E una volta mosso il primo passo il dubbio diventa inazione, unico vero pericolo mortale.

Sono stato sempre molto bravo a descrivere i problemi e anticipare i pericoli. Questo mi ha impedito di commettere errori. Ma anche di andare avanti. Ho guardato nel vuoto e ho correttamente passato in rassegna i miliardi e uno modi diversi in cui avrei potuto rischiare di cadere giù. Ma niente di tutto questo mi ha aiutato a restare in equilibrio sulla mia fune.

Il secondo dono di questi 31 anni: la capacità di non pensare al baratro e cercare di muovere i piedi ricordando perché voglio arrivare dall’altro lato della fune.

Tre: la lunga distanza è possibile solo grazie a piccoli passi. Ma è più della somma di piccoli passi.

Sulla fune è solo un piccolo passo per volta. Un piccolo passo possibile solo pensando alla lunga distanza. Ogni volta che il piede tocca la fune occorre ricordare quanta strada è già stata percorsa e quanta ancora ne rimane. Per dosare le energie, affinché ogni singolo gesto venga compiuto come fosse l’unico ma pensato per un arrivo dopo molti passi.

A 31 anni ho il privilegio di essere spesso il più giovane a fare quello che faccio. Il primo. La velocità è sempre stata la mia ossessione, non per arrivare prima di qualcun altro. Ma per sfidare i miei limiti. Per trent’anni sono stato un buon sprinter. Forse troppo tardi, ma ho capito che dopo una breve distanza vinta, ce ne sarà un’altra. E un’altra ancora. È sulla lunga distanza che occorre testare le proprie capacità.

Il terzo dono di questi 31 anni: capire che un cammino è fatto della somma di piccoli passi. Ma non è la somma di piccoli passi a fare un cammino.

Quattro: perdere aiuta a vincere.

La fune è una via che non ammette il superfluo. Tutto quello che porti con te su quella fune stretta è d’aiuto solo se ben bilanciato. Nulla sale sulla fune con successo se non porta con sé un opposto simmetrico. Portare poco e portare solo cose che possono essere bilanciate.

Questo primo anno dopo i trenta ha visto la definitiva chiusura di alcuni capitoli della mia vita. Con cui ho fatto pace. Ho perso qualcosa lungo il percorso, ma ciò mi ha reso più leggero dandomi slancio per le nuove avventure che ho intrapreso. Ho imparato che combattere è importante, ma a volte saper incassare un colpo è più utile che cercare rivalsa. Aiuta a procedere leggeri anziché fermarsi nel passato. La miglior rivalsa è un passo avanti verso il futuro.

2015.

Ciao 2015. Sei stato il miglior anno, professionalmente parlando. Mi hai regalato tanti stimoli ma soprattutto tante conferme.

Lasciai con rammarico la possibilità di un percorso accademico per venire a Milano. E nel 2015 ho iniziato ad insegnare Communication Strategy allo IULM.

Credevo che fosse il momento adatto per un soggetto focalizzato sullo storytelling di brand attraverso foto e video ed Epico è una grande conferma.

Ero convinto che si potesse lavorare focalizzandosi solo sulla Digital Strategy con un team piccolo ma affiatato. Senza neppure avere un ufficio. Contro l’opinione di molti WHY è stata la prova che sì, il mercato premia questo tipo di valore.

Aver avuto ragione è stato gratificante, ovviamente. Ma l’ingrediente più importante di questi traguardi è stato: aver tentato. I motivi per cui questi successi potevano invece essere fallimenti erano molti. Ma sono andato avanti, senza cedere alla paura. Anzi portandola con me, come un peso da utilizzare per bilanciarmi sulla fune. Il 2015 è stato un banco di prova per confermare, sfidandole, le lezioni apprese al costo di tanti fallimenti in questi 6 anni.

2016.

Stai per arrivare. Non posso sapere cosa porterai, ma so per certo che troverai un funambolo allenato ad attenderti. Non posso evitare errori o avversità. Ma posso tenermi in equilibrio bilanciandole con quello di cui sono capace.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 28 del mese 12 dell'anno 2015. Nessun commento — .

30, 2014

E quindi sono trenta.
Inutile ormai introdurre la mia consuetudine di scrivere il post del mio bilancio annuale (se sei nuovo: 2013, 2012, 2011, 2010)

Per prima cosa: una nota agli affezionati. Dal titolo ho eliminato il numero di anni che sono a Milano. A dicembre sono diventati 6. Ma ho deciso di non contarli più. Mi sono sentito sempre di passaggio in questa città. Mi sono sempre chiesto se fosse davvero questo il posto per me. Non ho trovato la risposta. Ma alla domanda, esattamente come ai rintocchi del campanile dietro casa, non faccio più caso. Per cui è ufficiale: la questione non ha cessato si esistere, ma da tornado incombente è stato declassato a pericolo di pioggia.

2014.

È un anno pari. E a me gli anni pari mi risultano un po’ infami. Questo lo chiamerei Colombo. Perché come il buon Cristoforo è partito pieno di certezze ed è andato a sbattere contro qualcosa di nuovo che non si è capito ancora cosa sarà. Io spero: la mia America. Ma ammetto di essere partito per le Indie.

Nel 2014 ho fatto tante cose che avevo già fatto negli anni precedenti. Sono ripassato da luoghi a me noti, eppure è stato tutto diverso. Perché io sono del tutto diverso. Ritrovarmi a decidere di nuovo di cose già provate è stato proprio il modo migliore per misurare questo cambiamento.

Il 2014 mi ha regalato anche una conferma importante: sono ancora capace di scegliere di pancia, solo perché una cosa è giusta (secondo me). Anche se non si tratta della più conveniente. Perché resto assolutamente incapace di farmi piacere qualcosa che dentro di me non è più amata. Questo atteggiamento adolescenziale è bistrattato, ma devo dire che sul lungo periodo mi ha finora regalato grandi soddisfazioni.

Nel 2014 ho toccato con mano quanto sia cresciuta la mia famiglia. Una sorella diciottenne e una sorella laureata. Un fratello che è secondo solo di nascita. Ogni tanto smetto di correre e mi trovo in mezzo ad una famiglia che è specchio della velocità a cui mi sono mosso. Se nel mio mondo tutto cambia insieme a me, nel mondo della famiglia non sono io a dettare i tempi. E mi piace godermi questa marginalità.

La fine del 2014 mi mette davanti alla stessa scelta per la quarta volta. Quattro volte in un anno: vuol dire che avevo bisogno di essere bocciato quattro volte. Io che a scuola sono sempre andato bene, ho imparato come essere bocciati non sia infamia. Può addirittura essere un favore. Capire la domanda non implica automaticamente riuscire a trovare una risposta. Ci vuole tempo. Anche per me. Spero che questo giro sia l’ultimo. Ma il peggio che può capitarmi è solo un’altra bocciatura.

Infine ringrazio il 2014 per le occasioni che mi ha offerto per restituire a Catania parte del valore che mi ha regalato in questi trent’anni. Attraverso il coinvolgimento in iniziative come TEDxSSC, il DML e Meridio News.

30.

Non voglio riassumerli di certo. Ma non riesco a fare di meno di cedere alla tentazione delle considerazioni globali.

La prima: guardavo a questo momento come ad una epifania. Pensavo che sarebbe stato lo zenith della mia vita personale e lavorativa. La summa delle cose che nella vita avevo appreso. La celebrazione delle mie vittorie. Questi trent’anni sono passati quasi in fretta. E più sono andato avanti più ho accumulato solo consapevolezza delle cose in cui mi sbagliavo. Oggi, se mi guardo indietro, la prima parola che mi viene in mente non è: successo.

Primo: scusa.

Scusa, per tutte le volte che ho tirato dritto per la mia strada. Scusa, per tutte le lacrime che ho fatto versare. Scusa, per tutte le volte in cui ero altrove. Scusa, perché ho detto troppo o troppo poco.

Beninteso: rifarei tutto. Tradirei promesse, ruberei fiducia, accoltellerei con la lingua e appiccherei fiamme con lo sguardo. Preferendo la fuga, se la vittoria non è disponibile. Sono state tutte cose importanti per me. Per essere quello che sono. Ma oggi mi scuso perché i motivi per cui l’ho fatto erano meno assoluti di quanto credessi. Chiedo scusa perché dalla mia avevo solo una lingua più tagliente e poco altro. Non chiedo scusa per quello che ho fatto. Ma perché nel farlo non vedevo le persone sedute sul lato delle conseguenze delle mie azioni. Oggi vi vedo e questa è una differenza. Ma non preoccupatevi: non ci saranno grandi cambiamenti di condotta.

Secondo: il senso delle cose è una scelta.

La seconda considerazione riguarda il mutamento del mio nichilismo fatalista. La premessa è rimasta la stessa: alla fine niente ha senso. Ma dato che è così anziché incazzarmi e soffrire, scelgo di dare io un senso alle cose. A scelta. A caso, se necessario. Facevo le bolle di sapone e piangevo perché non le vedevo durare. Oggi esplodono lo stesso ma ho imparato a capire la loro perfezione transitoria. O relativa. E apprezzarla proprio per questo. In fondo l’unico esito certo delle cose immutabili è la noia.

Terzo: non è la realtà che muta a farmi sentire in perenne stato di cambiamento. È il mio stato di cambiamento che fa essere in mutamento perenne la mia realtà.

La terza considerazione è la costanza del cambiamento. Chi mi conosce sa che parlo sempre di periodi di scelta e transizione. Oggi comprendo che ho sempre vissuto in questi periodi perché io mi sento in perenne mutamento. E non viceversa. Per questi primi trent’anni ho pensato che le cose transitorie non avessero valore e che i successi fossero punti di arrivo raggiunti con l’accumulo di fatica quotidiana. Mi sbagliavo. E se ti ritrovi sulla giostra che gira puoi scegliere di piangere perché vuoi scendere o di ridere e goderti la vista dall’unicorno rosa. Prima pensavo che uno dei due modi fosse giusto, l’altro sbagliato. Oggi penso che la più grande conquista non sia fare andare la giostra più velocemente o fermarla del tutto. Ma avere la libertà di piangere o ridere in base a come mi va di fare al momento.

Infine, l’Ultima Grande Verità Transitoria.

Quarto: e se l’albero fosse più libero del lupo?

Per i primi trent’anni della mia vita ho vissuto convinto che noi uomini siamo lupi. Ho ucciso per fame o per paura. Ho mangiato a sazietà da solo e combattuto l’inverno in branco. Ho incontrato limiti perché me li sono dati o mi sono stati imposti da chi è stato più forte di me. Mi sono mosso rapido per assalire o per fuggire.

Oggi mi chiedo se l’uomo non sia più simile ad un albero.

L’albero conosce l’importanza delle radici, per arrivare lontano. Sa quanto ciò che per gli altri è sterco e di cui si disfano volentieri possa essere trasformato in crescita. L’albero non può rifiutare e per questo ha imparato ad accogliere e trasformare, gli eccessi di pioggia come quelli di sole. L’albero aggiunge uno strato alla volta, ma dentro è sempre lo stesso tenero germoglio. Se perde un ramo non insiste. Lo rigenera cercando un’altra direzione. Un albero sano cresce in altezza e sa che arriverà in alto a toccare il sole solo se avrà radici profonde nell’oscurità della terra. Un albero non ha fretta: il suo tempo è il decennio. Un albero sa che gli errori non esistono: lui si biforca per trovare nuove strade. Le direzioni sbagliate diventano comunque sostegno per crescere in nuovi tentativi.

2015.

Per la prima volta non ho aspettative, né progetti su di te. Fai come vuoi. La barca è solida, io padroneggio la pagaia e l’orizzonte è vasto. Che tu sia Poseidone adirato o Eolo benevolo, non mi importa. Qualsiasi cosa avverrà, la affronterò con la sicurezza di chi ha imparato cos’è giusto attraverso l’errore e con il sorriso divertito di chi è certo che ha ancora tanto da sbagliare.

Vorrei ringraziare tutte le persone che ho incontrato in questi trent’anni. Forse vi ho odiati, amati, ammirati, invidiati, studiati, sfottuti, compatiti, emulati. Forse mi avete deluso, maledetto, rimpianto, tediato, inacidito, sorpreso, ucciso. Chissà. Ma una cosa è certa: grazie, perché mai avrei voluto fare a meno di voi.

Mentre scrivo queste righe il 2014 mi offre un’altra grande lezione. Che come tutte le grandi lezioni è amara. Lo scorso weekend, per il mio compleanno, sono stato a Napoli. Passando qualche giorno in città ho sentito Antonio, che non vedevo da anni. Non siamo riusciti a vederci. Principalmente perché non mi sono sbattuto abbastanza, fra i vari piani e cose da fare. In fondo l’idea è sempre quella che «c’è tempo». Stamattina Antonio è venuto a mancare. E di tempo quindi non ce n’è più.

Che io possa fare tesoro di questa lezione, come feci tesoro a suo tempo delle cose che mi ha regalato Antonio.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 12 dell'anno 2014. Nessun commento — .

29, 5, 2013

La prima versione del mio blog risale al 2003. Molto tempo e molti chili sono passati da allora, ma in tutti questi anni di trasformazione una cosa non è cambiata: la mia avversione per i titoli. Capita che mi venga di getto di scrivere un post, lungo quanto la corsa di Filippide, ma che poi passi giorni a decidere quale manciata di parole debba rappresentarlo.

Per questo il consueto post di fine anno è piacevole: finisco di scriverlo e mi ritrovo poi a non sapere cosa conterrà il prossimo, così lontano. Ad eccezione del titolo. Ciò non vi stupirà se avete letto cosa ho scritto nel 2012, 2011 e 2010.

2013. Che dire. È stato un anno incredibilmente veloce. Iniziato sotto i peggiori auspici, ha dimostrato che ogni decadenza contiene in sé i germogli di un nuovo inizio. All’inizio del 2013 ho escluso due persone importanti dalla mia vita. Due persone a cui voglio bene. Lungo la strada del 2013 ho incontrato molti nuovi affetti, profondi e sinceri. In particolare uno, che è specchio del cambiamento che ho vissuto. La prima lezione che ho appreso è stata dunque: non importa quanto è ingente la perdita, il domani potrebbe sempre regalarti di più.

Nel 2013 ho sviluppato un nuovo, peculiare equilibrio con i miei difetti ed i miei limiti. Per sintetizzare, prendendo a prestito le parole di qualcun altro, ho imparato a mettere a fuoco le conseguenze piuttosto che la dicotomia giusto-sbagliato. Mi sono un po’ più aperto a cose nuove e ne ho ottenuto in cambio caos, ma anche tanto calore. Non esiste fuoco che scalda e illumina senza che qualcosa bruci e venga consumata. Non è né giusto, né sbagliato. È così, e basta. La seconda lezione mi ha insegnato che: se vuoi avere di più devi avere il coraggio di rischiare. Sapendo che puoi anche perdere tutto. O anche guadagnare tutto. Ma un prezzo da pagare c’è in entrambi i casi, non solo nel primo.

Nel 2013 ho visto naufragare il frutto della mia volontà di costruire relazioni lunghe e solide. Dopo tanta caparbietà mi sento leggero. La terza lezione potrei sintetizzarla con: ci saranno anche delle cose giuste nella vita. Ma sforzarsi di averle è come leggere un libro partendo dalla conclusione. Senza il percorso, resta solo l’illusione di averle afferrate. Per cui l’unica cosa che si può fare è aspettare. Le cose ci sono o non ci sono. E anche se sono un maestro dell’imposizione di volontà, a dispetto dei miei sforzi sono come tutti gli altri. Con l’aggiunta del ridicolo. Quindi: tanto vale sedermi ad aspettare, senza fretta. Godendomi il tempo, in compagnia.

Nel 2013 per la prima volta ho vissuto qualcosa che tutti abbiamo temuto almeno una volta nella vita. È stata la mia sfida più grande di sempre. Chi mi conosce sa che in fondo amo l’esaltazione delle sfide. Ma sa anche che amo risolvere i problemi da solo, senza vincoli e considerando tutto e tutti variabili. Questa sfida è stata l’unica in cui non ho potuto fare il generale. Mi è toccato sedermi, eliminare trucchetti e diplomazia e fare sul serio quello che mi riesce peggio: trovare una soluzione condivisa con qualcun altro. Non so se il risultato può chiamarsi soluzione, la vita non ti permette il paragone con alternative che non scegli. Però una cosa la so: la pressione disumana che aveva ogni probabilità di travolgere tutto si è rivelata quella che ha fatto di due atomi di carbonio un unico diamante.

La fine di quest’anno è stata un po’ strana. Ho visto per la prima volta difficoltà non mie ma a cui però io potevo porre rimedio. O almeno contribuire. Dopo anni in cui qualcuno ha fatto molto per me, io ho potuto fare un poco per ricambiare. E quel poco mi ha dato tanto. Sempre quest’anno ho goduto del ritorno nella mia vita di qualcuno che si era reso distante. E con la gratitudine nel cuore non dispero un giorno di poter dire lo stesso di chi ancora è lontano.

In ultima sintesi direi che quest’anno ho compreso di più ciò che il 2012 mi aveva fatto intuire: non è solo una questione di dove arrivi, quanto come ci arrivi. E con chi. In fondo è solo un viaggio. Non è detto che sia un bene accorciarlo o renderlo più agevole. Perché è nell’avventura che impariamo a conoscere meglio chi siamo e dare il giusto peso a chi ci tiene la mano.

Non dico di più di questo 2013. Alla fine non mi è piaciuto, né mi ha deluso. Siamo pari, io e lui. Ci siamo presi a cazzotti, ma con rispetto.

5. Sono gli anni che vivo a Milano. È un numero strano il cinque per la mia vita. Finora ha sempre significato cambiamento. Ogni ciclo è durato cinque anni. Non so se sarà ancora così, ma di certo questo è stato il primo anno in cui ho smesso di chiedermi che ci faccio a Milano. Non sento più l’inquietudine dissimulata, come quando sai che potrebbero interrogarti su qualcosa di cui non conosci la risposta. Milano non è più un problema. O forse è solo che sono felice. E la felicità ha questa peculiarità: illumina tutto ciò che incontra, di una luce così accecante da rendere anche un brullo asteroide cresciuto bello come una stella che brilla di luce propria. Come la Luna, la mia vita è stata illuminata nel 2013 da vecchi e nuovi amici. Che mi fanno sentire ricco. Una stella.

2014. Che vuoi? Non lo so. Ti presenti bene, carico di doni e di novità allettanti. Sarà un trucco? Sarai vero? Non lo so. Ma da tempo ho assimilato la parola «scoperta» come sinonimo di «campare», per cui fatti sotto. Avevo bisogno di novità. Del resto sto scrivendo da Lecce, dopo tre anni consecutivi di Genova. Molto è nuovo dunque: il 2014 è una specie di anno di maturità. Tutto da pensare, partendo dalle persone. Quelle con cui imprendo nuove avventure.

Voglio concludere questo post citando dei sogni che ho visto nascere e diventare solidi: Caffeina, LifeMoze, Nevergiveapp e Young Digitals. Ai ragazzi dietro questi nomi dico grazie, perché ogni volta che ho un dubbio, e non è raro, guardo alle vostre storie e mi ricordo che le avversità possono anche uccidere. Ma solo se lasciamo loro l’occasione. Credendo nei propri sogni non si arriva sempre alla meta. Ma di certo si fa un bel viaggio.

In anticipo su tutti: buon 2014.

 

 

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 12 dell'anno 2013. Nessun commento — .

28, 4, 2012

28. È passato un altro anno. Questa frase significa qualcosa per me solo oggi, il 6 di Dicembre. Il giorno del mio compleanno. Una giornata che dedico ormai da un po’ a fermarmi per pensare. Non solo ad un anno passato (sempre troppo) di fretta. Ma anche al prossimo. A cosa voglio e verso dove mi piacerebbe puntare la prua della nave.

Quest’anno l’ho passato ad esplorare le virtù del perseverare. Sono arrivato fino in fondo a sfide importanti, non ottenendo il risultato desiderato. Ma vincendo il mio impulso innato al nomadismo. Al rispondere alle difficoltà pensando subito a volgere le vele verso venti veementi che portano alla vista di altre coste. Ho iniziato a percepire la melodia del tempo che scorre, placido o irruente ma pur sempre come lui desidera. Lasciando a noi solo la bravura del danzare seguendo le sue anse. Ora dolci e ampie, ora strette e facili all’insidia. Non so ancora navigare su questo fiume, ma ho compreso che per imparare a farlo occorre più saper sentire la corrente che avere bicipiti gonfi di remata.

Anche quest’anno, il terzo consecutivo, mi trovo a Genova. Città che amo. E mi sorprendo a pensare che potrebbe essere l’ultimo. La fase della mia vita che è iniziata nel dicembre del 2010 sembra ormai essersi conclusa: io sono molto diverso.

4. Sono gli anni che vivo a Milano. E come il buon vino che sa invecchiare, anche questa esperienza mi regala nuovi sapori e nuovi gusti, ogni volta che tergiverso con il suo sapore ad accarezzare i pensieri, prima di inghiottirla a sorsi nei ricordi. Mai come adesso Milano mi è stata cara, e mai come adesso sarei pronto a lasciarla per nuove avventure. Un paradosso che si spiega in fretta: continuo a non avere un motivo per restarci, ma contemporaneamente ho perso il motivo che mi impediva di andarmene.

2012. Per i Maya parrebbe essere l’anno della fine del mondo. Per me lo è senza dubbio. È stato l’anno culmine di un triennio di crescita dove ho sfidato tutti i miei limiti. Vincendo o perdendo, passo dopo passo sono comunque diventato più forte. Ho dimostrato a me stesso tutto quello che volevo. E alla fine di tutte queste vette ho scoperto solo fame di altre vette. Ma una fame differente da quella che, compagna, ho portato dentro in questi 28 anni. Un desiderio senza ansia, una voglia di capire più che di essere capito. Arrivare in cima non per essere più alto di tutti, ma per studiare meglio la mia piccolezza. Senza l’urgenza di un mondo che deve essere come io lo voglio, ma anche senza perdere la voglia di non scendere a compromessi.

Il 2012 è solo l’inizio di un nuovo viaggio. In cui imparo a partire senza l’obbligo di arrivare alla meta prima degli altri, ma senza perdere il piacere del viaggio. Ho imparato ad accogliere l’imprevisto perché ho accettato di vivere il cammino e non la meta. Ma non ho perso il gusto della libertà che non subisce il compromesso. Libertà che si piega alle intemperie del caso ma che sa tornare dritta quando queste cessano, come un filo d’erba che accoglie il sole dopo il monsone.

Ho dimostrato a me stesso tutto, senza risparmiare ambizione. Solo per scoprire che non c’era nulla da dimostrare. Dietro l’ultima porta, solo l’inizio di un’altro percorso. Ma ad aprire quella porta è una persona diversa.

Nel 2012 ho cacciato su terreni nuovi che non conoscevo. Ho arricchito la mia abilità grazie ai fallimenti. Ho migliorato la mia destrezza grazie agli imprevisti. Ma non sono mai diventato preda.

Ho messo in discussione la mia voglia di investire tempo nel relazionarmi con persone a basso utilizzo di cervello, imparando che non è certo siano diversamente intelligenti, ma sicuramente lo sforzo di scendere di livello mi ha arricchito. Ho imparato che questo esercizio è utile solo se resta tale: il mio scopo è un livello sempre più alto, anche se in solitudine, anziché un livello più facile in (grande) compagnia.

Ho messo in discussione la mia fiducia nella solitudine. Da soli si va più spediti e leggeri, ma la pazienza si impara solo con gli altri. Ho appreso tanta pazienza insegnando in cambio un po’ di velocità.

Ho scoperto ancora tante persone meravigliose, che amo avere nella mia vita. Ho aggiunto un altro giro di corteccia a rapporti così solidi da diventare certezze, come stella del mattino.

Spoiler: alla fine di quest’anno forse crollerà il mondo. Ma non io.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 12 dell'anno 2012. 7 commenti — .

26 e 2010

Come i più fedeli compagni di strada sanno, a fine anno mi piace sempre fare un bilancio. Come sempre dico in queste occasioni il Capodanno è per me un momento sacro proprio perché scandisce (e sancisce) lo scorrere del tempo. In effetti il mio bilancio di un anno convenzionale si sovrappone a quello di un anno personale, dato che il mio compleanno è molto vicino al 31 Dicembre.

Ordunque, così come ho fatto nel 2006, nel 2007, nel 2008 e nel 2009, anche per il 2010 mi faccio due conti.

Mentre scrivo sono a Genova, città che ho scelto per riassaporare i ricordi di quest’anno che si appresta a spirare. Il bilancio del 2010 è per me molto importante, perché sembra chiudere dei cicli aperti più di un anno fa.

Andiamo con ordine.

Se sei positivo succedono cose positive. Ho lasciato il buon 2009 pieno di speranze sul 2010. Il 2010 è stato molto impegnativo, ma a conti fatti mi ha regalato molto più di quanto avessi desiderato. Ho 26 anni oggi, un lavoro che mi piace e l’affetto di persone meravigliose.

Tutto parla. L’Universo ti parla con le piccole cose. Ma non deve implicare essere paranoici. In un periodo pieno di affetti mordi e fuggi, in un giorno in cui non avevo per nulla voglia di uscire, ho incontrato per la prima una persona che non mi aveva fatto granché impressione. Che è arrivata in ritardo. E un piccione mi ha pure cagato sulla spalla. Se avessi dato seguito ai piccoli segnali del cosmo, mi sarei perso uno dei periodi più importanti della mia vita.

Essere arditi paga. Seneca diceva che la fortuna non esiste, è solo talento che incontra un’occasione. Ho imparato che essere arditi e sfacciati ti fa fare figure di merda otto volte su dieci. Ma con le due volte che riesci, crei occasioni che ti portano lontano. E ti ripagano ampiamente degli otto fallimenti.

Ho imparato che sono ancora acerbo perché sono una testa calda. Qualcuno mi ha insegnato che nella vita non conta solo avere ragione. Ma anche il modo in cui la rivendichi, la tua ragione. E alla fine se sei convinto delle tue cose non serve urlare: puoi ottenere ciò che vuoi più facilmente in silenzio. Non è il riconoscimento della ragione l’importante, ma ottenere il risultato. Ho cercato di applicare questa cosa negli affetti con risultati disastrosi. Ma sono fiducioso. I primi tentativi sono sempre quelli più scoraggianti.

Anche se litighi furiosamente finché sei autentico e hai una ragione per fare quello che fai, stai creando valore. Sono felice di avere nella mia vita due persone con cui mi sono scontrato duramente. Mi hanno insegnato che ci sono casi in cui vale la pena fermarsi un attimo ad ascoltare anche le ragioni altrui. E trovare un compromesso, mettendo da parte l’orgoglio ferito e la ragione. Perché esistono cose che valgono di più del dimostrare di avere ragione.

Infine ho scoperto di aver sbagliato tutto dall’inizio. Prima vivevo per elemosinare l’approvazione e l’affetto degli altri. Poi ho smesso e credevo di avere acquisito autenticità. Invece vivevo solo per soddisfare l’idea che avevo di come sarei dovuto/voluto essere. Perché non sapevo neppure lontanamente che cosa implicassero alcune parole come autenticità e condivisione. Senza la prima è impossibile la seconda. Ero genuinamente convinto di conoscere la seconda e invece mi sbagliavo. Di colpo l’errore ti diventa palese quando incontri la versione autentica della condivisione. Quella in cui riesci ad essere te stesso. Di più: riesci a trovare compimento di te stesso. Lo scopri per merito di una persona che ti fa da specchio.

L’ultimo insegnamento di questo 2010 è stato che puoi innamorarti di una bellissima rappresentazione teatrale. Quando amaramente scopri che non è realtà ma solo una rappresentazione fedele, capisci che per quanto ci sia differenza fra i personaggi e gli attori, comunque agli attori va il merito di averti fatto amare il personaggio. E di averti fatto scoprire attraverso una rappresentazione, quanto tu possa apprezzare e desiderare realtà che non conoscevi. E che non volevi conoscere. Tornando allo specchio: forse è incrinato. O sembrava avesse una cornice di legno antico e invece è plastica cinese. Magari non è neppure argento quello che hanno usato. Ma non importa. Perché il punto è ciò che riflette.

Concludendo, posso dire che nel 2010 ho scoperto che esistono le bugie, ma che non sono troppo pericolose. Poi esistono anche le bugie che diventano verità perché ce ne convinciamo. O perché le abbiamo prese in prestito da idee/convinzioni altrui che non ci appartengono perché non le abbiamo davvero vissute e fatte nostre. Su queste bugie pericolose edifichiamo castelli che poi sono destinati a franare. Ma il danno sta nel perseverare a ricostruire senza scavare a fondo nuove fondamenta. Quando scavi, qualcosa di buono salta sempre fuori. Perché queste bugie pericolose sono spesso omissioni. Sono silenzi che vorrebbero coprire cose che prima o poi deflagrano, costringendoci a guardarci dentro dove mai vorremmo posare lo sguardo.

Nel 2010 ho imparato ad accettare la sfida di mettermi davvero in gioco senza paura di perdere me stesso vivendo cose che possono cambiarmi anche radicalmente. Prima, senza questa disponibilità, mi riempivo la bocca di parole come condivisione, amore e crescita senza sapere di che stavo parlando, come chi corre per chilometri ogni giorno ma sempre nella stessa una pista circolare: fai tanta strada senza scoprire nulla di nuovo. Il vantaggio è che poi quando ti mettono su strada sei allenato, e quindi impari in fretta.

Non chiuderò il consueto bilancio con un grazie. Ho ottenuto cose bellissime quest’anno. Ma ho pagato tutto fino all’ultimo centesimo. Mi sento come chi in una notte è entrato al casinò con 10 euro, ha vinto 100 miliardi per poi riperderli tutti terminando la serata con nulla. Ho perso solo 10 euro in fondo, ma mi sono divertito parecchio.

Ripartiamo da qui per il 2011.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 12 dell'anno 2010. Un commento — .

25

25 anni

Ieri è stata la milestone del quarto di secolo trascorso in mia compagnia quasi ininterrottamente, togliendo il sonno e i comi etilici.

Chi mi conosce sa che le vere due feste dell’anno per me sono Ferragosto e Capodanno, quest’ultima perché è un momento magico in cui però sei sempre naturalmente spinto a fare un bilancio. Anche il compleanno ti costringe in qualche modo a fermarti a pensare, a percepire il tempo che passa, e a contare i cerchi attorno al cuore e alla mente che sono strati di te sovrapposti.

Il mio personale bilancio di quest’anno lo trovo sorprendente: ho imparato tantissimo. (more…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 12 dell'anno 2009. 7 commenti — .

Un Cerchio In Più

Un cerchio in più. La cosa che mi piace degli avvenimenti periodici, è che ti costringono in qualche modo a fare bilanci. Ti riportano la mente indietro e per un attimo ti consentono di avere una visione di insieme. Un cerchio in più. Qualcosa che si aggiunge a quello che già sei, un anno che si aggiunge a quelli già vissuti. Un anno che in sé ha una valenza, ma che nel momento in cui si scioglie nell’oceano di quelli già vissuti, ne può assumere un  altra.

In questo anno che è passato ho imparato molto. Ho imparato che il rancore verso le persone che ci lasciano o ci feriscono, è solo tempo perso. Ho imparato che l’affetto, come tutto in questo universo, si evolve. Ho perso persone per poi ritrovarle. Ho ritrovato persone che credevo perdute per sempre. Ho avuto conferma di quanto siano importanti alcune di quelle che mi sono rimaste sempre accanto in tutti questi anni. Ho trovato sulla mia strada regali inattesi e persone molto speciali.

Mi sento fortunato.

E felice.

Grazie a tutti, ma proprio a tutti. I momenti come questo mi scalderanno quando farà freddo. In qualche modo, siete tutti parte di me.

Ed in particolare qualcuno in grado di farmi sorridere il cuore, anche se da lontano.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 12 dell'anno 2007. Nessun commento — .