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33, 2017

Ogni anno, dal 2009, scrivo un piccolo post (questo) che mi aiuta a prendermi del tempo per ragionare su cosa mi è successo. E su come sono cresciuto. Perché tutti cresciamo, dipende dal fatto che ci capitano delle cose, ma il come cresciamo dipende più dalla nostra volontà di pensare a queste cose avvenute, alle risposte che abbiamo dato, agli effetti che queste hanno avuto.

Questa mia piccola tradizione è al nono anno di vita (qui gli anni passati: 2016, 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009), nacque per caso quando mi trasferii a Milano (quindi sì, si tratta anche del nono anno della mia temporanea permanenza al nord) ed è legata a un posto in cui mi sento a casa, il Mediterraneo. Ogni anno infatti ho scritto il mio post da un porto del Mare Nostrum.

Quest’anno invece, un’eccezione: ho scritto tutto sulle rive dell’Oceano Atlantico, a New York, dove ho passato il mio compleanno, insieme a quello di mia sorella Sara.

Si tratta di un’importante deroga alla regola, ma anche il 2017 in fondo è stato un anno come nessuno dei precedenti.

33

La più importante lezione di quest’anno riguarda la mia capacità di stare dentro una relazione. Lo stare uniti, in qualsiasi tipo di relazione, non è questione di incastro a priori, né di assenza di errori. Quello che ho imparato è che non è neppure questione di volontà, intesa come impegnarsi al massimo per evitare i punti di crisi. A 33 anni ho la convinzione che stare uniti dipenda dall’intenzione a priori: non è la conseguenza di qualcosa, ma la premessa.

Da questa premessa si affrontano i punti di crisi che sono necessari e, in una certa misura, salutari. Salutari non per lo stare uniti in sé, come spesso ci hanno propinato. La crisi è salutare per la crescita individuale: è solo nel momento di crisi che hai modo di verificare quanto è saldo quello che vuoi. Ma soprattutto è grazie a quei momenti in cui tutto è in discussione che hai la possibilità di capire se quello che vuoi è anche quello di cui hai bisogno.

Quest’anno ho perso una persona molto importante. Ho incassato un fallimento molto grande. Inutile girarci intorno: trovare una morale o un insegnamento in ciò è un espediente intelligente per metabolizzare la separazione. Ma la verità resta: fa un male cane. Sì, certe cose capitano, quasi mai per il grosso motivo che viene facilmente raccontato, ma più per la somma di mille piccoli motivi. Sopportabili palle di neve in sé, una valanga che stritola se presi tutti insieme.

Ho visto questa valanga venir giù tante altre volte, in questi 33 anni, quasi sempre per mia causa. Stavolta doveva essere diverso e non lo è stato. Ripartirò da zero, riprovando. Perché la verità è che le risposte nella vita non sono come le ricerche di Google, non si misurano in millisecondi dalla formulazione della domanda. L’unica cosa che ha senso fare è provare. E riprovare. E riprovare. Prendendo tempo. Perché a volte riusciamo a costruire la risposta, a volte no. Ma a star seduti, la risposta non si trova di certo.

Quest’anno ho ricevuto tanto da persone che fanno parte della mia vita ma non sempre della mia quotidianità. A conferma del fatto che i legami solidi non si misurano con la quantità degli attimi ma con la qualità dei momenti passati insieme. E ci vogliono tempo e dedizione per costruire simili legami. Non sempre mi sono sentito capace di simile dedizione, chi mi conosce sa che io e il tempo abbiamo una relazione complicata, però tutto l’affetto che ho ricevuto mi ha fatto pensare che qualcosa forse sono stato stato in grado di costruire: è stata una sorpresa che mi ha reso felice.

In sintesi: a 33 anni mi trovo di nuovo al punto di partenza. Cercando di far funzionare le cose che ho sempre cercato di far funzionare (con scarso successo). Non sapendo da dove iniziare. Ma a ben guardare con una differenza: io sono cambiato. E questo significa in particolare che davanti alle stesse domande, non vivo la stessa ansia. Ci sono le domande, ci sono io che cerco una risposta, nel frattempo ci sono tante cose belle e brutte. Ma so che nessuna di queste cose (le domande, le risposte, le cose belle e le cose brutte di contorno) è un giudizio su di me. Sono tutte cose che dicono qualcosa di me, ma non servono per dimostrare a me stesso chi sono. Perché ormai lo so.

2017

Una delle mie storie preferite della Bibbia è quella di Giobbe. Questa storia mi piace per un motivo: alla fine del racconto Giobbe è più ricco di prima, ma ciò non è avvenuto poco a poco, bensì è passato dall’avere molto, al non avere niente e poi ad avere più di prima. È un «viaggio» che giudicato dal punto di arrivo (Giobbe ha tutto ciò che desidera) è positivo. Ma che ha dentro tanti momenti molto negativi.

Questo mio 2017 è stato un po’ simile alla storia di Giobbe: guardato dal punto di arrivo è stato un ottimo anno, probabilmente il migliore finora. Ma se guardo al suo svolgimento rivedo momenti estremamente belli e momenti davvero terribili.

Forse è proprio questo che lo ha reso speciale: mi ha proposto un viaggio nel buio delle mie peggiori paure e mi ha anche portato a respirare l’aria rarefatta oltre le vette delle mie più sfrenate ambizioni.

In questo 2017 ho avuto conferma dal mio lavoro di una cosa che avevo prima solo intuito: è facile avere ragione quando si scommette che le persone ti deluderanno. O non riusciranno a fare le cose come le avresti fatte tu. Davvero mai le cose vanno come le vogliamo o immaginiamo. Il punto però è che a volte le persone vanno ben oltre le nostre aspettative e in quei momenti siamo ripagati in abbondanza di tutti i fallimenti e le delusioni.

Infine, in questo 2017 ho imparato che qualsiasi organizzazione si può cambiare. Qualsiasi. Ma per farlo occorre avere le idee chiare (facile), il coraggio di guardare in faccia i problemi e ascoltare la prospettiva degli altri (meno facile), la forza di andare nella direzione giusta limitando i compromessi, perché la direzione giusta è l’unica possibile se davvero si vuole cambiare. Spesso per evitare o limitare la parte complicata, il «come» cambiare le cose, finiamo con il cedere sul «cosa» cambiare. E questa è l’unica sconfitta che chiamo fallimento.

Nel 2017, grazie a imille e epico, sono diventato molto più bravo nella virtù della pazienza, che non è farsi andar bene quello che non ci va bene, ma più evitare di essere distratti dal drappo rosso mentre sei impegnato ad infilzare il torero.

Nel 2017 ho avuto l’occasione di osservare da vicino tre persone da cui ho appreso delle grandi qualità di cui faccio tesoro, sono state dei maestri inconsapevoli e mi hanno arricchito come persona e come professionista.

2018

Caro 2018, da te non mi aspetto nulla. Il 2017 è stato un anno fuori dal comune. E conosco abbastanza la matematica da temere gli effetti della «regressione dalla media», eppure li avevo paventati anche alla fine del 2016 e ho invano atteso Godot. Comunque, anche se dovessero arrivare proprio nel 2018, mi troveranno ad accoglierli con il sorriso sulle labbra.

Ciao, 2017. Mi mancherai.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 27 del mese 12 dell'anno 2017. Nessun commento — .

Auguri

Auguri.
A te che odi il Capodanno.
Ti auguro di trovare il grande significato nascosto dietro l’apparenza di un momento come tanti altri, assedio di calici ebbri di voglia d’oblio, di sorrisi forzati, di chiacchiere noiose. Un significato che abbiamo festeggiamo da millenni in ogni cultura cui l’uomo abbia dato forma. Un significato pagano che in quanto tale è stato bandito, censurato e infine dimenticato, quando il dolore prolungato di lotte ideologiche è stato sostituito dall’apatia stanca e infine dalla dimenticanza.

A quel significato io alzo il calice. Il tempo. L’ultima divinità. La prima. Capodanno, come i suoi parenti stretti di Halloween e Sol Invictus celebra il mistero del tempo che muore e rinasce incessantemente. L’eterno ritorno. Da Osiride a Gesù.

All’eterno ritorno che nella sua costanza si fa sempre nuovo. Che è eterno nel suo morire ogni momento.

Mentre attendo persone care per questa celebrazione sacra, disegno tre propositi per il 2012 e saluto il 2011 con due prime volte della mia vita: la prima è che saluto il vecchio senza avere da rimproverargli nulla. La seconda è che attendo il nuovo senza chiedergli nulla che abbia a che fare con l’amore.

Il 2011 è stato davvero un anno primo.

Infine un ultimo pensiero vola a te, che un giorno forse poserai gli occhi sul lavoro di queste dita sempre meno salde nell’afferrare verità e sentenze. Che mai il tempo mi tenga così occupato dal sottrarmi allo stupore quotidiano del tuo miracolo. Che il tempo possa esserti amico e non celarti al cuore la sua più grande abilità: mutare le più grandi dannazioni in inimmaginabili benedizioni.

Auguri.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 12 dell'anno 2011. Nessun commento — .

Dettagli e Buon 2011

Quanti gradini ha il sagrato della chiesa si San Nicolò in Piazza Dante?

Stanotte ero sdraiato su quei gradini. Come centinaia di altre volte. Amo quella piazza, soprattutto di notte.

Non mi ero mai posto il problema di quanti gradini avesse il sagrato. C’ero sdraiato sopra. Li ho contati. Sono 7. Sembra un dettaglio inutile, ma mi ha fatto pensare che non saprei dire quanti sportelli ha la mia cucina. Né quanti passi ci sono fra il bagno e il letto. E mi ha fatto venire in mente che la cosa funziona così anche con le persone. Ne tieni accanto alcune e per te sono il massimo. Sono la tua quotidianità e le ami sinceramente. Ma le hai mai guardate per quello che sono? Le conosci davvero? Ti sei mai sforzato di osservarne i dettagli? Hai mai avuto fame davvero di approfondirne ogni angolo?

In fondo piazza Dante è più di un insieme di dettagli. Vero. Ma è anche quell’insieme di dettagli. Al punto che se ogni giorno ne cambiasse uno, insignificante,  alla volta, in capo ad una settimana sarebbe un posto diverso. Migliore o peggiore, ma diverso. Come le persone che amiamo. Non prestiamo attenzione ai piccoli dettagli che cambiano ed improvvisamente nel complesso scopri che è cambiato qualcosa.

E’ da paranoici fissarsi sui dettagli. Anche perché corri il rischio di perdere il quadro d’insieme. Ma la verità sta nel mezzo: fra il dettaglio e l’insieme. E l’unico modo per coglierla è essere curiosi. Fottutamente curiosi.

Chiudo il 2010 augurandomi un 2011 di affamata curiosità, esercitata in direzione immersiva. Non voglio nuove cose. Voglio solo entrare più a fondo in quelle che ho già.

Buon 2011. Forse finirete ad una festa come tante, dove sembra che la gente sia costretta a divertirsi per legge. E a farlo bevendo fino a vomitare. Forse lo passerete in coppia con chi amate, o da soli a dormire. In tutti questi casi vi auguro di vedere la perfetta bellezza del tempo che scorre e mai s’arresta. E di comprendere quello che ci sussurra: il peccato non è fare cose di cui un giorno forse ci pentiremo. E neppure festeggiare in modo preconfezionato. L’unico peccato è stare fermi. A bordo pista, a guardare gli altri. Il mio sintetico augurio per il 2011 è: fate quello che volete, ma fate.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 31 del mese 12 dell'anno 2010. 3 commenti — .

2010

Tanti auguri di buon anno.

Inizio dalla parte scontata perché è più semplice.

In realtà questo post doveva essere nell’idea originaria il titolo di coda del mio 2009, una summa poco teologia e molto pratica come se ne dovrebbero fare in questo momento così magico che è Capodanno. Magico come l’istante in cui l’inspirazione diventa espirazione ed il miracolo del respiro si ripete.

Il mio bilancio mi soddisfa. Ho vissuto pienamente alti e bassi, e come un surfista sulle sue onde, me la sono giocata e mi sono divertito, fra cadute ed onde memorabili. (more…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 2 del mese 01 dell'anno 2010. 2 commenti — .