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34, 2018

Per la trentaquattresima volta, è il mio compleanno. Per la decima, ecco il mio post di compleanno e fine anno.

Agli affezionati di questi anni (c’è ancora qualcuno di voi che era qui fin dall’inizio?), non occorrerà spiegare a cosa servono queste righe. A tutti gli altri, ammesso che qualcuno capiti ancora qui per caso, basterà leggere qualcosa dei post precedenti (eccoli qui, anno per anno: 2017, 2016, 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009).

Prima di iniziare, una premessa: questo sarà l’ultimo post di compleanno su questo blog. Non ne scriverò altri.

I bilanci non finiranno qui, resto sempre dell’idea che una volta all’anno faccia bene fermarsi a contemplare la strada percorsa. Smetterò però di farne un post. Dunque, iniziamo.

34

Relazioni fra esseri umani. A 34 anni sono persuaso che le relazioni di successo siano più figlie di un adattamento che di un rapporto causa-effetto. È vero: quando finiscono, a posteriori, le vediamo da una prospettiva differente. È vero: da questa prospettiva sembra tutto chiaro, lapalissiano1, un’evidente catena di nessi causali che ci ha portati all’effetto finale: la rottura.

In realtà: sono stronzate. Perché usare il «senno di poi» significa semplificare per orientarsi nel mare di oscurità in cui siamo immersi: un po’ come unire arbitrariamente stelle lontanissime fra loro e chiamarle costellazioni. 

Le relazioni umane – di tutti i tipi – sono come gli esseri umani stessi: complessi, ricchi ma estremamente fragili. Quello che la natura (e la pazienza dei miei genitori) ha impiegato 34 anni a creare, potrebbe essere distrutto nella durata di qualche palpito mancato. Lo stesso accade alle relazioni: anni e anni di duro lavoro per capolavori che sembrano effimeri. Il punto non è questo però. O meglio: il punto è questo, ma è un punto di partenza, non un punto d’arrivo. 

Quello che penso è che sia difficile spiegare. Pure capire. È come andare al buio a prendere l’acqua nel cuore della notte: la strada che hai fatto mille volte ti sembra chiara nella tua mente, eppure sbagli quasi sempre. La realtà, sotto forma di muro o spigolo, ti rimette quasi sempre a posto. Che sia l’amore, il lavoro, la famiglia o qualsiasi altro parametro dell’oroscopo, l’unica cosa che puoi fare è continuare a dare craniate nel buio, bestemmiando in silenzio, finché non riesci ad azzeccare la via. Chiunque dichiari il contrario mente o si ricorda puntualmente di bere prima di andare a letto.

Fallimenti. Avere 34 anni significa per me avere accumulato molti fallimenti. Nei primi 27 anni, perché ho peccato di eccessivo idealismo, nei successivi 7 anni perché ho quasi sempre puntato sul nero e sul rosso, contemporaneamente. In entrambi i casi una cosa è certa: fallisci più volte di quante vinci. 

Se sei fortunato – e fin qui posso dire di esserlo stato – gli esigui casi di vittoria, ti ripagano di tutte le energie finite nei fallimenti. A prescindere da questo, credo di aver capito appieno solo ora il senso di quanto andava dicendo Churchill2: «Success is stumbling from failure to failure with no loss of enthusiasm».

E a 34 anni mi ritrovo carico di entusiasmo da investire in una relazione nuova, con una persona con cui fino a qualche tempo fa non sarei stato in grado di confrontarmi. Qualcuno con cui ogni giorno provo a usare come concime la merda accumulata in questi 34 anni di fallimenti, anziché farne qualcosa di ingombrante da celare alla vista, come se poi l’odore non si sentisse.

2018

Viaggiare. Ciao 2018, l’anno scorso in questi giorni ero a New York, a celebrare il 2017. Era stato un anno memorabile ed ero pronto a un 2018 giustamente sottotono. Gli anni pari mi hanno sempre riservato brutte sorprese. E invece eccomi qui a dirti che – wow! – hai persino superato il 2017. 

Mi hai regalato molto viaggiare, ho passato a 108 giorni a Santiago de Chile, 54 a Roma, 33 a Catania e il resto sparso per Valencia, Brescia, Bogotà, Cagliari, Como, Venezia, Buenos Aires, Barcelona, Lima, Rio de Janeiro, Valparaiso, Parma, San Pedro de Atacama, Londra, Sofia. Ho imparato uno spagnolo di sopravvivenza, ho incontrato persone incredibili in tutti i sensi possibili della parola, ho imparato molto.

Lavoro. A Febbraio ho festeggiato il mio primo anno con imille, un’avventura nata un po’ per caso, in cui sono entrato con un obiettivo personale di crescita e che mi sta offrendo molto più di quello previsto. Dopo un annetto ho realizzato un piccolo sogno: lasciare il mio team e vederlo andare con i propri piedi, verso risultati più grandi dei miei.

Milano. In questo 2018 Milano ha continuato a crescere ed io con lei. Eppure quest’anno ho passato solo 112 giorni qui. Nel 2017 mi chiedevo cosa fosse «casa», in questo continuo dividermi fra Catania e Milano, lungo ormai 10 anni. Nel 2018 non è arrivata la risposta, ma è diventata inutile la domanda: ho passato la prima estate della mia vita senza la Sicilia e il Mediterraneo, ho passato più giorni a Santiago che a Catania. 

Casa al momento è l’idea del campo-base: al termine di una giornata o al termine di un viaggio: il campo-base è comunque dove hai piantato le tende e lasciato le provviste. È un luogo itinerante, dove sono gli affetti che non puoi portare con te nella scalata. 

2019

Come ho detto, questo sarà l’ultimo post di bilancio. Non lo chiuderò con desideri né con previsioni. Nel 2019 non credo realisticamente di perdere i miei difetti (strutturali) né di deviare dall’apprendimento che sto seguendo. 

Questo post è figlio di una notte di speranzoso entusiasmo passata in una piccola cucina, illuminata dal display di un vecchio macbook prima generazione, scritto appena arrivato a Milano nel Dicembre 2008. 

Per questo lo chiudo con una parola, l’unica in grado di esprimere cosa si prova a partire convinti di raggiungere le Indie, disperarsi in mezzo a un’oceano quando è ormai chiaro che i calcoli erano sbagliati senza sapere neppure dove e perché, per poi gioire di una terra incognita e trovarsi infine a fare la più grande scoperta nella storia delle esplorazioni, solo perché ci si era persi completamente.

Questa parola è: grazie. 

  1. Su Wikipedia, alla voce lapalissiano, è riportata la seguente teoria. Si tratta di una congettura, ma in fondo le congetture sono più affascinanti della realtà. In questo testo ho usato il termine lapalissiano per indicare un’evidenza molto evidente, ma potrebbe anche essere tributo alla stessa logica del costruire costellazioni (interpretazioni) a partire da stelle (fatti) in realtà totalmente scollegati: «Alla morte di La Palice infatti, i suoi uomini proposero questo epitaffioCi-gît Monsieur de La Palice. Si il n’était pas mort, il ferait encore envie (“Qui giace il signore de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia”). Tuttavia, con il tempo la effe di ferait (“farebbe”) fu letta esse (a quel tempo le due grafie erano simili), diventando quindi serait (“sarebbe”), e la parola envie (“invidia”) divenne en vie (“in vita”); con il risultato che il testo recitò che egli “se non fosse morto, sarebbe ancora in vita” (si il n’était pas mort, il serait encore en vie): da qui il significato di ovvietà attribuito all’aggettivo» []
  2. in realtà non esiste prova che la frase in questione sia stata davvero pronunciata da Churchill, ma in fondo onora il suo approccio alle grandi sfide che ha affrontato, molto aiutato dall’alcol []
Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 10 del mese 12 dell'anno 2018. 2 commenti — .

26 e 2010

Come i più fedeli compagni di strada sanno, a fine anno mi piace sempre fare un bilancio. Come sempre dico in queste occasioni il Capodanno è per me un momento sacro proprio perché scandisce (e sancisce) lo scorrere del tempo. In effetti il mio bilancio di un anno convenzionale si sovrappone a quello di un anno personale, dato che il mio compleanno è molto vicino al 31 Dicembre.

Ordunque, così come ho fatto nel 2006, nel 2007, nel 2008 e nel 2009, anche per il 2010 mi faccio due conti.

Mentre scrivo sono a Genova, città che ho scelto per riassaporare i ricordi di quest’anno che si appresta a spirare. Il bilancio del 2010 è per me molto importante, perché sembra chiudere dei cicli aperti più di un anno fa.

Andiamo con ordine.

Se sei positivo succedono cose positive. Ho lasciato il buon 2009 pieno di speranze sul 2010. Il 2010 è stato molto impegnativo, ma a conti fatti mi ha regalato molto più di quanto avessi desiderato. Ho 26 anni oggi, un lavoro che mi piace e l’affetto di persone meravigliose.

Tutto parla. L’Universo ti parla con le piccole cose. Ma non deve implicare essere paranoici. In un periodo pieno di affetti mordi e fuggi, in un giorno in cui non avevo per nulla voglia di uscire, ho incontrato per la prima una persona che non mi aveva fatto granché impressione. Che è arrivata in ritardo. E un piccione mi ha pure cagato sulla spalla. Se avessi dato seguito ai piccoli segnali del cosmo, mi sarei perso uno dei periodi più importanti della mia vita.

Essere arditi paga. Seneca diceva che la fortuna non esiste, è solo talento che incontra un’occasione. Ho imparato che essere arditi e sfacciati ti fa fare figure di merda otto volte su dieci. Ma con le due volte che riesci, crei occasioni che ti portano lontano. E ti ripagano ampiamente degli otto fallimenti.

Ho imparato che sono ancora acerbo perché sono una testa calda. Qualcuno mi ha insegnato che nella vita non conta solo avere ragione. Ma anche il modo in cui la rivendichi, la tua ragione. E alla fine se sei convinto delle tue cose non serve urlare: puoi ottenere ciò che vuoi più facilmente in silenzio. Non è il riconoscimento della ragione l’importante, ma ottenere il risultato. Ho cercato di applicare questa cosa negli affetti con risultati disastrosi. Ma sono fiducioso. I primi tentativi sono sempre quelli più scoraggianti.

Anche se litighi furiosamente finché sei autentico e hai una ragione per fare quello che fai, stai creando valore. Sono felice di avere nella mia vita due persone con cui mi sono scontrato duramente. Mi hanno insegnato che ci sono casi in cui vale la pena fermarsi un attimo ad ascoltare anche le ragioni altrui. E trovare un compromesso, mettendo da parte l’orgoglio ferito e la ragione. Perché esistono cose che valgono di più del dimostrare di avere ragione.

Infine ho scoperto di aver sbagliato tutto dall’inizio. Prima vivevo per elemosinare l’approvazione e l’affetto degli altri. Poi ho smesso e credevo di avere acquisito autenticità. Invece vivevo solo per soddisfare l’idea che avevo di come sarei dovuto/voluto essere. Perché non sapevo neppure lontanamente che cosa implicassero alcune parole come autenticità e condivisione. Senza la prima è impossibile la seconda. Ero genuinamente convinto di conoscere la seconda e invece mi sbagliavo. Di colpo l’errore ti diventa palese quando incontri la versione autentica della condivisione. Quella in cui riesci ad essere te stesso. Di più: riesci a trovare compimento di te stesso. Lo scopri per merito di una persona che ti fa da specchio.

L’ultimo insegnamento di questo 2010 è stato che puoi innamorarti di una bellissima rappresentazione teatrale. Quando amaramente scopri che non è realtà ma solo una rappresentazione fedele, capisci che per quanto ci sia differenza fra i personaggi e gli attori, comunque agli attori va il merito di averti fatto amare il personaggio. E di averti fatto scoprire attraverso una rappresentazione, quanto tu possa apprezzare e desiderare realtà che non conoscevi. E che non volevi conoscere. Tornando allo specchio: forse è incrinato. O sembrava avesse una cornice di legno antico e invece è plastica cinese. Magari non è neppure argento quello che hanno usato. Ma non importa. Perché il punto è ciò che riflette.

Concludendo, posso dire che nel 2010 ho scoperto che esistono le bugie, ma che non sono troppo pericolose. Poi esistono anche le bugie che diventano verità perché ce ne convinciamo. O perché le abbiamo prese in prestito da idee/convinzioni altrui che non ci appartengono perché non le abbiamo davvero vissute e fatte nostre. Su queste bugie pericolose edifichiamo castelli che poi sono destinati a franare. Ma il danno sta nel perseverare a ricostruire senza scavare a fondo nuove fondamenta. Quando scavi, qualcosa di buono salta sempre fuori. Perché queste bugie pericolose sono spesso omissioni. Sono silenzi che vorrebbero coprire cose che prima o poi deflagrano, costringendoci a guardarci dentro dove mai vorremmo posare lo sguardo.

Nel 2010 ho imparato ad accettare la sfida di mettermi davvero in gioco senza paura di perdere me stesso vivendo cose che possono cambiarmi anche radicalmente. Prima, senza questa disponibilità, mi riempivo la bocca di parole come condivisione, amore e crescita senza sapere di che stavo parlando, come chi corre per chilometri ogni giorno ma sempre nella stessa una pista circolare: fai tanta strada senza scoprire nulla di nuovo. Il vantaggio è che poi quando ti mettono su strada sei allenato, e quindi impari in fretta.

Non chiuderò il consueto bilancio con un grazie. Ho ottenuto cose bellissime quest’anno. Ma ho pagato tutto fino all’ultimo centesimo. Mi sento come chi in una notte è entrato al casinò con 10 euro, ha vinto 100 miliardi per poi riperderli tutti terminando la serata con nulla. Ho perso solo 10 euro in fondo, ma mi sono divertito parecchio.

Ripartiamo da qui per il 2011.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 12 dell'anno 2010. Un commento — .

25

25 anni

Ieri è stata la milestone del quarto di secolo trascorso in mia compagnia quasi ininterrottamente, togliendo il sonno e i comi etilici.

Chi mi conosce sa che le vere due feste dell’anno per me sono Ferragosto e Capodanno, quest’ultima perché è un momento magico in cui però sei sempre naturalmente spinto a fare un bilancio. Anche il compleanno ti costringe in qualche modo a fermarti a pensare, a percepire il tempo che passa, e a contare i cerchi attorno al cuore e alla mente che sono strati di te sovrapposti.

Il mio personale bilancio di quest’anno lo trovo sorprendente: ho imparato tantissimo. (more…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 12 dell'anno 2009. 7 commenti — .

Un Cerchio In Più

Un cerchio in più. La cosa che mi piace degli avvenimenti periodici, è che ti costringono in qualche modo a fare bilanci. Ti riportano la mente indietro e per un attimo ti consentono di avere una visione di insieme. Un cerchio in più. Qualcosa che si aggiunge a quello che già sei, un anno che si aggiunge a quelli già vissuti. Un anno che in sé ha una valenza, ma che nel momento in cui si scioglie nell’oceano di quelli già vissuti, ne può assumere un  altra.

In questo anno che è passato ho imparato molto. Ho imparato che il rancore verso le persone che ci lasciano o ci feriscono, è solo tempo perso. Ho imparato che l’affetto, come tutto in questo universo, si evolve. Ho perso persone per poi ritrovarle. Ho ritrovato persone che credevo perdute per sempre. Ho avuto conferma di quanto siano importanti alcune di quelle che mi sono rimaste sempre accanto in tutti questi anni. Ho trovato sulla mia strada regali inattesi e persone molto speciali.

Mi sento fortunato.

E felice.

Grazie a tutti, ma proprio a tutti. I momenti come questo mi scalderanno quando farà freddo. In qualche modo, siete tutti parte di me.

Ed in particolare qualcuno in grado di farmi sorridere il cuore, anche se da lontano.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 7 del mese 12 dell'anno 2007. Nessun commento — .