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Nostralgia

E’ una sera apparentemente come tante. Sono qui sul letto con il mac accanto e la mia tazza di te in mano. Inizio a scrivere questo post e so già che sarà lungo e senza focus: a motivarlo è la voglia di scrivere, più che qualcosa da dire.

Mi sono sforzato di andare a correre, nonostante l’ora tarda. La corsa è come molte cose nella vita: lo sforzo è quello di iniziare. Una volta che cominci la continuità viene da sé naturalmente. E’ anche una cosa che ti ricollega al tuo corpo, così indolenzito dopo, così vivo.

Penso a lei, che cresce. Penso a quanti momenti unici e commoventi mi perdo.

Penso anche ad un paio d’occhi che conosco appena, che mi incuriosisce per la sua capacità di restare nella mia testa, nonostante io mi stanchi delle persone in fretta, con poca eccezione.

Penso a questa stanza dove sono ora. A quanto ho lottato e morso per averla. Penso a tutte le cose che ho dovuto perdere per andare avanti. E a tutte quelle che ho trovato perdendole.

Stasera penso a tante cose, nel modo giusto, mi lascio attraversare da passate emozioni, osservo compiaciuto antiche difficoltà, richiudo gli occhi per sentire ancora una volta muoversi le ali dei sogni che furono e che non hanno superato la prova del sole. Non sono triste. Direi che il termine giusto è nostalgico. Ma non nel senso di volere un passato che ritorna, ma di cercare antichi sapori e sperare di riaverli presto di nuovo sulle labbra, nei giorni che mi attendono. Sono nostalgico di un noi che non c’é più. Di un presente non più condiviso, non più nostro. Sono un nostralgico.

Sdraiato, ho unito le mani formando una circonferenza. Aspetto di trasformarla in abbraccio. E tutta questa nudità emotiva non aspetta di essere coperta, ma solo un sole a cui esporre il proprio pallore.

Ho fame di silenzi che parlano, di sguardi che si abbracciano, di teste arenate sulla pancia e mani che si incontrano come l’onda sulla sabbia.

Ho voglia, ma non ho fretta.

La differenza fra il diamante e la grafite, dopotutto, è giusto nell’attesa.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 2 del mese 03 dell'anno 2010. 4 commenti — .

C’é un Tempo per Seminare e uno per Raccogliere. E uno per la Spemuta.

Ieri ho ascoltato una canzone che mi ha stupito, perché recita: “dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare“. Mi ha stupito perché era un messaggio per me. Coelho dice che l’Universo interno ti parla ogni giorno in tante piccole cose quotidiane.

Se la canzone di Fossati – che riprende il pensiero del cristiano Charles de Foucauld – fosse finita con un ‘c’é un tempo per seminare e uno per raccogliere’, allora avrebbe perfettamente espresso questo mio periodo. Semino e raccolgo incessantemente. E quello che mi manca è l’attesa.

Mi manca il riposo della semina che è attesa del raccolto, mi manca il silenzio che separa due parole, lo spazio tra le righe, la separazione che unisce lettere e parole. Mi manca il mare che crea distanze riempiendo vuoti. E’ come ballare incessantemente su un’unica continua melodia.

Mi manca l’armonia, mi ci arrovello da mesi e l’ho capito in un attimo, ascoltando l’ultima frase di una canzone in un punto imprecisato dell’Universo fra Parma e Milano.

C’é un tempo per seminare e un tempo per aspettare. Forse non c’é il tempo di raccogliere, ma il tempo dell’attesa ha in sé la fatica della semina e la promessa della raccolta. E’ quindi entrambi pur non essendo alcuno dei due. E’ un tempo magico, di speranza.

Questa è la spemuta: un momento in cui concentri (spremi) la tua speranza (speme) fino all’ultima goccia. E aspetti, in silenzio, perché non è ancora il momento.

La strada scorre veloce davanti a te, tieni l’auto in carreggiata, attenzione massima davanti e dietro, focalizzato sulla direzione. E poi magari accetti di dare un passaggio a qualcuno che non conosci, e questo ti cambia la giornata, la meta e forse anche…

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 02 dell'anno 2010. 12 commenti — .