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Raptus

Amai.

Amai come insegnano che è giusto amare. Amai con quella voglia di perfetto, con il desiderio di eterno, con un abbraccio saldo. Amai pensando alla felicità di domani, al sentimento che si sarebbe fatto forma nella carne di un bimbo. Amai con la fierezza di chi ogni giorno è orgoglioso di riuscire a controllarsi, a camminare diritto per la strada giusta. Quella che deve condurre alla meta. Amai come limpida acqua di sorgente che pura lascia la roccia, silenziosa per non turbare la perfezione del momento.

Amai dell’amore giusto, risposta alle domande.

Ti amo. Come è inevitabile amarti. Ti amo con quella irruenza che non si appaga, con la fretta dell’oggi che muore, con un abbraccio che è un incastro che trova casa, tremando. Ti amo pensando che tutti i domani saranno solo un altro oggi. Ti amo con il sospetto che non potrei fare diversamente, anche impegnandomi. Ti amo perché non sei la meta ma una compagna di viaggio. Ti amo come acqua che ha abbandonato la pura innocenza della fonte, conoscendo lungo il percorso ostacoli, fango e rumore. Ma che adesso torbida di foce è pronta a ricominciare annegando nel mare.

Ti amo dell’amore che è domanda, incertezza, oscillazione.

Sono stato insignificante come goccia, ho corso veloce verso la meta come fiume, sono pronto ad abbracciare l’orizzonte in tutte le direzioni, da pigro oceano. Come un’onda lenta che non conosce avanti o indietro, sbriciolo l’eternità della roccia semplicemente oscillando fra equilibri diversi. Sono puro movimento che mai lascia la propria posizione.

Tutto questo apprendere, per imparare a perdermi. Nel blu.

 

 

 

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 16 del mese 11 dell'anno 2013. 3 commenti — .

Meraviglioserrima (Hope)

«Non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia. Non abbiamo saputo superare l’ostacolo, come eravamo assolutamente decisi a fare, ma la vita ci ha condotti di là da esso, aggirandolo, e se poi ci volgiamo a guardare il lontano passato, riusciamo appena a vederlo. Tanto impercettibile è diventato»

Questo lo ha detto uno che di queste cose se ne intendeva (M. Proust). Ho testato la veridicità di questa asserzione ormai 4 anni fa circa.

In questi 4 anni però ho usato questa frase come una clava. Una clava per difendermi dall’impegno. Una prova matematica che tanto se tutto scorre nel fiume di Eraclito allora al primo ostacolo o rallentamento posso uscire. Anzi lo preferisco: preservi il bel ricordo e ti godi la morte violenta (dolorosa, ma pirotecnica) rispetto alla noiosa e già vissuta agonia lenta. Come diceva Marx «un modo di vedere è anche un modo di non vedere», quindi in effetti non esistono esperienze/teorie sempre giuste, e neppure quella di Proust lo è. Vale nei casi di fallimento. Ma il fallimento è un concetto relativo perché dipende dall’impegno che ci abbiamo messo nel conseguire il risultato. Quindi dichiarare fallimento immediato e improvviso è si una morte violenta, ma anche una volontà di lavarsene le mani.

Fino a ieri ho sempre intimamente ragionato così. E questo mi ha anche inconsciamente spinto a scegliere sempre di vedere le cose morte al primo colpo. Non sono uno da massaggio cardiaco: se l’ho fatto è stato sempre senza convinzione.

Quando ero bambino avevo paura di saltare dall’albero, anche se tutti prima di me avevano saltato. Allora semplicemente mi ci misero sopra. E mi spinsero giù. Scoprii che la mia idea, assolutamente sacrosanta e basata su considerazioni che ritenevo solide, era in realtà completamente sbagliata. Capita. Non sempre, ma capita. Il punto è che quando la sensazione non è piena al 100% non vuol dire che sia tutto da buttare, perché altrimenti niente durerebbe. Ma soprattutto: il mio essere fan della morte violenta ha sempre riproposto il salto dall’albero: meglio convincersi ed evitare di verificare. Meglio scambiare una possibilità iniziale (farsi male) per quanto probabile, con una certezza, che viene solo dopo aver provato fino alla fine. Ma da soli non si va da nessuna parte: serve sempre qualcuno che ti faccia saltare. Il modo migliore per restare della propria idea è quindi chiudere ogni possibilità di confronto. Di farsi afferrare e mettere sull’albero.

La cosa che ho imparato in questi giorni è che quando ti interessa davvero non ti importa neppure del massaggio cardiaco. Sei disposto a scendere nell’Ade per riprenderti la tua Euridice. Scoprirmi capace di questa tenacia, dovuta alla qualità delle cose che ho vissuto, mi ha fatto sentire un essere umano. Folle, ma allo stesso tempo vulnerabile. Ho imparato che con un folle non puoi ragionare. Perché per quante convinzioni convincenti puoi mettere sul tavolo, lui vede sempre quello si può fare, anziché quello che si è fatto.

In fondo, ho imparato che (pos)so fare cose che non credevo. Se ho accanto qualcuno che mi fa venire voglia di tirare fuori tutto e oltre. Ancora una volta: si impara a superare sé stessi solo con le persone che amiamo. Qui subentra la retorica delle delle cose incollate: se una cosa è andata il suo ritorno è solo una brutta copia. Vero. Ma non tutto quello che si rompe si incolla: un guscio deve rompersi. Se ti fermi al rumore e al dolore della rottura perdi la differenza fra il vaso e l’uovo: entrambi si rompono ma solo uno vive la rottura come un livello successivo e più profondo di esistenza. Un mondo che cresce e poi entra in crisi perché spinge per superare i propri limiti: questa è la vita che esce dall’uovo. Dal punto di vista del pulcino è un dolore incredibile. Che ha un senso solo se sopravvive. Un guscio s’é rotto, ma non mi interesserebbe reincollarlo, non mi è mai passato per la mente. Finché c’é amore le rotture sono parti. Solo la presenza del sentimento ti fa sentire uovo e non vaso. Altrimenti, siamo semplicemente in un negozio di cristalli: per quanto belli la loro fragilità non li farà durare tanto.

Ho perso una persona magnifica, non sono stato in grado di tenermela e questo fallimento mi segna profondamente. Mi fa stare malissimo. Adesso o morirò lebbroso o vivrò da Giobbe. Di certo il guscio s’é rotto. E le cose si vivono in due. Per cui, dopo una persona meravigliosa, adesso aspettiamo per una meraviglioserrima.

Nella mia sofferenza sono un po’ lieto di non aver chiuso gli occhi.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 10 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Sorprese che Mozzano il Fiato.

Ci sono volte che torno bambino. Ho ancora davanti il cubo rosso. E’ grande e le sue facce sono forate con sagome geometriche. Nelle mie mani stringo degli oggetti. Colorati anch’essi hanno tutti forme diverse. Cerco di farli entrare nei buchi sagomati del cubo rosso. Ragiono, tento e studio finché non riesco a trovare per ogni oggetto il suo buco. La cosa mi impegna, a tratti mi spazientisce. E poi ecco arrivare la felicità del successo: l’oggetto che incontra il suo posto e non oppone resitenza al volere della mia mano che lo spinge dentro.

Finché poi arrivo all’ultimo pezzo, e allora sono contento: so già a colpo sicuro dove andrà. Eppure lo poggio sul buco sagomato ed improvvisamente la sorpresa: non entra. Non si comporta come mi aspetto. Come ero sicurissimo che sarebbe successo. Ci deve essere un errore, penso. Allora riprovo. E ancora. E ancora. Più si oppone al suo destino naturale, al giusto finale scritto per lui, più con foga lo forzo ad entrare. Ma nulla. Maledico il cubo rosso, l’oggetto in mano e l’universo intero per questa ingiustizia crudele.

E infine mi arrendo all’evidenza: ho in mano un oggetto che non è fatto per quel cubo rosso. Mai e in nessun caso passerà per quel buco. Non c’é nulla che io possa fare per cambiare le cose. Mi ero sbagliato. Tanto.

Duro dolore disperato, dentro.

La gioia era chiusa nei puntini di sospensione in coda a quel ‘ma soprattutto…’: ne estendevano i confini verso nuovi orizzonti da riempire di significati, così vergini, in un’oceano di senso da esplorare insieme. Ma soprattutto, bevo le lacrime per brindare a 7 mesi felici, senza se e senza ma. E inseguo l’eco degli ultimi battiti che lenti, segnano il confine, il passaggio da un prima ad un poi, come ore di un orologio che impietoso conosce solo una direzione.

Quella dove io non posso raggiungerti.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 10 dell'anno 2010. Nessun commento — .

Cosa Fare per Evitare la Sofferenza? Abbracciarsela Stretta.

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Una metafora che ho usato altre volte per spiegare la mia idea di amore è quella del fiore. Mi resi conto in passato di come io interpretassi l’amore per una persona come fosse un fiore: fragile, andava protetto, colorato, era sempre accarezzato con lo sguardo, tenero, andava nutrito e curato, profumato, non doveva mai stai lontano dal dalle mie nari.

Lo curavo come se dovesse vivere in eterno, lo vivevo come se fosse stato creato per me. Il mio amore.

Ho perso molti fiori in questo modo, ed ogni volta mi sono sentito profondamente sbagliato. Mi rimproveravo di aver fallito, di aver sbagliato tutto, di non aver fatto abbastanza. Ho pianto, perché rivolevo indietro il mio fiore. Ho sofferto, perché se lui era appassito allora avevo perso il mio tempo. (more…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 26 del mese 11 dell'anno 2009. 7 commenti — .

L’iper-realtà è una Forma di Alienazione

Per quanto lunga possa essere una vita non arriveremmo mai a toccare il fondo di misteri così grandi come l’amore. L’amore in senso lato, il voler bene a qualcuno, il sentirsi bene, il fare qualcosa per far sentire bene, il sentire propria una difficoltà vissuta da un perfetto estraneo. Il sentirsi grati verso qualcuno che ci aiuta.

Se penso che la vita è limitata in tempo, e che una quantità spaventosa di questo se ne vada impiegato per cose inutili come guadagnare denaro da spendere, mi sento impotente. Impotente rispetto ad un meccanismo che tende a risucchiare, che fa dei mezzi (come il lavoro) un fine, riducendo la vita ad una mera estrazione di valore economico e suo accumulo. (more…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 13 del mese 10 dell'anno 2009. Nessun commento — .

Affetto Assoluto o Incondizionato?

Oggi ho avuto modo di riflettere su una differenza che come tutte le differenze formali (in senso aristotelico, non come apparenza) sono figura di un mutamento di ordine profondo.

Un tempo mi riempivo la bocca del termine assoluto, soprattutto con riferimento all’affetto. Qualcosa di reale, giusto e buono era qualcosa di assoluto. Assoluto come la sua origine etimologica insegna, è qualcosa di sciolto da qualsiasi altra cosa. Una cosa assoluta non è collegata a nulla, è essere in sé per eccellenza. L’affetto assoluto è un punto di riferimento universalmente valido e sempre coerente. (more…)

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 15 del mese 07 dell'anno 2009. 2 commenti — .

L’Amore è Eretico

Foto (cc-by): suchita prints

Una delle cose che mi ha entusiasmato delle (impropriamente definite) religioni orientali e del taoismo in particolare, è la concezione di Dio. Dio non c’é perché tutto è Dio. Per uno cresciuto a pane e Bibbia era un pensiero di un fascino peccaminoso.

Se togli Dio dalle cose e dalle persone per metterlo dentro una chiesa, monopolio di intermediari autorizzati, dentro dei libri ma non in altri, crei una differenza. Crei qualcosa dove c’é Dio e qualcosa dove Dio non c’é. E’ la radice della differenza fra giusto e sbagliato, fra permesso e vietato. 

Con l’amore è lo stesso. Nessuno può vivere senza questo sentimento, proviamo quotidianamente una scala ricchissima di sfumature del sentimento chiamato amore. Ma abbiamo solo due miseri termini per esprimerlo: ti amo e ti voglio bene. E li dobbiamo usare per una quantità di persone che ci suscitano amore in quantità e scale molto differenti!

Ma la cosa peggiore di tutte è stata quella di limitare l’amore. L’amore è per una sola persona. L’unica. Il resto è affetto. Deve essere affetto. Una persona alla volta e quella giusta è per sempre. Esattamente come Dio nella sua cattedrale abbiamo creato un mondo in bianco e nero: amore e senza-amore. Limitare l’amore ha una conseguenza terribile: significa creare il senza-amore. Significa cercare le risposte ai propri vuoti in qualcosa che dovrebbe colmarli perché così ci siamo convinti, così come siamo certi che nella latta di pelati ci sia pomodoro pelato, solo perché fuori l’etichetta recita così. Un mondo che vive convinto che l’amore sia solo quello, una formula che è uguale per tutti in ogni epoca, è un mondo sterile. Ma soprattutto è un mondo violento.

Perché se tutti abbiamo bisogno di amore e questo amore esiste solo in una data forma, allora noi dobbiamo avere quella forma. Dobbiamo realizzare nella nostra vita quel modo di vivere l’amore perché siamo disperatamente certi che sia l’unico. Così disperatamente che costi quel che costi lo cerchiamo affannosamente e inseguiamo qualsiasi cosa gli somigli a primo acchito. Anche a costo di fare violenza sugli altri. Ma soprattutto anche a costo di fare violenza su noi stessi, per adattarci all’unico modo di amare ed essere amati ritenuto possibile.

Perché la verità, che tutti potremmo constatare se solo smettessimo di guardare alla realtà da dietro gli occhiali delle nostre convinzioni infondate, è che l’amore è dappertutto. Come Dio. Non (solo) dentro una chiesa e neppure dentro un matrimonio. E’ ovunque, è negli occhi e sulla lingua di ogni persona che incontro. Questo non significa che se l’amore è ovunque, tutto si equivale: il mondo ha tante sfumature e scale di priorità quanti sono gli esseri umani.

Ma vuol dire una cosa importante: se ti stai preoccupando per qualcosa che ti sembra insolubile, forse è il caso che ripensi al problema in altri termini, da un’altra prospettiva. E magari scoprirai che in fondo, quello per cui saresti disposto a uccidere e ucciderti, non è poi così unico e raro. Non significa che non abbia valore. Ma solo che hai creduto alla bugia per cui le cose davvero importanti siano uniche. L’aria è più importante di un mega diamante.

Eppure è dappertutto e la respiriamo da miliardi di anni.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 20 del mese 10 dell'anno 2008. Un commento — .

Dell’Amare e dei Suoi Doveri

Ho appena iniziato la penultima materia della mia carriera universitaria, e mi imbatto in questo passo:

"I miei doveri verso gli amici […] sono, propongo, parzialmente costitutivi del mio rapporto di amicizia. Secondo tale prospettiva i doveri non sono semplicemente strumenti utili per consentirmi di usare modi amicali. Certamente un buon amico non ha bisogno dei suoi doveri di amicizia per essere motivato a prendersi cura dei suoi amici: i doveri di amicizia non dovrebbero fungere da strumenti in tal caso. Piuttosto i doveri sono una parte costitutiva dell’amicizia: un’amicizia non assistita dai principali doveri è un’impossibilità non perché i doveri siano necessari a motivare adeguatamente sentimenti e azioni amicali, ma perché i doveri sono semplicemente parti di ciò che fa di una relazione un’amicizia. Se per impossibile, potessi sentire e compiere gli stessi sentimenti e azioni amicali come un autentico amico, ma senza avere alcun dovere verso il mio amico di fare in tal modo, allora questa non sarebbe autentica amicizia. Possiamo integrare questa posizione osservando che quando ci si domanda se si sia ancora amici di qualcun’altro che non si frequenta da anni, una delle domande che ci si pone è: ho ancora qualche dovere verso questa persona? Se la risposta è no, si può certo concludere che il rapporto con quella persona non è più di amicizia, ciò perché i doveri sono parte di ciò che costituisce l’amicizia" (Rowan Cruft)

Non sono totalmente d’accordo con il ragionamento, che mi sembra tenda verso una deriva tautologica o comunque si incarti sugli scogli delle definizioni formali. Però mi sembra molto suggestiva l’idea che i doveri non siano strumentali alla relazione ma parte integrante di essa. La trovo una posizione calzante non tanto dal punto di vista dell’amicizia, quanto applicata all’amore, soprattutto nella sua forma di relazione stabile ed esclusiva fra due persone. Trovo che i limiti che ci poniamo quando siamo dentro una relazione amorosa stabile non dovrebbero essere strumentali al mantenimento della stabilità (e quindi della relazione stessa), ma espressione del carattere stabile (e quindi dell’esistenza spontanea della relazione stessa).

Quindi un buon test per capire se si tiene a qualcuno davvero è quello di misurare quanto naturale ci venga limitarci alla monogamia. Magari evitando poi di associare l’incapacità ad essere monogami con l’inesistenza del vero amore. Se non riesci a fare i 100 metri in 9,72 secondi non vuol dire necessariamente che sia impossibile. Solo che non sei in grado (di Bolt c’é ne uno…).

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 23 del mese 06 dell'anno 2008. Nessun commento — .

Pennac è un Genio

Che cacchio aspettano a dargli il nobel?

"L’amore è sempre stato di bocca buona in quanto ai primi alimenti. Le prime conversazioni dell’amore assomigliano agli omogeneizzati per bambini. Non importano gli ingredienti, tanto è di altro che si parla. L’amore sfida le leggi della dietetica, si nutre di tutto e un niente lo nutre. Si son viste autentiche passioni nascere da conversazioni così povere di proteine da reggersi a stento in piedi".

Non l’ho ancora finito, ma a più di metà dico che Signor Malaussène è davvero il migliore della serie. Stupendo.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 6 del mese 06 dell'anno 2008. Nessun commento — .

Stupitità

Stupitità.

Una nuova parola coniata per esprimere uno stupore che ti fa sentire stupido. Stupito, perché mai immaginavi tanto benessere. Stupido, perché ti viene da cose che deridevi. E così l’89 dei propri limiti concettuali diventa il ’68 delle cose mai tentate, e che inaspettatamente riescono. In realtà la stupitità è qualcosa da maneggiare con cura: non dipende infatti dalle cose in sé, ma piuttosto sono le persone in grado di stupitirti. Queste sono persone preziose, perché riescono a tirare fuori da te qualcosa che neppure sospettavi di avere dentro.

Lo stilnovo celebrava la donna angelicata, salvifico accesso al trascendente, l’amore per qualcuno in grado quasi di cancellare e trasfigurare il tuo passato, che inevitabilmente è la carta d’intentità di quello che sei.

Stupitità. Essere trasformati da quello che si prova per qualcuno (stupore) scoprendosi dentro qualcosa che non si era mai riusciti ad essere (stupidità).

Post dedicato all’elfo merenda.

Le mie dita hanno dato corpo a questo pensiero il giorno 3 del mese 01 dell'anno 2008. Nessun commento — .