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Un guerriero responsabile non è quello che si prende sulle spalle il peso del mondo. E’ colui che ha imparato ad affrontare le sfide del momento

— Paulo Coelho

Mercato

Scritto da Mushin alle 23:08 del 3/10/2014

Ci sono parole e parole. Alcune piccole ma pesanti, come «mai». Altre lunghissime ma che scivolano in fretta nella memoria, come «certamente». Alcune parole sembrano come le altre ma invece sono pericolosissime. Perché su queste parole è stata costruita la nostra Storia. Quando noi siamo arrivati loro erano già là ad accoglierci. Come tutte le fondamenta, queste parole sono tanto importanti quanto invisibili: le calpestiamo ogni giorno, le usiamo senza sosta, riempiono i nostri eloqui. Ma non le vediamo. Come l’aria, sono linfa vitale e invisibile. Queste parole alimentano pensieri, che si incarnano in comportamenti che vivono in scelte e condizionano altre vite.

Una delle più pericolose fra queste parole è: Mercato.

Mercato è contrattare: quello che puoi avere è tolto a qualcun altro. Mercato non è previsione è paura: cercare di pensare a quello che può accadere e a quello che gli altri faranno in risposta. Per evitare di subire. Mercato è tempo da clessidra: ogni secondo è un granello che va via senza tornare indietro. Se non lo usi è sprecato. Mercato è scarto: quello che nessuno è disposto a comprare non vale nulla. E il nulla è buono per le nullità. Il nulla è l’infinito che non può essere chiuso, limitato e quindi posseduto e prezzato. Senza porzione non c’è prezzo e senza prezzo non si riconosce valore.

I figli del Mercato crescono costruendo infaticabilmente, perché chi non è operoso si macchia del peggiore dei delitti. Rifiuta la necessità di acquisire per trasformare e rifiuta di avere abbondanza da barattare. Mercato è fare, non pensare. Perché i frutti delle azioni possono essere ceduti e accaparrati. O alla peggio scambiati al libero mercato del pettegolezzo, dove disprezzare prima di comprare non passa mai di moda.

I pensieri invece sono sovversivi: sono abbondanza e generosità. Vengono rubati, stuprati, arricchiti, mutilati. Ma sono sempre fecondi. Non possono essere comprati né venduti, perché per natura non appartengono a nessuno: non hanno confini. Non possono essere comprati, ma c’è chi crede ancora che possano essere imposti.

Mercato. La sua promessa è seducente: libertà ordinata. Misurabile, trasferibile, valorizzabile. Niente caos, niente sorprese. Perché il mercato vende anche assicurazioni contro l’imprevedibile. Misurate accuratamente con complessi sistemi di previsione.

Eppure a dispetto di una promessa così seducente, ciò che piace ai figli del Mercato è l’affare. Quella congiuntura di elementi che porta squilibrio nella transazione ordinata. Quell’asimmetria che fa vinti e vincitori. Perché abituati al Mercato, a pesare e misurare, cresce dentro la brama di pesarsi e misurarsi.

Di essere migliori degli altri e mai di noi stessi.

Mercato significa norma. Per evitare squilibri o per cristallizzarsi. Perché nemico del mercato non è lo squilibrio. Ma l’incertezza. E così i figli del Mercato si impegnano a confrontare sistemi di regole con l’impegno che profondono nel giudicare se sia meglio che tutti comprino mele o pere. Senza memoria del fatto che un tempo, mele e pere erano alla portata della fame di tutti.

Prima che arrivasse il Mercato.

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