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The ultimate challenge in collaborative projects is understanding how to draw on the best input of all without settling on the lowest common denominator. Consensus can often lead to a lackluster outcome

— Scott Belsky

Castello

Scritto da Mushin alle 21:02 del 18/04/2016

Memoria.

Se c’è una cosa che accumuna gli esseri umani di tutte le epoche, probabilmente è il desiderio di immortalità. O almeno: l’idea che la morte non sia davvero la fine. Che ci sia una continuazione di qualche tipo, dopo. O al minimo che possiamo durare nel ricordo quotidiano di chi resta. Generazione dopo generazione.

Castello è un luogo della memoria, dove il tempo sembra passare più pigro che altrove. Le case sono lì da qualche secolo, con appena qualche lenzuolo e condizionatore a ricordare che siamo nel 2016. Ovunque sono ancora visibili memorie di tempi pregressi. Eppure nessuno ricorda più cosa significhino queste testimonianze.

Araldi e altarini che nessuno più ricorda, garantiscono sopravvivenza di qualcosa che nessuno sa più leggere. È un’immortalità beffarda: mantiene la promessa di vincere il tempo, ma la svuota di significato. Sarai lì, sotto gli occhi di tutti, per sempre. Ma non sapranno chi o cosa sei. Ti ammireranno senza capirti, come in un contrappasso dantesco. Sarai John Cabot che mise piede in Terranova, ma non capiranno l’impresa. Sarai sette martiri, ridotti a un’insegna di un circolo di anziani. Sarai un Castello senza castello.

L’eternità non è fatta per l’uomo. Siamo costretti all’attimo, perché è il momento la nostra dimensione.

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