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Giusto o Sbagliato?

Crescere vuol dire imparare. E impariamo confrontandoci con delle scelte. Giusto o sbagliato sono due risultati delle nostre scelte. Ci fottiamo il cervello per cercare di massimizzare il primo, minimizzando il secondo. Senza capire che in realtà sono due vuote parole senza significato.

Una cosa è giusta o sbagliata sempre rispetto a qualcos’altro. Se decido di integrare nella mia scelta alcuni elementi anziché altri ecco che cambiano le voci associate a giusto e sbagliato. Ma soprattutto giusto e sbagliato sono due cose che tendiamo a considerare in una fredda prospettiva astratta, che oltre a privarci del contesto in cui facciamo la scelta, ci impedisce di valutare correttamente perché annulla il tempo. Il tempo non è neutro.

Una scelta giusta presa fuori tempo non è più tale. Di più: giusto o sbagliato lo decide spesso il tempo. E siccome viviamo immersi nel tempo che scorre incessante, spesso ci dobbiamo accontentare di scelte che non sono il massimo nella nostra idealità. Ma che sono comunque giuste. In quanto migliori possibili in quella condizione. Il tempo poi apre a piacimento finestre e occasioni per mutare equilibri e significati associati alle conseguenze delle nostre scelte.

E’ dura quando devi calare tutto questo in una realtà fatta di persone a cui vuoi bene. Perché ti sfida a convincerle di una scelta per il loro bene e a convincerle con il timer del tempo che si avvicina allo zero. E ti rendi conto che non basta perché anzi faranno di te il centro dell’universo della loro sofferenza, un ottimo capro espiatorio à la Malaussène. E tutto quello che a volte ti resta da fare è chiudere gli occhi e aspettare lo zero, saltando in aria con chi non si è voluto spostare dalle proprie posizioni senza produrre un’alternativa.

Amen.

Distanza

Quando ero piccolo il mio sogno ricorrente mi vedeva impegnato nel vano sforzo di tenere gli occhi aperti. Cambiavano ambientazione, persone, attività ma puntualmente ricorrente avveniva che le palpebre mi si serrassero senza che io potessi oppormi.

Ci ho messo un po’ a capire che quella sgradevole sensazione l’avrei incontrata altre volte, al di qua del dominio dei sogni, dove le paure non svaniscono al ritmo artificiale di una sveglia che suona.

Ogni volta che mi sono trovato davanti all’impossibilità di comunicare quello che ho dentro, di articolare in modo comprensibile sensazioni, emozioni, paure. La stessa sensazione di impotenza dell’avere le tue palpebre, una parte di te, che non ti ubbidisce. Quella sensazione di scissione di sé, in cui una parte del tuo corpo diventa altro da te perché si sottrae al dominio della volontà, l’ho ritrovata nelle cose che mi hanno scisso, opposto, allontanato dalle persone a cui voglio bene. Un’unità infranta a cui sei costretto ad assistere da personaggio.

La distanza. Esattamente come quell’antico sogno di ribellione di palpebra che costringe al buio. Un buio che mi gettava nel panico, da cui imploravo aiuto, un intervento amico.

Da allora ho imparato che le persone preziose non sono quelle che ti aiutano a tenere gli occhi aperti in sogno, né quelle che annullano le distanze che dividono. Ma sono quelle che hanno la forza e la capacità di sedersi accanto a te, ad aspettare che passi.

Ci ho messo un po’ a capirlo. Ma oggi sono sereno, e quando capita ho imparato che più di lottare contro cose più grandi di me, posso vincere coltivando la pazienza di stare seduto ad aspettare.

Credere nei Segni

Faccio parte da sempre di quella schiera che ha la presunzione di credere nei segni. Credere nei piccoli dettagli. Credere che la realtà che ci circondi non soltanto parli, ma addirittura suggerisca risposte.

Sono giorni molto duri questi, giorni in cui si sceglie. Giorni in cui si soffre perché sembra che per compiere delle scelte che ritengo giuste io debba passare sopra persone a cui voglio bene. Non per il mio beneficio, ma anche per il loro. E in questi giorni di scelte sofferte e di guerre, ho deciso di andarmi a distrare al cinema.

Alla fine dell’ultimo film della Pixar mi sono trovato a pensare che era bello. Più che bello: una figata. Mi son detto che chi l’ha realizzato ha lavorato sodo, ma si deve anche essere divertito molto. Si vede che è qualcosa fatta con passione.

E mi sono sorpreso a pensare che è da un po’ che il mio lavoro non incontra la mia passione. Troppe guerre, troppe scelte sofferte. Pochi sorrisi, serenità, divertimento. Troppa passione negativa, di quella che divide. Troppa ignoranza forse. Di certo troppa paura. Paura degli altri per il cambiamento, per il nuovo, per il gioco.

La misura è quasi colma, e me ne sono reso conto oggi, guardando Toy Story 3.

Le cose intorno a noi non avvengono per caso.

Rose, Scuse ed Eccessi.

La vita è una cosa meravigliosa.

Giusto ieri ho tirato calci a destra e sinistra, e manco finisce la giornata che di calcio me ne arriva uno sui denti. Epico.

Ho sempre sostenuto che le persone siano come le rose. Una volta che vuoi il bocciolo devi accettarne le spine. Le spine sono quella cosa che oltre a dare valore alla rosa la difendono. Perché non la rendono accessibile a tutti.

Ora, se accettiamo che le rose abbiano le spine, e vogliamo una rosa, sappiamo che esattamente come le persone o le prendiamo così come sono o è meglio non prenderle. Ma soprattutto: siamo tutti adulti per capire questa cosa e sapere come anche le persone che più ci piacciono e stimiamo abbiano le loro spine.

E’ un concetto semplice, semplice. Eppure non allevia di un grammo quello che ho dentro. Peggio di soffrire empaticamente per qualcuno a cui vuoi bene c’é solo l’essere causa di quella sofferenza. Da ‘Manuale della Vita’ pag. 3 sappiamo tutti che ci sono situazioni e condizioni in cui siamo esposti alle spine degli altri. Ma quello che il manuale – come tutti i fottuti manuali – non dice è che la realtà come sempre presenta delle difformità dalla situazione descritta.

Per cui adesso mi metto su la mia bella maschera da cose-che-capitano-sbagliare-ci-rende-migliori.

Ma la verità è che chi inventerà un modo per rendere tridimensionalmente evidente il concetto di ‘mortificato’ diventerà ricco, un giorno. E purtroppo per me quel giorno non è oggi e resto qui a contare le lettere della parola ‘scusa’ quasi a sperare che aumentino o si rimescolino. Per rendere meglio l’idea.

Meritate di Morire con le Tartine in Bocca Mentre Parlate di ROI

Oggi mentre percorrevo la solita strada per andare in ufficio, sono riuscito a dare un nome a questa sensazione che mi porto dietro da qualche mese.

Il punto è semplice. Siamo parte della più grande rivoluzione della storia umana dopo la ruota: Internet.

Non è un mattoncino che sopra gli altri mattoncini ha reso la torre più alta. E’ un paio d’ali che ha reso inutili le torri. Questo è un dato di fatto. Così come un dato di fatto è l’enorme culo che abbiamo avuto a nascerci su quest’onda, in un momento come questo.

Tolgo dal discorso i soliti vecchi tromboni che per motivi anagrafici e culturali stanno dentro questa rivoluzione inseguendo la gioventù da protagonisti che non hanno mai avuto probabilmente perché dentro la loro generazione non spiccano per intelligenza, e che si sono oggi ritagliati uno spazio di punta semplicemente perché nei giri di campo hanno iniziato a correre vedendo arrivare la nuova ondata e aggregandosi, anziché lasciandosi doppiare.

Mi resta una massa di giovani, me compreso, a cui è stato regalato un biglietto per la prima fila di una rivoluzione culturale. E cosa facciamo? Ci spacchiamo il culo dalla mattina alla sera ad imitare un mondo marcio, decadente. A parlare come uno schifoso bocconiano in un misto di acronimi e tecnicismi inglesi, quasi fossimo un direttore marketing. Misuriamo il successo in base a quanti party siamo invitati ad abbellire con i nostri bei sorrisi da cerimonia. Passiamo il nostro tempo a convincerci che sia necessario risolvere il problema del ROI, come fosse responsabile dei destini del mondo.

Non me ne fotte un cazzo. Dei vostri budget. Delle vostre proiezioni. Delle policy e della privacy. Del vostro ROI e dei vostri coefficienti. Non voglio diventare un direttore marketing né il manager di un grande nome della pubblicità. Non se questo significa diventare come voi. Io ho avuto la fortuna di un posto in prima fila per il futuro, sento il dovere morale di dedicare il mio cervello a qualcosa di innovativo, folle, radicale e soprattutto: utile per gli altri. Non per il mio estratto conto mensile.

Vi metterei tutti su un bus dandovi fuoco insieme ai vostri discorsi fighi di cui non capite un cazzo, del web che vi riempie la bocca quando fino a ieri non avevate l’ADSL, dell’affannoso tentativo di trovare qualcosa di originale da dire per essere ammirati e ricordati. Sorrido sempre ascoltandovi. Perché anziché coprire la vostra inutilità ontologica, sottolineate ancora di più la vostra miseria intellettuale. Vi compatisco, perché non avete idea dell’opportunità che sprecate ogni giorno.

Siete a capo di colossi milionari, e questo mi rende felice. Perché trascinerete nel baratro il vecchio, inutile, obsoleto mondo dei colossi obesi e asfittici. Perché decapiterete migliaia di persone che ciecamente e stoltamente hanno pagato uno stipendio certo a fine mese vendendo la loro possibilità di essere padroni del proprio destino.

E se leggendo queste righe vi sentirete offesi, sarà chiaro a quale categoria appartenete.

E se leggendo queste righe vi chiederete il perché di tanto astio, non temete, io non sono arrabbiato. Al massimo infastidito che respirate la mia stessa aria, ma dentro sono sereno: il tempo mostrerà chi ha ragione.

Vertigine

L’Uomo nacque dall’Acqua. Attraverso la sua opaca trasparenza vide però la Terra e se ne innamorò. Scalò l’altezza per amore dell’asciutto, sfidò sé stesso, si trasformò, e tutto questo per amare la Terra ad ogni passo.

La Terra accogliendolo, imparò ad amare quell’essere così inusuale fra tutti quelli che la percorrevano: l’uomo infatti la carezzava col passo. La Terra ricambiò l’amore dell’uomo abbellendosi, offrendogli tutto quello che poteva servire all’Uomo e di più: lo sorprese, cambiamento dopo cambiamento lo assecondò per non fargli rimpiangere l’abbraccio dell’Acqua.

Ma un giorno l’uomo guardò ancora in alto, e vedendo il cielo, con le sue nubi e le sue stelle, ne restò folgorato. Ossessionato dal cielo imparò ad ergersi in piedi nel tentativo di toccarlo, la sua vista non si stancava mai di quella vastità che ricordava gli spazi infiniti dell’Acqua.

La Terra soffrì, ma non tradì il suo affetto per l’Uomo e così protrasse il suo palmo in alto per permettere all’Uomo di salire al Cielo. L’Uomo diede libertà alla sua fame di altezza e salì su ogni dito di Terra che puntava al Cielo. La Terra, moglie tradita, impose però un prezzo all’uomo: la vertigine.

E’ per questo che ogni volta che sfidiamo l’altezza troviamo pronto ad aspettarci il tremito della vertigine. E’ una voce interiore che ricorda come ogni passo che muoviamo verso l’illusione del cielo è un passo che muoviamo lontano da casa. E’ un fremito che ammonisce: il cielo non può essere raggiunto, è una rincorsa infinita. E’ un avviso che ci fa sentire quando ci siamo spinti troppo oltre, perdendo di vista quello che davvero ci fa stare bene, così quotidiano e quindi così facile da non apprezzare.

La vertigine è un sussurrio d’amore. Che noi a volte travisiamo trasformandolo in un laccio che ci impedisce di sperimentare. E’ bello ascoltare la vertigine, ma non lasciarle il compito di guidarci. L’amore lega e da’ senso. Forse c’é un tempo per il richiamo delle stelle ed uno per portarsi dentro la propria vertigine.

Cercare il Sole

Esco un attimo sul balcone e mentre sento la consistenza ferrosa della ringhiera sotto i miei palmi, respiro una giornata di sole. Una bella giornata. Un’ottima giornata. Perché il sole è generoso oggi.

Un secondo dopo mi viene da pensare, quasi con sconcerto, che se questa giornata è il meglio in quanto a sole, è solo perché mi sono abituato. Mi vergogno per un secondo del mio pensiero quasi fosse un tradimento, e in fondo un po’ lo è. Il sole sotto cui sono cresciuto non ha nulla a che vedere con questo. E’ un sole senza mezzi termini: se c’é morde, se non c’é ti fa pesare la sua assenza.

Questo invece è un sole timido, che illumina ma scalda poco. Lo cerco il sole, inconsciamente  cerco il mio sole, quello che lascia il segno sulla pelle. E se fino a ieri questo mi sembrava solo una sua brutta copia, un insulto, oggi spontaneamente è diventato il mio standard di riferimento.

Non so se sia una cosa buona. Mi viene in mente: ‘Non smettere di cercare ciò che ami o finirai con l’amare ciò che trovi’.

La verità è che il sole è solo uno, ma io mi sono spostato. E forse, la verità è che questa cosa fatico ancora a mandarla giù.

Crescere assomiglia spesso a tradire. E la cosa peggiore è avere il ricordo del vecchio mentre hai in bocca il sapore del nuovo. Ma non scegliamo sempre noi quando e dove spostarci. Possiamo solo scegliere di stare bene dove ci troviamo. E in questo processo il caso mette lo zampino, in fondo cambiando prospettiva cambiano anche le cose e le persone che ti fanno stare bene, entrano nella tua vita a sorpresa, senza bussare, trafiggendoti con uno sguardo o arrivando silenziosamente in punta di piedi.

Il Signor M. è Invecchiato Bene

Sono abbastanza certo che nessuno di voi ricorda il Signor M.

Dall’ultima volta che ne ho parlato sono passati oltre 3 anni. Il mio strano periodo – che mi porta anche ad essere particolarmente costante nel mio scrivere su questo blog – me lo ha ricordato, il Signor M.

Contrariamente ad ogni previsione è invecchiato bene. Da quando ha smesso l’analisi ha trovato tanta serenità. Beninteso: non che abbia completamente cambiato abitudini, tutt’altro.

Senza dubbio ha perso gran parte del suo modo pessimistico e vittimistico di vivere la vita. Ha perso il piacere di indugiare nel dolore cosmico per sentirsi vivo, e ha trovato il piacere di vivere le avventure dell’ignoto con entusiasmo, anche se continuano a proporgli vicoli sordi alle sue sussurrate preghiere di felicità per l’eternità. Eternità a cui, però, anche lui ha iniziato a credere meno.

La cosa che mi ha colpito di più del Signor M. è proprio che le cose non sono poi così cambiate intorno a lui. Ma è lui ad essere diverso. Badate bene: d’aspetto ha cambiato ben poco, il giusto rispetto all’evoluzione fisiologica. Ma ha negli occhi una luce diversa, e il suo sorriso sembra più vivo.

Glielo faccio notare, e accennando il sorriso appena nominato mi rivela che casualmente ha trovato un’ottima medicina per il suo male. Un medicamento portentoso mi dice. Riesco con le mie insistenze a vincere le sue reticenze, e mi rivela il mistero: basta ricordarsi di non prendersi troppo sul serio, mi dice. Per quanto profondo possa essere il dramma della nostra esistenza, il sole sorgerà sempre domani, gli alberi perderanno e ritroveranno le foglie, il mare respirerà con il solito ritmo accarezzando la spiaggia e schiaffeggiando la falesia.

Poi aggiunge, sottovoce, che in effetti è curioso che proprio in questo momento io mi sia ricordato di lui. Perché – mi dice – gli capita proprio in questo periodo di avere di nuovo la mente occupata da un pensiero che non vuole abbandonarlo. Esattamente come 40 mesi fa. Ed oggi come allora, paventa una bambina che possa metterci il dito, sgretolando l’involucro.

Però – aggiunge subito dopo – la curiosità finisce qui: adesso è diventato bravo ad evitare le persone che potrebbero farlo sentire vulnerabile.

O almeno così lui crede.

La Pesantezza della Storia.

Qual è il senso di una storia se non c’é nessuno ad ascoltarla?

Comunemente tendiamo a pensare che la storia abbia solo bisogno di qualcuno che la racconti. Pensiamo alla storia come una freccia che per essere scoccata abbia bisogno del braccio dell’arciere che tende l’arco. Eppure se togli il bersaglio, non esiste arciere. E se togli chi ascolta, la storia perde di senso parimenti.

Tutto è una storia, la nostra vita è una storia. La necessità di avere qualcuno ad ascoltarla è un moto che non risparmia nessuno, un orrore del vuoto che va riempito. Un vuoto che non è silenzio: alcuni silenzi riempiono più delle risposte che rimpiazzano. Raccontare la storia non è infatti una questione di parole, ma anche di gesti, sguardi, odori, ritmi. Tutto parla, tutto racconta.

Il vuoto è l’assenza di qualcuno ad ascoltare la storia. Cosa uccide la storia non è un’altra storia che gli viene opposta. E’ l’assenza di ascolto.

Perché è così orribile? Perché non riusciamo a cogliere l’esistenza senza qualcosa a cui rapportarla. Non posso sapere chi sono senza sapere cosa non sono. Non posso esistere se qualcuno non conosce la mia storia. La vita di ciascuno senza la possibilità di essere raccontata ci libera in uno spazio immenso dove vaghiamo senza punti di riferimento come un astronauta senza nave nell’arcipelago di luci dell’universo, la fuori.

Non esisto se non posso condividere la mia storia con qualcuno. Qualcuno che inevitabilmente la contesterà, o la amplierà. Qualcuno che scrive con me in tutto o in parte, consapevolmente o meno, per breve o lungo tempo. Non esisto se non posso condividere. Ma neppure posso decidere io con chi sia meglio condividere.

Le storie si incontrano contro controllo, contrastano con convinzione ogni costrizione.

La storia trascina il nostro volere come un cane al guinzaglio: pur essendo un tutt’uno e pur essendo la volontà il padrone, non è mai chiaro chi sia a condurre chi.

La stanchezza pesante è il volgere al punto di un capitolo della storia che ha fame di giungere a riposare alla riva di uno spazio vergine di foglio da cui osservare sognante l’incipit sull’altra riva.

Assaporo la mia pesantezza, consapevole che ciò che diventa pesante cade, e lasciandoci, libera ciò che di più leggero v’é nell’uomo: il sogno, incipit del nuovo capitolo.

Una storia va avanti anche se nessuno la ascolta. Una storia va raccontata anche se nessuno ne ha voglia. Perché domani potrebbe arrivare chi vuole ascoltarla tutta, dall’inizio. E che ti fa venire voglia di raccontarla tutta.

Forse quindi non ha senso oggi, ma potrebbe averlo domani. Se la Storia si fa pesante, allora anziché tirarla o spingerla, forse è meglio farla rotolare.

Nostralgia

E’ una sera apparentemente come tante. Sono qui sul letto con il mac accanto e la mia tazza di te in mano. Inizio a scrivere questo post e so già che sarà lungo e senza focus: a motivarlo è la voglia di scrivere, più che qualcosa da dire.

Mi sono sforzato di andare a correre, nonostante l’ora tarda. La corsa è come molte cose nella vita: lo sforzo è quello di iniziare. Una volta che cominci la continuità viene da sé naturalmente. E’ anche una cosa che ti ricollega al tuo corpo, così indolenzito dopo, così vivo.

Penso a lei, che cresce. Penso a quanti momenti unici e commoventi mi perdo.

Penso anche ad un paio d’occhi che conosco appena, che mi incuriosisce per la sua capacità di restare nella mia testa, nonostante io mi stanchi delle persone in fretta, con poca eccezione.

Penso a questa stanza dove sono ora. A quanto ho lottato e morso per averla. Penso a tutte le cose che ho dovuto perdere per andare avanti. E a tutte quelle che ho trovato perdendole.

Stasera penso a tante cose, nel modo giusto, mi lascio attraversare da passate emozioni, osservo compiaciuto antiche difficoltà, richiudo gli occhi per sentire ancora una volta muoversi le ali dei sogni che furono e che non hanno superato la prova del sole. Non sono triste. Direi che il termine giusto è nostalgico. Ma non nel senso di volere un passato che ritorna, ma di cercare antichi sapori e sperare di riaverli presto di nuovo sulle labbra, nei giorni che mi attendono. Sono nostalgico di un noi che non c’é più. Di un presente non più condiviso, non più nostro. Sono un nostralgico.

Sdraiato, ho unito le mani formando una circonferenza. Aspetto di trasformarla in abbraccio. E tutta questa nudità emotiva non aspetta di essere coperta, ma solo un sole a cui esporre il proprio pallore.

Ho fame di silenzi che parlano, di sguardi che si abbracciano, di teste arenate sulla pancia e mani che si incontrano come l’onda sulla sabbia.

Ho voglia, ma non ho fretta.

La differenza fra il diamante e la grafite, dopotutto, è giusto nell’attesa.