Questo è il blog provvisorio di Mushin. Leggi qui per saperne di più.

Casa nuova

Ultima mattina in questa casa. Il saluto è veloce ma non frettoloso. Ho avuto in eredità geni nomadi, riesco ad affezionarmi a un luogo ma mai a identificarmici. Un ultimo sguardo lanciato in giro, come a un amico d’infanzia prima di partire per un viaggio senza ritorno. E sarà aria sulla faccia, fuori di qui, con lo sguardo verso altri orizzonti.

Il 2020 ha costretto tutti a un nuovo rapporto con gli spazi che chiamiamo “casa”. Ciascuno di noi ha rivisto a modo suo questa parola. Per me “casa” è una parola funzionale (la uso per indicare qualsiasi luogo dove vado a dormire la sera) e al tempo stesso relazionale: casa non è il luogo, ma la relazione in cui ti senti “a casa”.

Se casa non è un luogo ma è sentirsi a casa, allora casa è una condizione. E come tale richiede manutenzione continua oppure il tempo la farà crollare. Le case possono prendere fuoco. Essere inondate. Diventare troppo fredde o troppo calde.

Cambiare casa è la risposta più estrema ma per certi versi anche più facile, perché una casa non si può riparare, si può solo ristrutturare, trovando il modo di far coesistere quello che era con quello che vogliamo diventi, per continuare a sentirci “a casa”. Anche un piccolo segno, come la muffa, spesso è sintomo di cause multiple e intrecciate tra loro in modo complesso. Il miglior modo di affrontare queste piccole rogne non è cercare il perché, o si finisce subito impantanati nella complessità delle ipotesi senza risposta. Il miglior modo è concentrarsi sul capire il come, per isolare solo dopo il perché. Un’infiltrazione d’acqua può avere tanti perché, ma seguendo il come, si arriva più sicuramente al perché corretto.

Ultimi attimi, chiuderò un’ultima volta questa porta alle mie spalle, salutando i momenti vissuti qui, il modo in cui mi sono “sentito a casa” in questo appartamento così pieno di bollicine.

E sarà una nuova prima volta nel posto in cui sono sempre tornato, negli ultimi sette anni. Un posto che è stato tante case diverse e che da oggi tornerà ad essere una casa nuova.

Terra

Non più albe sulle tue distese candide. Non più i tuoi dolci pendii discesi in punta di dita. Non più felici naufragi in vista delle colonne d’ercole delle tue labbra.

È oceano aperto adesso. 

Nulla, è quello che lo sguardo incontra in tutte le direzioni che percorre. 

Acqua di sale e di pioggia si insinua ovunque trovi un minimo spazio da infreddolire.

Vento che scuote certezze e si fa beffe di rotte tentate, urla il suo scherno incomprensibile.

Sole, un tempo caro alla pelle, gioca a nascondersi quando invocato fino a comparire infine per bruciare senza pietà.

Manca quella terra da chiamare casa, che l’occhio consuma percorrendo ogni costa centinaia, migliaia di volte, come fossero la prima. Terra che la lingua invoca con nomi segreti e sussurrati, ripetuti come una preghiera. Terra su cui stendere la pelle reietta in un abbraccio che resta tentato perché mai si appaga e sempre è suscitato

Rumore

Fu il rumore a svegliarmi. Lo stesso che rese difficile prendere sonno. Sempre lui mentre lavo i denti, sempre con me mentre scelgo cosa mangiare. Aumenta d’intensità fra le lenzuola, o quando penso di scegliere qualcosa da vedere in TV.

Allora ho gridato per farlo andar via, ma lui non s’è fatto intimidire e ha ripreso più forsennatamente di prima. Allora ho pianto di disperazione, ma il rumore non prova pietà.

L’ho portato nel silenzio, sperando che annegasse, ma lui ha lottato, si è affievolito, ma è rimasto in sottofondo.

Non mi è rimasto che tentare di produrre un rumore ancora più grande, ma non è stata una grande idea: il rumore aumenta il rumore.

Allora gli ho chiesto di andar via, di lasciarmi in pace. E lui ha risposto che andrà via solo quando smetterò di far cozzare i ricordi con i rimpianti.

36, 2020

E rieccoci qua. In un luogo che ormai sembra solo servire a tenere traccia degli anni che passano. E siamo all’anno 12, registrato qui, dopo il 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2017, 2018, 2019. Riassunto brevissimo delle puntate precedenti: il blog è il punto di partenza di molte cose che ho costruito, ho smesso di frequentarlo assiduamente ma continuo romanticamente a tenere viva questa specie di tradizione del post annuale. Fine del riassunto (avevo detto che era breve).

36

Ed eccoci al salto della staccionata. Varcati i 35, siamo ufficialmente più vicini ai 40. Non ho ancora capito cosa questo significhi, ma me lo sono sentito ripetere così tante volte che immagino significhi davvero qualcosa.

Per il momento, a parte più chili e meno capelli, non noto grandi differenze. O forse sì. Ma non ho ancora capito se dipendano dall’anno in più o dall’anno 2020, probabilmente lo scoprirò fra un po’ e onestamente non sono neppure troppo ansioso di farlo.

Che persona sono diventata dopo 36 anni? Quest’anno è stato particolare per tutti e io sono arrivato all’incontro con una qualità che non sapevo di aver maturato: il male non s’appiccica più. In passato ho sprecato un’enorme quantità di tempo in guerre, vendette, dimostrazioni di forza. Il modo più facile di ingaggiarmi in qualcosa era attaccarmi.

Il regalo dei 36 anni è la scoperta che davanti alla cattiveria gratuita o motivata (solo nelle intenzioni di chi la mette in atto), arriva prima la delusione per lo spreco di tempo rispetto alla proverbiale rabbia che smuove le montagne. E lo stesso succede con le cose che non sono ascrivibili a cattiveria, ma che mi fanno soffrire indicibilmente. La sofferenza non è più una minaccia esistenziale, ma un torrente di acqua gelida in cui riesco a fare il bagno, seppur tremando. Trasformare la sofferenza in rabbia è qualcosa che mi ha permesso di sopravvivere a tanti disastri ma a costo di immagazzinare scorie tossiche per produrre le mie bombe atomiche.

Non serve più. Forse a furia di sentir parlare di sostenibilità, sono diventato più sostenibile anch’io nelle mie risposte alla sofferenza.

2020

Il 2019 è stato emotivamente faticoso. E rido oggi (rido proprio, non sorrido) a pensare che le speranze che avevo evocato nel 2019, siano andate a sbattere contro questo 2020. Si tratta della dimostrazione, neppure troppo necessaria, di tre leggi fondamentali dell’Universo. La prima: al peggio non c’è mai fine, quindi sii grato per la sofferenza che puoi sopportare. La seconda: qualsiasi cosa pensi che possa accadere domani, bè la verità è che non sai proprio nulla. Quindi dato che siamo (e saremo sempre) ignoranti, meglio tuffarsi nel futuro con il sorriso e i desideri tirati a lucido, perché una buona rincorsa rende il tuffo spettacolare e memorabile anche quando non hai tecnica (la terza e legge è: non prendere mai sul serio nessuna legge che si spacci per universale).

Il 2020, dicevamo. Be’ almeno per quest’anno possiamo dire senza dubbio che è un anno come nessun altro.

Perdere

Probabilmente questa è la parola che un po’ tutti indicheremmo come etichetta esplicativa di questo 2020. Perdita di libertà, perdita di persone care, perdita di rapporti esplosi o evaporati, perdita di sguardi, abbracci, risate. Perdita di cene e concerti, perdita di fiducia, perdita di salute.

Il mio 2020 non è stato differente dai vostri. Per fortuna ancora risparmiato dal lutto, mi ha comunque portato via la persona a cui tenevo di più.

Però è troppo facile fermarsi alla perdita. La perdita è un’assenza, ma non un’assenza qualsiasi, occupa con un vuoto i contorni esatti di qualcosa che prima era lì, tangibile. La perdita arriva prima del dolore, ma anche questo infine ti assale, rapido, ed è poi l’ultimo ad andar via.

Ma non voglio celebrare la perdita. In fondo anche quando siamo concentrati sulla tragedia dell’albero che cade, la foresta continua a crescere. L’assenza che piangiamo oggi è stata prima il seme che avevamo accolto, ieri.

La sofferenza in ogni forma e grado è il solco che rompe la crosta delle nostre delusioni e abitudini passate ed espone la parte più tenera, dove si posano i semi che germogliano. Solo lì possono diventare parte del giardino che siamo, quando sappiamo nutrirli e proteggerli. Ma anche quando non vogliamo farlo, anche quando siamo decisi ad estirpare ogni minima parte di quello che un tempo ci appariva come un dono e oggi ci disgusta, anche quando questo ha lasciato una voragine in quel giardino. La sofferenza rimesta e un bel giorno, forse, vedremo spuntare un germoglio sconosciuto, che diventerà albero e sarà ombra per tante altre parti del giardino che siamo diventati.

Non prenderà mai il posto di quello che abbiamo perso, ma un’assenza non si riempie. L’assenza svanisce quando smettiamo di notarla e smettiamo di notarla quando ci accorgiamo che la perdita è solo un passaggio. Quando scopriamo che in fondo una parte di quello che abbiamo perso è ancora lì, nel giardino. Che è il giardino. Perché è parte di quello che siamo diventati e lo sarà per sempre, che ci piaccia o meno.

Le perdite importanti sono nere come la cenere: un’ottimo fertilizzante per quello che crescerà dopo.

Credere

Tutte queste considerazioni sulla perdita non hanno senso, se non vogliamo che ne abbiano. Viktor Frakl fondò la sua scuola di psicoanalisi basandosi sull’assunto che ciascun essere umano sia un generatore di significato. E che di base smettiamo di funzionare bene proprio quando smettiamo di digerire la realtà per produrre significato. Non so se sia davvero così, non sono neppure un grande fan della psicoanalisi, ma di certo questa prospettiva aiutò Frankl a sopravvivere all’inferno di Auschwitz.

Qualsiasi accadimento è interpretabile in molti modi diversi, anche concorrenti. Di una serie di accadimenti tenderemo a valorizzare quelli che confermano la nostra posizione, scartando o etichettando come eccezioni, quelli che la smentiscono. Siamo noi a costruire la nostra realtà e una perdita è esattamente quello che – coscientemente o meno – noi vogliamo che sia.

Non credo alle perdite inevitabili né ai finali già scritti. Non credo che le perdite siano un bene. Ma credo che l’unico modo per far sì che non siano un male insopportabile, sia proprio decidere che debbano essere un bene. Lavorare per far sì che la sofferenza sia una pioggia torrenziale ma non diventi palude. E credere che da tutta quell’acqua possa un giorno nascere qualcosa.

Il mio 2020 mi ha trovato pronto. Non immune alla sofferenza, ma pronto a non lasciarmi trascinare a fondo dal suo peso. Attento a discernere il momento in cui è saggio attendere e capire e quello in cui il nodo di Gordio va reciso in un sol colpo.

Ora faccio un bel respiro e mi tuffo in questo 2021. Ci vediamo, spero, dall’altra parte.

PS

Nota a me stesso: so che un giorno ripasserai da qui. Ricordati che ci hai creduto davvero, ricordati che ci hai provato come mai prima e questo aumenta il dolore. Ma da qualche parte sarai approdato e qualsiasi essa sia, ricordati che sei partito da qui, con un bagaglio leggero e stringendo nel palmo la convinzione che ne sia comunque valsa la pena, a prescindere da come è finita.

35, 2019

Un decennio. Dieci anni che, puntualmente e religiosamente, provo a fermare l’anno che passa, in un post. In questi dieci anni mi sembra che tutto sia cambiato, ma come avrebbe fatto in 100. Persino l’editor di WordPress non è più lo stesso.

Dieci anni di post: 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2017, 2018

Il primo post lo ricordo ancora: avvolto in un accappatoio, ero in una suite con vista mare, a Genova, ottenuta spendendo tutti i miei risparmi, perché al domani poi «pensaddio», già dal 2009.

35

35 mi sembra un numero da fantascienza, di quelli che «chissà come sarò a 35 anni» quando ne hai 14. Poi ieri sera ero ad una festa dove cantava Carolina Marquez, per cui «chissà come sarò a 35 anni» diventa subito «i bei tempi andati» di quando davvero ne avevi 14.

Insomma: vista così sembra una cabala di numeri ordinati e precisi, ma la verità è che se provo a guardare indietro vedo solo una grande marmellata di scelte sovrapposte e caotiche. Lo specchio dice che sono cambiato parecchio, ma se chiudo gli occhi sento ancora le lacrime rigarmi il volto dopo il primo incontro con l’ingiustizia.

E allora cosa sono questi 35? L’età adulta, quella che un decennio fa vedevi negli altri, senza sapergli dare un nome. Quel modo di sorridere, ma senza arrivare in fondo agli angoli della bocca, quel modo di tuffarti nelle cose, ma senza rincorsa. Ma non è minore intensità, solo andare piano, perché portarsi dietro il passato ti rende un po’ lumaca: hai sempre un rifugio con te, ma vai lentamente.

2019

In realtà ho poco da dire sui 35. Un po’ di più sul 2019: nonostante gli anni dispari mi abbiano sempre portato bene, questo è stato «brutale». Se gli anni passati ho sempre considerato l’arrivo, il 2019 s’è imposto per il percorso. A ostacoli, eufemisticamente.

Parole

Il 2019 è stato un anno pieno di parole. Quelle di lingue come lo spagnolo, sempre più presente nella mia quotidianità. Quelle non dette, perché amare significa anche pesare bene i pensieri prima di agitare la lingua. Quelle ricevute in dono e che cambiano tutto, perché bruciano in pochi istanti anni di certezze e ti lasciano le dita nere di cenere quando provi ad aggiustare le cose.

Le parole sono inafferrabili e mutevoli: ora affilate come lame che trafiggono, ora pesanti come sassi scagliati da grande distanza. Ma anche leggere come piume o complici come uno sguardo.

E così questo 2019 è stato definito dalle parole anche se per la prima volta dopo tanto tempo, queste parole sono state pronunciate da altri. Parole che hanno appiccato incendi e che bramano ancora distruzione. Non mi è ben chiaro cosa ci farò con tutto lo spazio vuoto che hanno lasciato, ma di certo andrà riempito in qualche modo.

Inseguire

È stato un anno che mi ha fatto correre parecchio, ma non è stata una fuga, solo un affanno. Quello che succede quando insegui qualcosa senza riuscire a raggiungerla, è che dopo un po’ ti rompi i coglioni. La ragione per cui stai correndo inizia piano piano a scivolare in fondo alla lista delle priorità e ti trovi a pensare che in fondo «chissenefrega».

Però non ti fermi, al massimo rallenti, perché poi ti ricordi che no, sarà pure faticoso, ma guardando quelli che si fermano hai sempre pensato di voler essere diverso. Non migliore né peggiore, solo che a te non piace fermarti, se non quando ti spezzano le gambe e non riesci a proseguire sui gomiti.

Perché in fondo il punto è tutto qui: provi a smettere, ma qualcosa ti urla dentro che «palla di lardo muovi quel culo» perché non siamo qui per fermarci a piangere e quindi alla fine continui a correre anche se quello che insegui ti ha già staccato, come Bolt, allo sparo di partenza.

Lasciare andare

Il 2019 è stato un enorme esercizio di «lasciare andare». Ok, per la maggiore è stato più un perdere e basta, ma in fondo si chiama nuotare anche quando stai affogando.

«Lasciare andare» è un esercizio difficile, ma quando te lo impongono scopri che è vero quello che dicono tutti: ti lascia più leggero. Solo che questa conclusione è un po’ misera (e questo non te lo dicono). Tipo quando vai dall’andrologo per farti prescrivere degli esami (grazie, 2019) e non ti spiegano esattamente cosa si intende per controllo: esci che ti dici «be’ almeno è tutto a posto», ma la verità è che hai «lasciato andare» la tua verginità anale.

La verità sul «lasciare andare» mi sembra questa: in molti casi è l’unica opzione praticabile per andare avanti. Tipo la scelta migliore dopo aver scartato tutte le altre o la ragazza che non baceresti mai, ma è l’unica disposta a farlo.

Quindi si fa e sembra avere un effetto positivo, ma attenzione: sembra. Nel senso che l’effetto positivo non viene dal lasciare andare in sé, ma solo dal fatto che siamo riusciti a muovere qualche passo in avanti. È da lì che arriva, quel benessere. E allora sì, ci sentiamo più leggeri ma solo perché abbiamo accumulato malessere ostinandoci a restare fermi su una posizione. E quindi: andare avanti, sempre. Perché tanto non hai molta scelta.

Impotenza

Mai come quest’anno trascorso, ho visto persone che amo soffrire enormemente. Per causa mia, anche se mai per mia volontà, o meno. Certi momenti di questo 2019 me li porterò sempre dentro, qualcuno non l’ho ancora neppure metabolizzato per bene. Tutti mi hanno lasciato un grande senso di impotenza. Non riuscire a far arrivare quello che hai dentro alle persone che ami è forse la sciagura più grande.

La lezione del 2019 è stata però un’altra: a volte il problema non è la tua capacità di passare delle cose, né di accoglierle. A volte è che due stelle sono parte della stessa costellazione solo negli occhi di chi guarda, perché nella realtà si trovano ad anni luce di distanza, in parti dell’universo completamente differenti. La «vicinanza» è più una questione di superficialità che di profondità.

E questa è un’impotenza diversa: non ti usa violenza per impedirti di fare qualcosa, ma ti lascia libero di scoprire la totale inadeguatezza di tutto quello che fai. Come voler portare via tutta l’acqua del Mediterraneo: non importa se usi un cucchiaio, un secchiello o le tue mani, comunque il risultato non cambierà.

Amare

Caro 2019, sei stato un anno pieno di brutte cose, ti saluterò volentieri pur sapendo che non sarà un addio e scivolerai come un’ombra nel 2020 in arrivo. Tuttavia ho una cosa per cui ringraziarti, mi hai mostrato aspetti dell’amore che non conoscevo.

Mi hai mostrato che in fondo le brutte esperienze tendono a monopolizzare la narrazione e i pensieri, ma solo perché tendiamo a dare per scontate le cose belle, soprattutto nell’amore.

Mi hai mostrato che amore e rabbia si accompagnano spesso sottobraccio e non puoi accogliere il primo pensando che non si accomodi anche la seconda. Ma se questo è vero – e lo è – allora deve essere possibile anche parlare all’amore ogni volta che è la rabbia a dividerci.

Mi hai mostrato che probabilmente non è affatto vero che qualsiasi problema abbia una soluzione, ma se stringi la mano giusta puoi sentirti meno smarrito. Ed è in questo gesto semplice come l’acqua che si addensa l’essenza dell’amore, molto più che in tutte le belle parole che inebriano come il vino.

Ciao

Quindi ciao 2019, anche se ho la sensazione che non andrai via così in fretta. Però una cosa la so: io sono ancora in piedi. E riparto da qui per affrontare il 2020.

34, 2018

Per la trentaquattresima volta, è il mio compleanno. Per la decima, ecco il mio post di compleanno e fine anno.

Agli affezionati di questi anni (c’è ancora qualcuno di voi che era qui fin dall’inizio?), non occorrerà spiegare a cosa servono queste righe. A tutti gli altri, ammesso che qualcuno capiti ancora qui per caso, basterà leggere qualcosa dei post precedenti (eccoli qui, anno per anno: 2017, 2016, 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009).

Prima di iniziare, una premessa: questo sarà l’ultimo post di compleanno su questo blog. Non ne scriverò altri.

I bilanci non finiranno qui, resto sempre dell’idea che una volta all’anno faccia bene fermarsi a contemplare la strada percorsa. Smetterò però di farne un post. Dunque, iniziamo.

34

Relazioni fra esseri umani. A 34 anni sono persuaso che le relazioni di successo siano più figlie di un adattamento che di un rapporto causa-effetto. È vero: quando finiscono, a posteriori, le vediamo da una prospettiva differente. È vero: da questa prospettiva sembra tutto chiaro, lapalissiano1, un’evidente catena di nessi causali che ci ha portati all’effetto finale: la rottura.

In realtà: sono stronzate. Perché usare il «senno di poi» significa semplificare per orientarsi nel mare di oscurità in cui siamo immersi: un po’ come unire arbitrariamente stelle lontanissime fra loro e chiamarle costellazioni. 

Le relazioni umane – di tutti i tipi – sono come gli esseri umani stessi: complessi, ricchi ma estremamente fragili. Quello che la natura (e la pazienza dei miei genitori) ha impiegato 34 anni a creare, potrebbe essere distrutto nella durata di qualche palpito mancato. Lo stesso accade alle relazioni: anni e anni di duro lavoro per capolavori che sembrano effimeri. Il punto non è questo però. O meglio: il punto è questo, ma è un punto di partenza, non un punto d’arrivo. 

Quello che penso è che sia difficile spiegare. Pure capire. È come andare al buio a prendere l’acqua nel cuore della notte: la strada che hai fatto mille volte ti sembra chiara nella tua mente, eppure sbagli quasi sempre. La realtà, sotto forma di muro o spigolo, ti rimette quasi sempre a posto. Che sia l’amore, il lavoro, la famiglia o qualsiasi altro parametro dell’oroscopo, l’unica cosa che puoi fare è continuare a dare craniate nel buio, bestemmiando in silenzio, finché non riesci ad azzeccare la via. Chiunque dichiari il contrario mente o si ricorda puntualmente di bere prima di andare a letto.

Fallimenti. Avere 34 anni significa per me avere accumulato molti fallimenti. Nei primi 27 anni, perché ho peccato di eccessivo idealismo, nei successivi 7 anni perché ho quasi sempre puntato sul nero e sul rosso, contemporaneamente. In entrambi i casi una cosa è certa: fallisci più volte di quante vinci. 

Se sei fortunato – e fin qui posso dire di esserlo stato – gli esigui casi di vittoria, ti ripagano di tutte le energie finite nei fallimenti. A prescindere da questo, credo di aver capito appieno solo ora il senso di quanto andava dicendo Churchill2: «Success is stumbling from failure to failure with no loss of enthusiasm».

E a 34 anni mi ritrovo carico di entusiasmo da investire in una relazione nuova, con una persona con cui fino a qualche tempo fa non sarei stato in grado di confrontarmi. Qualcuno con cui ogni giorno provo a usare come concime la merda accumulata in questi 34 anni di fallimenti, anziché farne qualcosa di ingombrante da celare alla vista, come se poi l’odore non si sentisse.

2018

Viaggiare. Ciao 2018, l’anno scorso in questi giorni ero a New York, a celebrare il 2017. Era stato un anno memorabile ed ero pronto a un 2018 giustamente sottotono. Gli anni pari mi hanno sempre riservato brutte sorprese. E invece eccomi qui a dirti che – wow! – hai persino superato il 2017. 

Mi hai regalato molto viaggiare, ho passato a 108 giorni a Santiago de Chile, 54 a Roma, 33 a Catania e il resto sparso per Valencia, Brescia, Bogotà, Cagliari, Como, Venezia, Buenos Aires, Barcelona, Lima, Rio de Janeiro, Valparaiso, Parma, San Pedro de Atacama, Londra, Sofia. Ho imparato uno spagnolo di sopravvivenza, ho incontrato persone incredibili in tutti i sensi possibili della parola, ho imparato molto.

Lavoro. A Febbraio ho festeggiato il mio primo anno con imille, un’avventura nata un po’ per caso, in cui sono entrato con un obiettivo personale di crescita e che mi sta offrendo molto più di quello previsto. Dopo un annetto ho realizzato un piccolo sogno: lasciare il mio team e vederlo andare con i propri piedi, verso risultati più grandi dei miei.

Milano. In questo 2018 Milano ha continuato a crescere ed io con lei. Eppure quest’anno ho passato solo 112 giorni qui. Nel 2017 mi chiedevo cosa fosse «casa», in questo continuo dividermi fra Catania e Milano, lungo ormai 10 anni. Nel 2018 non è arrivata la risposta, ma è diventata inutile la domanda: ho passato la prima estate della mia vita senza la Sicilia e il Mediterraneo, ho passato più giorni a Santiago che a Catania. 

Casa al momento è l’idea del campo-base: al termine di una giornata o al termine di un viaggio: il campo-base è comunque dove hai piantato le tende e lasciato le provviste. È un luogo itinerante, dove sono gli affetti che non puoi portare con te nella scalata. 

2019

Come ho detto, questo sarà l’ultimo post di bilancio. Non lo chiuderò con desideri né con previsioni. Nel 2019 non credo realisticamente di perdere i miei difetti (strutturali) né di deviare dall’apprendimento che sto seguendo. 

Questo post è figlio di una notte di speranzoso entusiasmo passata in una piccola cucina, illuminata dal display di un vecchio macbook prima generazione, scritto appena arrivato a Milano nel Dicembre 2008. 

Per questo lo chiudo con una parola, l’unica in grado di esprimere cosa si prova a partire convinti di raggiungere le Indie, disperarsi in mezzo a un’oceano quando è ormai chiaro che i calcoli erano sbagliati senza sapere neppure dove e perché, per poi gioire di una terra incognita e trovarsi infine a fare la più grande scoperta nella storia delle esplorazioni, solo perché ci si era persi completamente.

Questa parola è: grazie. 

  1. Su Wikipedia, alla voce lapalissiano, è riportata la seguente teoria. Si tratta di una congettura, ma in fondo le congetture sono più affascinanti della realtà. In questo testo ho usato il termine lapalissiano per indicare un’evidenza molto evidente, ma potrebbe anche essere tributo alla stessa logica del costruire costellazioni (interpretazioni) a partire da stelle (fatti) in realtà totalmente scollegati: «Alla morte di La Palice infatti, i suoi uomini proposero questo epitaffioCi-gît Monsieur de La Palice. Si il n’était pas mort, il ferait encore envie (“Qui giace il signore de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia”). Tuttavia, con il tempo la effe di ferait (“farebbe”) fu letta esse (a quel tempo le due grafie erano simili), diventando quindi serait (“sarebbe”), e la parola envie (“invidia”) divenne en vie (“in vita”); con il risultato che il testo recitò che egli “se non fosse morto, sarebbe ancora in vita” (si il n’était pas mort, il serait encore en vie): da qui il significato di ovvietà attribuito all’aggettivo» []
  2. in realtà non esiste prova che la frase in questione sia stata davvero pronunciata da Churchill, ma in fondo onora il suo approccio alle grandi sfide che ha affrontato, molto aiutato dall’alcol []

Autunno

Non mi sono mai mosso da dove mi avete piantato.

Non ho accorciato distanze, né divelto la terra al mio passaggio. Non ho solcato mari né respirato l’aria di vette che ho scalato. Non sono mai scappato e non ho mai inseguito. Non ho ucciso e non sono morto. Eppure ho assaggiato tutte queste cose.

Sono sempre stato qui. Eppure non è qui che sono rimasto.

Come un filo d’erba, sono cresciuto in altezza. Corteccia, ho divorato me stesso anno dopo anno, giro dopo giro, non ho cambiato la mia pelle, rinunciando alla mappa delle mie ferite che raccontano la storia dei miei fallimenti. L’ho seppellita dentro, tenendo tutto con me e ricominciando da capo.

Come rami, ho assecondato ogni mio desiderio di fuga, via da me stesso per esplorare ogni direzione, senza mai separarmi da ciò che ero. Ho assaggiato il mare e respirato l’aria delle montagne più alte, grazie al vento che mi fa tremare con veemenza. Sono morto ogni inverno e ho ucciso me stesso ogni autunno.

E proprio l’autunno mi ha insegnato cosa significa perdere una parte di sé, che mai ricrescerà. La primavera mi ha mostrato la lezione del germoglio: niente torna mai ad essere come prima ed è ciò a rendere unica ogni nuova foglia. Ho sofferto per ogni fiore di me che ho perso, ma questo non mi ha impedito di averne di nuovi. Sono loro ad avermi fatto capire che l’amore non è assenza di perdita, ma attraversare con paziente speranza l’inverno che mi separa da una nuova primavera.

Ho creduto che crescere fosse espandersi verso l’alto. Ma per sfiorare il cielo ho scoperto l’importanza di abbracciare la terra, ogni ramo che si allunga facilmente oggi, è una radice invisibile che si è fatta strada ieri, con fatica.

Ho invidiato la libertà del lupo di andare dove crede, solo per scoprirlo infine ancorato alla fame che lo costringe a seguire la preda, quanto io al terreno che mi ha visto uscire dal guscio del mio seme.

Perché oggi sono qui, in una forma definita. Ma se ti avvicini a guardare meglio, vedrai che invece sono la lenta esplosione di me stesso, la somma incoerente di tutte le direzioni che ho preso e che prenderò. Sono la radice che ama il buio e la foglia che vive di sole. Cerco l’altezza e ho bisogno della profondità. Sono il ramo che si allunga verso di te, ma anche quello che fugge nella direzione opposta.

L’audacia dell’albero è il suo monito di incoerenza caparbia: resta piantato qui dall’inizio, contro la neve e il sole. Muore e rinasce, perde e guadagna: niente può rifiutare e tutto contiene.

33, 2017

Ogni anno, dal 2009, scrivo un piccolo post (questo) che mi aiuta a prendermi del tempo per ragionare su cosa mi è successo. E su come sono cresciuto. Perché tutti cresciamo, dipende dal fatto che ci capitano delle cose, ma il come cresciamo dipende più dalla nostra volontà di pensare a queste cose avvenute, alle risposte che abbiamo dato, agli effetti che queste hanno avuto.

Questa mia piccola tradizione è al nono anno di vita (qui gli anni passati: 2016, 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009), nacque per caso quando mi trasferii a Milano (quindi sì, si tratta anche del nono anno della mia temporanea permanenza al nord) ed è legata a un posto in cui mi sento a casa, il Mediterraneo. Ogni anno infatti ho scritto il mio post da un porto del Mare Nostrum.

Quest’anno invece, un’eccezione: ho scritto tutto sulle rive dell’Oceano Atlantico, a New York, dove ho passato il mio compleanno, insieme a quello di mia sorella Sara.

Si tratta di un’importante deroga alla regola, ma anche il 2017 in fondo è stato un anno come nessuno dei precedenti.

33

La più importante lezione di quest’anno riguarda la mia capacità di stare dentro una relazione. Lo stare uniti, in qualsiasi tipo di relazione, non è questione di incastro a priori, né di assenza di errori. Quello che ho imparato è che non è neppure questione di volontà, intesa come impegnarsi al massimo per evitare i punti di crisi. A 33 anni ho la convinzione che stare uniti dipenda dall’intenzione a priori: non è la conseguenza di qualcosa, ma la premessa.

Da questa premessa si affrontano i punti di crisi che sono necessari e, in una certa misura, salutari. Salutari non per lo stare uniti in sé, come spesso ci hanno propinato. La crisi è salutare per la crescita individuale: è solo nel momento di crisi che hai modo di verificare quanto è saldo quello che vuoi. Ma soprattutto è grazie a quei momenti in cui tutto è in discussione che hai la possibilità di capire se quello che vuoi è anche quello di cui hai bisogno.

Quest’anno ho perso una persona molto importante. Ho incassato un fallimento molto grande. Inutile girarci intorno: trovare una morale o un insegnamento in ciò è un espediente intelligente per metabolizzare la separazione. Ma la verità resta: fa un male cane. Sì, certe cose capitano, quasi mai per il grosso motivo che viene facilmente raccontato, ma più per la somma di mille piccoli motivi. Sopportabili palle di neve in sé, una valanga che stritola se presi tutti insieme.

Ho visto questa valanga venir giù tante altre volte, in questi 33 anni, quasi sempre per mia causa. Stavolta doveva essere diverso e non lo è stato. Ripartirò da zero, riprovando. Perché la verità è che le risposte nella vita non sono come le ricerche di Google, non si misurano in millisecondi dalla formulazione della domanda. L’unica cosa che ha senso fare è provare. E riprovare. E riprovare. Prendendo tempo. Perché a volte riusciamo a costruire la risposta, a volte no. Ma a star seduti, la risposta non si trova di certo.

Quest’anno ho ricevuto tanto da persone che fanno parte della mia vita ma non sempre della mia quotidianità. A conferma del fatto che i legami solidi non si misurano con la quantità degli attimi ma con la qualità dei momenti passati insieme. E ci vogliono tempo e dedizione per costruire simili legami. Non sempre mi sono sentito capace di simile dedizione, chi mi conosce sa che io e il tempo abbiamo una relazione complicata, però tutto l’affetto che ho ricevuto mi ha fatto pensare che qualcosa forse sono stato stato in grado di costruire: è stata una sorpresa che mi ha reso felice.

In sintesi: a 33 anni mi trovo di nuovo al punto di partenza. Cercando di far funzionare le cose che ho sempre cercato di far funzionare (con scarso successo). Non sapendo da dove iniziare. Ma a ben guardare con una differenza: io sono cambiato. E questo significa in particolare che davanti alle stesse domande, non vivo la stessa ansia. Ci sono le domande, ci sono io che cerco una risposta, nel frattempo ci sono tante cose belle e brutte. Ma so che nessuna di queste cose (le domande, le risposte, le cose belle e le cose brutte di contorno) è un giudizio su di me. Sono tutte cose che dicono qualcosa di me, ma non servono per dimostrare a me stesso chi sono. Perché ormai lo so.

2017

Una delle mie storie preferite della Bibbia è quella di Giobbe. Questa storia mi piace per un motivo: alla fine del racconto Giobbe è più ricco di prima, ma ciò non è avvenuto poco a poco, bensì è passato dall’avere molto, al non avere niente e poi ad avere più di prima. È un «viaggio» che giudicato dal punto di arrivo (Giobbe ha tutto ciò che desidera) è positivo. Ma che ha dentro tanti momenti molto negativi.

Questo mio 2017 è stato un po’ simile alla storia di Giobbe: guardato dal punto di arrivo è stato un ottimo anno, probabilmente il migliore finora. Ma se guardo al suo svolgimento rivedo momenti estremamente belli e momenti davvero terribili.

Forse è proprio questo che lo ha reso speciale: mi ha proposto un viaggio nel buio delle mie peggiori paure e mi ha anche portato a respirare l’aria rarefatta oltre le vette delle mie più sfrenate ambizioni.

In questo 2017 ho avuto conferma dal mio lavoro di una cosa che avevo prima solo intuito: è facile avere ragione quando si scommette che le persone ti deluderanno. O non riusciranno a fare le cose come le avresti fatte tu. Davvero mai le cose vanno come le vogliamo o immaginiamo. Il punto però è che a volte le persone vanno ben oltre le nostre aspettative e in quei momenti siamo ripagati in abbondanza di tutti i fallimenti e le delusioni.

Infine, in questo 2017 ho imparato che qualsiasi organizzazione si può cambiare. Qualsiasi. Ma per farlo occorre avere le idee chiare (facile), il coraggio di guardare in faccia i problemi e ascoltare la prospettiva degli altri (meno facile), la forza di andare nella direzione giusta limitando i compromessi, perché la direzione giusta è l’unica possibile se davvero si vuole cambiare. Spesso per evitare o limitare la parte complicata, il «come» cambiare le cose, finiamo con il cedere sul «cosa» cambiare. E questa è l’unica sconfitta che chiamo fallimento.

Nel 2017, grazie a imille e epico, sono diventato molto più bravo nella virtù della pazienza, che non è farsi andar bene quello che non ci va bene, ma più evitare di essere distratti dal drappo rosso mentre sei impegnato ad infilzare il torero.

Nel 2017 ho avuto l’occasione di osservare da vicino tre persone da cui ho appreso delle grandi qualità di cui faccio tesoro, sono state dei maestri inconsapevoli e mi hanno arricchito come persona e come professionista.

2018

Caro 2018, da te non mi aspetto nulla. Il 2017 è stato un anno fuori dal comune. E conosco abbastanza la matematica da temere gli effetti della «regressione dalla media», eppure li avevo paventati anche alla fine del 2016 e ho invano atteso Godot. Comunque, anche se dovessero arrivare proprio nel 2018, mi troveranno ad accoglierli con il sorriso sulle labbra.

Ciao, 2017. Mi mancherai.

Dimmi Dove

Dove sono i tuoi sorrisi?

Dov’è il fiume in piena delle tue parole?

Quel cielo di primavera negli occhi, quale cuore fa germogliare?

Una stagione che finisce non lascia nulla indietro, persino l’inverno porta con sé la sua neve. Eppure quello che ha bagnato la pelle resta, dentro ricordi visibili solo chiudendo gli occhi, dentro sapori che come il buon vino, apprezziamo molti anni dopo averli raccolti. È tutto sepolto, come un fossile, la pressione di quello che si accumula dopo lo schiaccia ma proprio schiacciandolo lo preserva in qualche modo. Muore soffocato, per diventare immortale.

La forza del lupo è temere la morte. Per questo fugge e per questo assale, per questo morde e lecca, per questo uccide e mette al mondo nuova vita, per questo si stringe al branco mentre l’alba scura della notte si diffonde alle spalle del sole che tramonta.

La forza dell’albero è morire ogni giorno, perdendo parti di sé mentre nuove parti si aggiungono, simultaneamente e instancabilmente. Non teme le stagioni perché ha molti sé da sacrificargli e molti da consacrargli. Con i rami accoglie quello che viene dal cielo, grazie alle radici si fa uno con la terra. L’albero ondeggia al vento perché fin da quando era un filo d’erba ha imparato che opporvisi è pericoloso tanto quanto cedergli. L’albero divora se stesso ad ogni cerchio di corteccia che aggiunge, per dimostrare di aver appreso la lezione: crescere significa morire.

Un tempo sapevo solo morire da lupo: la paura che fa digrignare le zanne per l’ultimo morso che affonda nel collo, con l’ultimo fiato. Un po’ mi manca. Un po’ mi salva. Un po’ è colpa, un po’ è merito. In fondo siamo tutti alberi, anche se proviamo a morire da lupi.

Nemico del marinaio non è l’uragano ma la bonaccia. Non fu l’inverno a sorprenderci, ma l’arrivo di due stagioni differenti allo stesso tempo, due stagioni dove tenersi per mano non significava più impedire di perdersi. Ma di salpare.

Per dove?

Solo il domani conosce la risposta.

A noi è dato solo di decidere cosa fare con la voglia di sfidare l’orizzonte che si schiude dentro chiedendo il privilegio del sole.

Il Sogno del Deforme

E corsi via.

Con il pianto negli occhi, la furia nel cuore, un lungo grido sulle labbra. Il dolore paralizza, la disperazione mette le ali. Ali di pazzia che fanno volare i pensieri più pesanti.

Il riflesso. Avevo visto la mia immagine malfatta. Mi ricordai perché avevo bandito gli specchi, mi ricordai perché non faccio festa all’anniversario della mia nascita. Mi ricordai anche che sopportavo la vista del mio aspetto deforme, un tempo. Finché non incontrai altri, essi finsero normalità e fu per credere a quella menzogna che celai la verità dello specchio. Non amavo mentire, ma non avevo che domande da aggiungere alle loro domande, per questo finì a convivere con la bugia. Se non amandola, almeno ringraziandola. Non era una risposta, ma era il muro di cinta posto a difesa dagli interrogativi insistenti.

Urlai finché ebbi fiato e quando finì continuai nella mia testa. Urlai fino a perdere conoscenza, scivolando nei sogni agitati della mente senza pace. E fu lì che rinacqui, orfano di ogni deformità, con un corpo che obbediva ai desideri della mente come un guanto non può che seguire la mano, con un corpo degno involucro di una mente senza eguali.

E in  quel dominio felice di Morfeo, dimentico di me, mi avvicinai a te con appetito di pelle perfetta che brama pelle perfetta. E fu allora, sulle iridi dei tuoi occhi, che mi vidi riflesso nella mia deformità.

E corsi via.

Con il pianto negli occhi, la furia nel cuore, un lungo grido sulle labbra. Il dolore paralizza, la disperazione mette le ali. Ali di pazzia che fanno volare i pensieri più pesanti.