Questo è il blog provvisorio di Mushin. Leggi qui per saperne di più.

Dimmi Dove

Dove sono i tuoi sorrisi?

Dov’è il fiume in piena delle tue parole?

Quel cielo di primavera negli occhi, quale cuore fa germogliare?

Una stagione che finisce non lascia nulla indietro, persino l’inverno porta con sé la sua neve. Eppure quello che ha bagnato la pelle resta, dentro ricordi visibili solo chiudendo gli occhi, dentro sapori che come il buon vino, apprezziamo molti anni dopo averli raccolti. È tutto sepolto, come un fossile, la pressione di quello che si accumula dopo lo schiaccia ma proprio schiacciandolo lo preserva in qualche modo. Muore soffocato, per diventare immortale.

La forza del lupo è temere la morte. Per questo fugge e per questo assale, per questo morde e lecca, per questo uccide e mette al mondo nuova vita, per questo si stringe al branco mentre l’alba scura della notte si diffonde alle spalle del sole che tramonta.

La forza dell’albero è morire ogni giorno, perdendo parti di sé mentre nuove parti si aggiungono, simultaneamente e instancabilmente. Non teme le stagioni perché ha molti sé da sacrificargli e molti da consacrargli. Con i rami accoglie quello che viene dal cielo, grazie alle radici si fa uno con la terra. L’albero ondeggia al vento perché fin da quando era un filo d’erba ha imparato che opporvisi è pericoloso tanto quanto cedergli. L’albero divora se stesso ad ogni cerchio di corteccia che aggiunge, per dimostrare di aver appreso la lezione: crescere significa morire.

Un tempo sapevo solo morire da lupo: la paura che fa digrignare le zanne per l’ultimo morso che affonda nel collo, con l’ultimo fiato. Un po’ mi manca. Un po’ mi salva. Un po’ è colpa, un po’ è merito. In fondo siamo tutti alberi, anche se proviamo a morire da lupi.

Nemico del marinaio non è l’uragano ma la bonaccia. Non fu l’inverno a sorprenderci, ma l’arrivo di due stagioni differenti allo stesso tempo, due stagioni dove tenersi per mano non significava più impedire di perdersi. Ma di salpare.

Per dove?

Solo il domani conosce la risposta.

A noi è dato solo di decidere cosa fare con la voglia di sfidare l’orizzonte che si schiude dentro chiedendo il privilegio del sole.

Il Sogno del Deforme

E corsi via.

Con il pianto negli occhi, la furia nel cuore, un lungo grido sulle labbra. Il dolore paralizza, la disperazione mette le ali. Ali di pazzia che fanno volare i pensieri più pesanti.

Il riflesso. Avevo visto la mia immagine malfatta. Mi ricordai perché avevo bandito gli specchi, mi ricordai perché non faccio festa all’anniversario della mia nascita. Mi ricordai anche che sopportavo la vista del mio aspetto deforme, un tempo. Finché non incontrai altri, essi finsero normalità e fu per credere a quella menzogna che celai la verità dello specchio. Non amavo mentire, ma non avevo che domande da aggiungere alle loro domande, per questo finì a convivere con la bugia. Se non amandola, almeno ringraziandola. Non era una risposta, ma era il muro di cinta posto a difesa dagli interrogativi insistenti.

Urlai finché ebbi fiato e quando finì continuai nella mia testa. Urlai fino a perdere conoscenza, scivolando nei sogni agitati della mente senza pace. E fu lì che rinacqui, orfano di ogni deformità, con un corpo che obbediva ai desideri della mente come un guanto non può che seguire la mano, con un corpo degno involucro di una mente senza eguali.

E in  quel dominio felice di Morfeo, dimentico di me, mi avvicinai a te con appetito di pelle perfetta che brama pelle perfetta. E fu allora, sulle iridi dei tuoi occhi, che mi vidi riflesso nella mia deformità.

E corsi via.

Con il pianto negli occhi, la furia nel cuore, un lungo grido sulle labbra. Il dolore paralizza, la disperazione mette le ali. Ali di pazzia che fanno volare i pensieri più pesanti.

Grazie, Mamma.

Ho fatto tanti discorsi, fin qui: ho ritirato premi, accettato riconoscimenti, incassato complimenti. Ho scritto discorsi, parlando perfino a qualcuno che ascolterà fra quasi un decennio ancora.

In tutte queste occasioni, ammetto di non avere avuto sempre le idee chiare su cosa dire. Mentre sono sempre stato molto puntuale su cosa non dire.

Una delle cose che «non ho detto» più spesso è «grazie Mamma».

Ho sempre detestato voltare per la prima volta la copertina (rigorosamente dopo aver odorato il libro) e trovarla la: la mamma di qualcuno, formato dedica. Fra me e lui1, la mamma. Che c’azzecca?

Ho sempre detestato l’«uomo che non deve chiedere mai», con le mille tattiche da manuale sulle donne che puntualmente sono irretite dallo stratagemma, come topi che credono di scegliere ma sono solo dentro un sapiente labirinto di laboratorio che li condurrà solo dove qualcun altro vuole. Per poi: «scusa è mia mamma», correndo a rispondere a telefonate a qualsiasi ora, come fossero conferenze di Yalta convocate via whatsapp.

Ho sempre detestato un principio tanto evidente quanto dimenticato: sono qui, perché tu hai scelto così. Sono qui e per tutta la vita indosserò un nome che tu hai scelto, come un’etichetta marchiata a fuoco sul posteriore di un manzo. Non mi hai mai chiesto il permesso e dovrei pure esserne grato?

Ho sempre detestato la tacita, accettata e tutto sommato celebrata, idea che continui ad essere un pezzo di corpo di tua madre anche dopo quel carcere lungo 9 mesi.

Ho sempre detestato l’idea di avere un debito con qualcuno. Figurarsi con chi ti ha nutrito, pulito, protetto finché non sei stato in grado di farlo da solo.

Ma soprattutto, ho sempre detestato quella sua capacità di esserci sempre, anche quando non la penso come lei vorrebbe. Anche quando ho desiderato il biasimo e la condanna, perché io mi ero già giudicato colpevole. Essermi accanto, con un’oceano d’amore dentro il quale occorre abbandonarsi, per non rischiare di annegare in quella sua profondità.

Le madri sono l’origine della somma incoerenza, della contraddizione che rende l’Universo caotico: puoi essere sbagliato, lo sarai anche per lei, ma non per questo verrà meno il suo amore. Ho sempre pensato a lei leggendo quel passo della seconda lettera a Timoteo che recita: «certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso». Per me non è lui, ma lei.

Credo che questa somma incoerenza racchiusa dentro il significato di «Mamma», scompigli il mondo. Ne impedirà sempre l’ordine. Le mamme sono nemiche dell’ordine. Sono onde che vanno avanti e indietro incessantemente, senza una direzione pur avendo una direzione.

E no, questo non è un post per celebrare il mistero delle mamme, né per augurare loro qualcosa durante il giorno a loro dedicato.

Questo è solo un post per dire grazie alla mia, di Mamma. Non per tutto quello che ha fatto, non per la tenacia, non per le idee che ha voluto trasmettermi. Ma perché è sempre stata qui anche se io non ho mai fatto nulla come lei voleva.

  1. Notatelo: è una tendenza spiccatamente maschile. E no, le autrici non ringraziano il papà. []

Nel più saldo dei silenzi, il più lungo dei discorsi

La pioggia.

È sempre il rumore della caduta a svegliare i pensieri. Hai fatto così tanta strada da averne dimenticato il principio, sei salito sempre più in alto solo per la smania di sapere cosa avresti trovato dietro la prossima curva. Hai continuato, perché dopo ogni angolo vinto, sapevi di trovarne un altro da conquistare: ormai quella impervia è la strada comoda. Chi era con te all’inizio? A quale salita lo hai staccato per un momento, per poi ritrovarlo mai più?

Non hai idea di dove stai andando, anche se procedi spedito. In fondo non t’è mai importato, un luogo vale l’altro purché non sia quello da cui parti. Esplorare non è fuggire, ma neppure arrivare. Solo eterno appetito di scoperta, inappellabile come la condanna del cieco che ha bisogno delle parole di un altro per tentare di capire la meraviglia del tramonto che ha davanti.

Ed è lì, in quella notte, davanti a un pallore chiaro come la luna che fa naufragare mentre promette un porto sicuro, è lì che senti tremare le tue radici e sembra che forse tu non ti sia spostato molto da dove ti abbandonarono, seme.

Ma lì è anche dove trovi nuove domande, dove riscopri la fame e accendi la voglia di muovere un nuovo passo, verso qualsiasi delle infinite direzioni su cui mai hai piantato la tua orma.

In questa notte, dove l’Atlantico e il Mediterraneo sembrano agitarsi come un’unica onda dello stesso mare, nel più saldo dei silenzi è il più lungo dei discorsi.

 

 

Il Sogno della Bambina

Sali lentamente ma con decisione. Quando le energie sembrano esaurite ripensi a tutti quelli che hanno detto «non ci riuscirai, mai» e a loro dedichi un nuovo passo in avanti. Non è chiaro quale potrebbe essere il tuo posto, solo che sarà tuo. Non è chiaro cosa ci sia alla meta, solo che è lassù che devi arrivare.

La tua guerra di conquista non si muove sul filo della spada ma dietro sorrisi titubanti, ciascuno di loro apre la possibilità di una resa, solo per ricordare che non succederà. Ogni nuovo ostacolo rinvigorisce il desiderio, ogni difficoltà la tenacia, ogni intemperie rende la pelle un’armatura.

Ma a salire con decisione è sempre quella bambina che ha guardato la montagna la prima volta senza sapere perché desidera far sua la vetta. Il tuo vestito è ormai logoro, le tue scarpe consumate, solo il sorriso è rimasto lo stesso. La tua è un’avanzata e una fuga, un capriccio e un amore, un desiderio effimero e il sogno di una vita.

Ovunque tu arriverai, il mio augurio è che tu possa scoprirti seme, affondare radici profondamente e fiorire, blu e grigia, ad ogni primavera della vita mettendo nei tuoi colori la stessa intensità della tua determinazione.

 

La Prima Cosa

La fantasia è un giardino dove i desideri possono correre nudi. Per quanto ardisca, lo sguardo della volontà non raggiungerà mai un muro di confine. 

Qui è facile volare, ma è nelle passeggiate che assapori il meglio dei frutti che in abbondanza si protendono dai rami, come mani tese non per accarezzare ma per essere afferrate. Caldo, per chi ha fame di sole. Brezza, per chi reclama, a vele spiegate, spinta. 
Non si chiamano desideri, perché qui non si esprimono: eccoli già adulti mentre vengono concepiti.
Ogni tanto chiudo gli occhi per sentire l’odore della pioggia, tolgo le scarpe per affondare nel fango i piedi senza sporcarli. Le labbra increspate inventano parole mai pronunciate mentre l’orecchio le trasforma in discorsi applauditi.

In questo giardino la Libertà non è cresciuta perché mai ha smesso di giocare con la sua gemella Schiavitù. L’altezza non è ardimento perché non esiste gravità a contrastarla. Il mare non conosce rive, ma solo orizzonti che invitano l’occhio ancora più in la.
Ogni battito è un’eruzione vulcanica, il magma nero fiorisce variopinto e il tuono chiama un nome che non è perduto nella memoria ma attende vergine di essere scoperto.

In questo dominio senza padroni, non c’è conquista che più ambisco del saperti arresa al mio abbraccio.

32, 2016

Sono in un bar che porta il nome di una delle storie più antiche della nostra civiltà (Betlem), in una città in cui si parla una lingua che non conosco ma intuisco (Barcellona), bevendo qualcosa che non avevo mai assaggiato prima (Blue Betlem) e che ho scelto a caso, un po’ fidandomi della propensione a provare qualcosa che mi facesse meglio capire cosa questo posto ha da dire.

Non sono rimasto deluso dal cocktail. Così come non sono rimasto deluso da questo 2016, un anno così carico e abbondante da meritare di essere scolpito sulla pietra, come le mattanze migliori dei Raìs di Favignana.

Mi trovo a Barcellona in ossequio alla tradizione di spostarmi ogni anno, in prossimità del mio compleanno, in un porto di mare del Mediterraneo, per fermarmi a riflettere sul piccolo bilancio di un ennesimo anno passato. Quindi, come nel caso del 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009, di seguito si trovano le mie conclusioni sul 2016.

32.

Una costante dei miei bilanci fin qui è stata la tensione (più o meno latente) fra due parti di me, opposte. Quella nichilista, affamata di dominio e libertà (intesa come assenza di legami), che mi piace chiamare il Lupo. E poi la parte romantica, alla costante ricerca di scopo e appartenenza (intesa come necessità di un legame), che mi piace chiamare il Cane Pastore.

Il Lupo interpreta la vita come distinzione ed estinzione. Vive nel paradosso: percepisce la bellezza della caducità e beve sangue perché è qualcosa di vivo, ma per farlo deve uccidere. Il Cane Pastore ha bisogno di morire per qualcosa, è romantico perché cerca la buona morte, quella che incarna la fedeltà suprema ad un legame, ribadito con il sacrificio massimo.

Dopo anni di lotta, con alterni risultati, Lupo e Cane Pastore hanno deciso di mettersi d’accordo. Non si amano, ma sono riusciti a dare vita a qualcosa che non è ancora alleanza ma che è già ben più di una tregua: riconoscono all’altro il diritto di esistere.

Il risultato è stato questo 2016, i cui semi sono stati gettati nel 2015. È stato un anno perfetto da tutti i punti di vista. Ho raccolto i frutti di semine precedenti costate fatica e fede. Ho scoperto che ci sono passaggi a nord-ovest per chi non ha paura di mettere la propria vita sul piatto e sfidare le leggende tramandate dai nostri padri.

Ho scoperto che le persone più pericolose che ho incontrato finora non sono state quelle bugiarde. Bensì quelle che non si preoccupano di sfidare le proprie convinzioni, di coltivare il dubbio, di non vedere buchi e angoli da vicino, preferendo credere alle superfici lisce da lontano. Sono queste persone, armate di ottime intenzioni, a propagare l’idea che esista una soluzione alle cose. Invece delle due-tre possibili. Sono queste persone a sapere tutto quello che si dice in giro circa il mare oltre le Colonne d’Ercole, ma a non aver mai messo piede su una barca.

E io, per lungo tempo, sono stato una di queste persone.

Nel corso del 2016 ho amato quest’incoerenza che mi ha salvato da qualcosa di peggiore della morte per fallimento: una vita di errori senza apprendimento. A 32 anni tocco con mano i frutti di questo cambiamento compiuto, come un frutto maturo che quasi non ricorda di essere stato fiore.

Quest’ultimo anno non mi ha insegnato molto di nuovo ma mi hanno dato conferma di ciò che ho imparato nel corso dei precedenti, in particolare:

• Forse esistono convinzioni definitive, ma non possono esistere convinzioni universalmente valide.

• Chiunque ti insegna qualcosa. Ma succede solo quando ci si predisponiamo ad ascoltare.

• Non ha senso agire tanto per fare, ma neppure ha senso pensare tanto per immaginare mondi. Nel primo caso ci si tiene occupati camminando, ma senza una meta. Nel secondo caso si passa da una meta all’altra ma senza aver mai mosso un passo.

• Non esiste un unico sistema di riferimento per giudicare le azioni e la stessa azione compiuta da persone diverse potrebbe avere valori differenti. Per capire davvero le motivazioni di chi agisce occorrerebbe giudicare dalla sua prospettiva, abbandonando la nostra. Ma ho anche capito che a quel punto non ha più significato la ricerca della comprensione, perché saremmo d’accordo probabilmente con chi ha compiuto l’azione che ci ha turbato.

• Nella vita è molto comune accogliere o respingere a priori e sulla base di ciò definire spiegazioni e fatti, piuttosto che il contrario.

2016.

In questo 2016 ho incontrato persone che hanno sfidato le mie convinzioni su un piano diverso da quello in cui mi sento forte. Ho incontrato persone che hanno fatto dell’affetto una catena. Ho incontrato persone irriverenti che hanno fatto un falò con le mie intenzioni. Da tutte queste azioni ho avuto solo del bene.

Ho viaggiato molto nel 2016, rimanendo a Milano solo 144 giorni. Ho visitato posti incredibili e visto esseri umani condurre vite in osservanza di storie e convincimenti diversi dai miei. Ho capito che siamo meno liberi di quanto crediamo, almeno finché non accettiamo che la nostra libertà per qualcun altro abbia un nome diverso e a volte offensivo. Ho imparato che se questo è difficile, esiste comunque una lezione ancora più difficile da accettare: ciò che chiamiamo offesa potrebbe essere chiamata libertà da qualcuno che amiamo.

Nel 2016 ho rivalutato ogni errore o fallimento passato perché è stato come una martellata: mi ha reso affilato e duro, preparandomi per guerre e arene importanti.

Grazie a Epico ho scoperto il valore di un gruppo eterogeneo, grazie a WHY ho saggiato cosa ho imparato negli anni sul dare fiducia. La responsabilità dell’insegnamento allo IULM ha inaugurato per me una fase diversa nell’approccio a questa attività: meno auto-realizzazione e più servizio.

Ma soprattutto nel 2016 è successa una cosa strana: per la prima volta mi ricordo di tutte le persone stupende che – lavorativamente o meno – hanno contribuito a un anno spettacolare in tutto, mentre non provo che compassione per quelle che hanno causato momenti difficili. Non so quindi se il 2016 sia stato un anno davvero differente dagli altri, quanto a rapporto fra cose belle e cose brutte. Oppure se sono io ad aver sviluppato una sensibilità diversa nel giudicare le cose che mi sono capitate.

2017.

Per la legge della regressione dalla media a un anno eccezionalmente sopra la media (il 2016) deve seguire un anno decisamente sotto la media. Non so se sarà così oppure se ridefiniremo la media. Ma di certo non ho paura di scoprirlo.

Grazie, Blog.

Ho scritto tanto, ho scritto a tanti. Ho scritto per essere letto nel presente, ho scritto per mettere ordine nel passato, ho scritto al futuro che non esiste ancora. Ho scritto per sentirmi meno solo, ho scritto pensando che additare pubblicamente la solitudine potesse servire a cacciarla. Ho scritto perché ho scoperto che questo non è possibile, ma che scrivere aiuta a trovare qualcuno, come te, impegnato nella stessa impresa di Sisifo.

Tutto è andato via, prima o dopo. Tranne te.

In questi anni di scrittura non sei mai venuto meno. Sei sempre stato qui, ogni volta che ho sentito l’urgenza di vedere i miei pensieri prendere forma di lettera. Sì, ti ho creato io e tu non puoi abbandonarmi. Ma potrei farlo io. E mai ne ho avuto voglia.

Vero, i silenzi sono diventati più delle parole, ma come fra due persone che dopo aver parlato tanto si intendono con gli occhi. Credevo tu fossi uno spazio mio, ho scoperto che appartengo a questo spazio tanto quanto lo posseggo.

Siamo insieme da tempo. Ti ho costruito come tetto contro le intemperie della vita, ti ho dato forma come ad una lastra di marmo che riceve paziente la sofferenza dello scalpello, sei anche stato il tempio che celebra il trionfo e l’orecchio che accoglie la supplica senza giudicare. Mi ricordi i miei sbagli e quanto questi siano stati spesso fortunati. Mi ricordi che dentro ogni vittoria s’è nascosta una sconfitta armata solo di pugnale avvelenato. Mi ricordi i nomi dei Laocoonte giustiziati perché osarono frapporsi fra me e i miei cavalli di Troia. Mi ricordi che di questi i più pericolosi non celavano invasori, ma le mie inquietudini come in un vaso di Pandora.

Non so cosa avrei fatto in tutti questi anni senza di te. Senza questo specchio ritardato che sotto la polvere restituisce l’immagine di quello che fui e non di quello che sono. Non immagino come potrebbe essere la vita senza la possibilità di affidare l’inquietudine, la gioia, il dolore a una bottiglia lanciata nel mare in burrasca per sfidare i marosi del caso a dare un senso a tutto, recapitando il messaggio nelle mani sapienti di chi può fare di quel seme l’inizio di qualcosa di migliore.

Con la stessa semplicità con cui per anni hai accolto la sicurezza delle mie convinzioni assolute, oggi accogli i dubbi e le domande che sempre più numerosi germogliano sulle certezze di un tempo, come fiori da una carcassa.

Grazie, blog.

 

Una Nuova Onda dallo Stesso Mare

La maledizione del ritorno è quella per cui sei di nuovo qui, ma niente è come prima.

È vagare per la città dove sei cresciuto, dove hai imparato l’alfabeto delle emozioni, dove ogni angolo è un ricordo e scoprire che nulla di quello che era intimo esiste ancora. Insegne, persone, abitudini: tutto è cambiato negli anni in cui non eri qui a difenderne il ricordo.

Non è qualcosa di nuovo, è qualcosa di estraneo. Ha le sembianze di qualcuno che conosci, ma un animo nuovo. È un albero che non cambia le foglie, ma le radici. È sentirsi traditi come dalle amicizie dell’infanzia: credevamo di essere stati noi ad abbandonarle e poi scopriamo che tutto quello di cui non ci siamo curati mentre eravamo intenti a fare altro, ha deciso di proseguire noncurante.

Come un’eco che rimbalza per accorgersi di non avere più dove tornare: è rimasta uguale a se stessa ma nessuno può riconoscerlo.

In fondo però quei luoghi non sono mai esistiti. Sono indifferenti ai mille nomi che ricevono. Esistono e basta, in una trasformazione continua che li rende ricordi come una fotografia rende immobile un’espressione rubata. Come costellazioni che uniscono arbitrariamente stelle estranee a qualsiasi legame, è la nostra personale realtà quella che condividiamo. Una realtà che esiste e resiste finché abbiamo qualcuno con cui ricordarla. Come divinità tenute in vita dalle preghiere dei propri fedeli.

Solo nella volontà condivisa di oggi, può resistere un passato che si rinnova.

Allora vale anche tornare sulla stessa riva e immergere i piedi in un mare calmo, sapendo però che è ancora la stessa acqua dell’onda impetuosa che fu. Desiderando ancora quell’impeto, è la nuova onda che aspettiamo. Dallo stesso mare.

Il Sogno del Corvo

Ieri notte ero un corvo, in sogno. Ho volato così vicino alle nuvole da vedere gli uomini grandi come formiche operose. Ho volato così a lungo attraversando albe e tramonti da vedere gli uomini consumarsi come la fiamma di una candela.

Ecco cosa ho osservato.

Al primo livello si impara a camminare. È pieno di gente. La strada è larga e in discesa, quasi è lei a guidarti. Ma si procede lentamente, si segue la linea più comoda del terreno. La strada è così larga che non sembra una strada ma una piazza: è fatta quasi più per sostare. E questo fanno in molti, costruendo comodità lungo la via per riposarsi e riposando così a lungo da dimenticare che si era in cammino. Sono coloro che viaggiano trascinando il carro, senza staccare gli occhi da terra se non per brevi momenti.

Al secondo livello sono in pochi. Non sanno cosa vogliono, ma si sentono come soffocare. Ogni giorno camminano come se avessero da trasportare un’enorme peso in petto. Non sanno bene cos’è. Sanno che devono liberarsene. Ad ogni sosta, sempre più frequente, il loro sguardo vola oltre i margini della folla. Non avanti, dove tutti guardano. Non indietro, per cercare amici e fratelli. Ma lateralmente. Laddove non avrebbe senso andare. Finché un giorno incapaci di sopportare oltre decidono di arrendersi e abbandonare il cammino. Non sanno dove andare, ma sanno da cosa intendono fuggire. È così che scoprono altre vie. Strette, impervie, appena tracciate. Sono ripide o erte, ma mai in piano. Sono corte e per questo faticose. Sentieri sui quali per proseguire non bastano i piedi e a volte neppure le mani. Ed è qui che i pochi imparano a volare. Liberati improvvisamente dal peso della strada facile, non più subendo la guida della massa, scoprono che non hanno mai camminato. Ma erano naufraghi alla deriva. Senza meta. Solo su queste strade difficili si scopre il senso del cammino, che è ascensione e caduta. Incontrano compagni con la gioia della fatica negli occhi, fratelli con i quali condividono tutto parlando di rado. Essi sono coloro a cui il rifiuto di tutto quello che sta intorno ha fatto volgere gli occhi al cielo, trovando nelle stelle un’indicazione di rotta, una bussola.

Al terzo livello alcuni dei pochi perdono il sentiero. È buio, sono soli, fa freddo, piove. È facile smarrirsi seguendo un sentiero poco battuto. Ed è lì che la disperazione li assale. Nessuna traccia, nessuna strada. Nessun compagno che anni addietro abbia già scorticato la terra con il proprio passo, indicando la direzione. Ed è morte nel cuore. Ma dopo ecco l’alba: e i pochi scampati alla solitudine della notte scoprono che esiste un altro modo di camminare. È fatto di totale libertà e silenzio. Nessuna traccia da seguire, neppure abbozzata: l’unica strada è quello che si lasciano dietro, passo dopo passo verso l’ignoto. Sono coloro che aprono le piste per chi verrà dopo. Sono coloro che una notte di tempesta ha liberato dall’obbligo della bussola.

Infine al quarto livello arrivano solo coloro che giungono a comprendere la verità stessa del cammino. Liberati dalle illusioni essi viaggiano né con fatica né con fretta. Seguono il proprio cammino percorrendo ora la strada larga e affollata, ora il sentiero per la vetta appena tracciato. Laddove non trovano via, la creano. Laddove la via esiste già, non la rifiutano. Perché a ben guardare è su nessuna strada che stanno poggiando i piedi. Tutte le direzioni sono uguali, quindi non vanno da nessuna parte. La strada è dentro di loro, quindi non smettono mai di viaggiare.