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32, 2016

Sono in un bar che porta il nome di una delle storie più antiche della nostra civiltà (Betlem), in una città in cui si parla una lingua che non conosco ma intuisco (Barcellona), bevendo qualcosa che non avevo mai assaggiato prima (Blue Betlem) e che ho scelto a caso, un po’ fidandomi della propensione a provare qualcosa che mi facesse meglio capire cosa questo posto ha da dire.

Non sono rimasto deluso dal cocktail. Così come non sono rimasto deluso da questo 2016, un anno così carico e abbondante da meritare di essere scolpito sulla pietra, come le mattanze migliori dei Raìs di Favignana.

Mi trovo a Barcellona in ossequio alla tradizione di spostarmi ogni anno, in prossimità del mio compleanno, in un porto di mare del Mediterraneo, per fermarmi a riflettere sul piccolo bilancio di un ennesimo anno passato. Quindi, come nel caso del 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010, 2009, di seguito si trovano le mie conclusioni sul 2016.

32.

Una costante dei miei bilanci fin qui è stata la tensione (più o meno latente) fra due parti di me, opposte. Quella nichilista, affamata di dominio e libertà (intesa come assenza di legami), che mi piace chiamare il Lupo. E poi la parte romantica, alla costante ricerca di scopo e appartenenza (intesa come necessità di un legame), che mi piace chiamare il Cane Pastore.

Il Lupo interpreta la vita come distinzione ed estinzione. Vive nel paradosso: percepisce la bellezza della caducità e beve sangue perché è qualcosa di vivo, ma per farlo deve uccidere. Il Cane Pastore ha bisogno di morire per qualcosa, è romantico perché cerca la buona morte, quella che incarna la fedeltà suprema ad un legame, ribadito con il sacrificio massimo.

Dopo anni di lotta, con alterni risultati, Lupo e Cane Pastore hanno deciso di mettersi d’accordo. Non si amano, ma sono riusciti a dare vita a qualcosa che non è ancora alleanza ma che è già ben più di una tregua: riconoscono all’altro il diritto di esistere.

Il risultato è stato questo 2016, i cui semi sono stati gettati nel 2015. È stato un anno perfetto da tutti i punti di vista. Ho raccolto i frutti di semine precedenti costate fatica e fede. Ho scoperto che ci sono passaggi a nord-ovest per chi non ha paura di mettere la propria vita sul piatto e sfidare le leggende tramandate dai nostri padri.

Ho scoperto che le persone più pericolose che ho incontrato finora non sono state quelle bugiarde. Bensì quelle che non si preoccupano di sfidare le proprie convinzioni, di coltivare il dubbio, di non vedere buchi e angoli da vicino, preferendo credere alle superfici lisce da lontano. Sono queste persone, armate di ottime intenzioni, a propagare l’idea che esista una soluzione alle cose. Invece delle due-tre possibili. Sono queste persone a sapere tutto quello che si dice in giro circa il mare oltre le Colonne d’Ercole, ma a non aver mai messo piede su una barca.

E io, per lungo tempo, sono stato una di queste persone.

Nel corso del 2016 ho amato quest’incoerenza che mi ha salvato da qualcosa di peggiore della morte per fallimento: una vita di errori senza apprendimento. A 32 anni tocco con mano i frutti di questo cambiamento compiuto, come un frutto maturo che quasi non ricorda di essere stato fiore.

Quest’ultimo anno non mi ha insegnato molto di nuovo ma mi hanno dato conferma di ciò che ho imparato nel corso dei precedenti, in particolare:

• Forse esistono convinzioni definitive, ma non possono esistere convinzioni universalmente valide.

• Chiunque ti insegna qualcosa. Ma succede solo quando ci si predisponiamo ad ascoltare.

• Non ha senso agire tanto per fare, ma neppure ha senso pensare tanto per immaginare mondi. Nel primo caso ci si tiene occupati camminando, ma senza una meta. Nel secondo caso si passa da una meta all’altra ma senza aver mai mosso un passo.

• Non esiste un unico sistema di riferimento per giudicare le azioni e la stessa azione compiuta da persone diverse potrebbe avere valori differenti. Per capire davvero le motivazioni di chi agisce occorrerebbe giudicare dalla sua prospettiva, abbandonando la nostra. Ma ho anche capito che a quel punto non ha più significato la ricerca della comprensione, perché saremmo d’accordo probabilmente con chi ha compiuto l’azione che ci ha turbato.

• Nella vita è molto comune accogliere o respingere a priori e sulla base di ciò definire spiegazioni e fatti, piuttosto che il contrario.

2016.

In questo 2016 ho incontrato persone che hanno sfidato le mie convinzioni su un piano diverso da quello in cui mi sento forte. Ho incontrato persone che hanno fatto dell’affetto una catena. Ho incontrato persone irriverenti che hanno fatto un falò con le mie intenzioni. Da tutte queste azioni ho avuto solo del bene.

Ho viaggiato molto nel 2016, rimanendo a Milano solo 144 giorni. Ho visitato posti incredibili e visto esseri umani condurre vite in osservanza di storie e convincimenti diversi dai miei. Ho capito che siamo meno liberi di quanto crediamo, almeno finché non accettiamo che la nostra libertà per qualcun altro abbia un nome diverso e a volte offensivo. Ho imparato che se questo è difficile, esiste comunque una lezione ancora più difficile da accettare: ciò che chiamiamo offesa potrebbe essere chiamata libertà da qualcuno che amiamo.

Nel 2016 ho rivalutato ogni errore o fallimento passato perché è stato come una martellata: mi ha reso affilato e duro, preparandomi per guerre e arene importanti.

Grazie a Epico ho scoperto il valore di un gruppo eterogeneo, grazie a WHY ho saggiato cosa ho imparato negli anni sul dare fiducia. La responsabilità dell’insegnamento allo IULM ha inaugurato per me una fase diversa nell’approccio a questa attività: meno auto-realizzazione e più servizio.

Ma soprattutto nel 2016 è successa una cosa strana: per la prima volta mi ricordo di tutte le persone stupende che – lavorativamente o meno – hanno contribuito a un anno spettacolare in tutto, mentre non provo che compassione per quelle che hanno causato momenti difficili. Non so quindi se il 2016 sia stato un anno davvero differente dagli altri, quanto a rapporto fra cose belle e cose brutte. Oppure se sono io ad aver sviluppato una sensibilità diversa nel giudicare le cose che mi sono capitate.

2017.

Per la legge della regressione dalla media a un anno eccezionalmente sopra la media (il 2016) deve seguire un anno decisamente sotto la media. Non so se sarà così oppure se ridefiniremo la media. Ma di certo non ho paura di scoprirlo.

Grazie, Blog.

Ho scritto tanto, ho scritto a tanti. Ho scritto per essere letto nel presente, ho scritto per mettere ordine nel passato, ho scritto al futuro che non esiste ancora. Ho scritto per sentirmi meno solo, ho scritto pensando che additare pubblicamente la solitudine potesse servire a cacciarla. Ho scritto perché ho scoperto che questo non è possibile, ma che scrivere aiuta a trovare qualcuno, come te, impegnato nella stessa impresa di Sisifo.

Tutto è andato via, prima o dopo. Tranne te.

In questi anni di scrittura non sei mai venuto meno. Sei sempre stato qui, ogni volta che ho sentito l’urgenza di vedere i miei pensieri prendere forma di lettera. Sì, ti ho creato io e tu non puoi abbandonarmi. Ma potrei farlo io. E mai ne ho avuto voglia.

Vero, i silenzi sono diventati più delle parole, ma come fra due persone che dopo aver parlato tanto si intendono con gli occhi. Credevo tu fossi uno spazio mio, ho scoperto che appartengo a questo spazio tanto quanto lo posseggo.

Siamo insieme da tempo. Ti ho costruito come tetto contro le intemperie della vita, ti ho dato forma come ad una lastra di marmo che riceve paziente la sofferenza dello scalpello, sei anche stato il tempio che celebra il trionfo e l’orecchio che accoglie la supplica senza giudicare. Mi ricordi i miei sbagli e quanto questi siano stati spesso fortunati. Mi ricordi che dentro ogni vittoria s’è nascosta una sconfitta armata solo di pugnale avvelenato. Mi ricordi i nomi dei Laocoonte giustiziati perché osarono frapporsi fra me e i miei cavalli di Troia. Mi ricordi che di questi i più pericolosi non celavano invasori, ma le mie inquietudini come in un vaso di Pandora.

Non so cosa avrei fatto in tutti questi anni senza di te. Senza questo specchio ritardato che sotto la polvere restituisce l’immagine di quello che fui e non di quello che sono. Non immagino come potrebbe essere la vita senza la possibilità di affidare l’inquietudine, la gioia, il dolore a una bottiglia lanciata nel mare in burrasca per sfidare i marosi del caso a dare un senso a tutto, recapitando il messaggio nelle mani sapienti di chi può fare di quel seme l’inizio di qualcosa di migliore.

Con la stessa semplicità con cui per anni hai accolto la sicurezza delle mie convinzioni assolute, oggi accogli i dubbi e le domande che sempre più numerosi germogliano sulle certezze di un tempo, come fiori da una carcassa.

Grazie, blog.

 

Una Nuova Onda dallo Stesso Mare

La maledizione del ritorno è quella per cui sei di nuovo qui, ma niente è come prima.

È vagare per la città dove sei cresciuto, dove hai imparato l’alfabeto delle emozioni, dove ogni angolo è un ricordo e scoprire che nulla di quello che era intimo esiste ancora. Insegne, persone, abitudini: tutto è cambiato negli anni in cui non eri qui a difenderne il ricordo.

Non è qualcosa di nuovo, è qualcosa di estraneo. Ha le sembianze di qualcuno che conosci, ma un animo nuovo. È un albero che non cambia le foglie, ma le radici. È sentirsi traditi come dalle amicizie dell’infanzia: credevamo di essere stati noi ad abbandonarle e poi scopriamo che tutto quello di cui non ci siamo curati mentre eravamo intenti a fare altro, ha deciso di proseguire noncurante.

Come un’eco che rimbalza per accorgersi di non avere più dove tornare: è rimasta uguale a se stessa ma nessuno può riconoscerlo.

In fondo però quei luoghi non sono mai esistiti. Sono indifferenti ai mille nomi che ricevono. Esistono e basta, in una trasformazione continua che li rende ricordi come una fotografia rende immobile un’espressione rubata. Come costellazioni che uniscono arbitrariamente stelle estranee a qualsiasi legame, è la nostra personale realtà quella che condividiamo. Una realtà che esiste e resiste finché abbiamo qualcuno con cui ricordarla. Come divinità tenute in vita dalle preghiere dei propri fedeli.

Solo nella volontà condivisa di oggi, può resistere un passato che si rinnova.

Allora vale anche tornare sulla stessa riva e immergere i piedi in un mare calmo, sapendo però che è ancora la stessa acqua dell’onda impetuosa che fu. Desiderando ancora quell’impeto, è la nuova onda che aspettiamo. Dallo stesso mare.

Il Sogno del Corvo

Ieri notte ero un corvo, in sogno. Ho volato così vicino alle nuvole da vedere gli uomini grandi come formiche operose. Ho volato così a lungo attraversando albe e tramonti da vedere gli uomini consumarsi come la fiamma di una candela.

Ecco cosa ho osservato.

Al primo livello si impara a camminare. È pieno di gente. La strada è larga e in discesa, quasi è lei a guidarti. Ma si procede lentamente, si segue la linea più comoda del terreno. La strada è così larga che non sembra una strada ma una piazza: è fatta quasi più per sostare. E questo fanno in molti, costruendo comodità lungo la via per riposarsi e riposando così a lungo da dimenticare che si era in cammino. Sono coloro che viaggiano trascinando il carro, senza staccare gli occhi da terra se non per brevi momenti.

Al secondo livello sono in pochi. Non sanno cosa vogliono, ma si sentono come soffocare. Ogni giorno camminano come se avessero da trasportare un’enorme peso in petto. Non sanno bene cos’è. Sanno che devono liberarsene. Ad ogni sosta, sempre più frequente, il loro sguardo vola oltre i margini della folla. Non avanti, dove tutti guardano. Non indietro, per cercare amici e fratelli. Ma lateralmente. Laddove non avrebbe senso andare. Finché un giorno incapaci di sopportare oltre decidono di arrendersi e abbandonare il cammino. Non sanno dove andare, ma sanno da cosa intendono fuggire. È così che scoprono altre vie. Strette, impervie, appena tracciate. Sono ripide o erte, ma mai in piano. Sono corte e per questo faticose. Sentieri sui quali per proseguire non bastano i piedi e a volte neppure le mani. Ed è qui che i pochi imparano a volare. Liberati improvvisamente dal peso della strada facile, non più subendo la guida della massa, scoprono che non hanno mai camminato. Ma erano naufraghi alla deriva. Senza meta. Solo su queste strade difficili si scopre il senso del cammino, che è ascensione e caduta. Incontrano compagni con la gioia della fatica negli occhi, fratelli con i quali condividono tutto parlando di rado. Essi sono coloro a cui il rifiuto di tutto quello che sta intorno ha fatto volgere gli occhi al cielo, trovando nelle stelle un’indicazione di rotta, una bussola.

Al terzo livello alcuni dei pochi perdono il sentiero. È buio, sono soli, fa freddo, piove. È facile smarrirsi seguendo un sentiero poco battuto. Ed è lì che la disperazione li assale. Nessuna traccia, nessuna strada. Nessun compagno che anni addietro abbia già scorticato la terra con il proprio passo, indicando la direzione. Ed è morte nel cuore. Ma dopo ecco l’alba: e i pochi scampati alla solitudine della notte scoprono che esiste un altro modo di camminare. È fatto di totale libertà e silenzio. Nessuna traccia da seguire, neppure abbozzata: l’unica strada è quello che si lasciano dietro, passo dopo passo verso l’ignoto. Sono coloro che aprono le piste per chi verrà dopo. Sono coloro che una notte di tempesta ha liberato dall’obbligo della bussola.

Infine al quarto livello arrivano solo coloro che giungono a comprendere la verità stessa del cammino. Liberati dalle illusioni essi viaggiano né con fatica né con fretta. Seguono il proprio cammino percorrendo ora la strada larga e affollata, ora il sentiero per la vetta appena tracciato. Laddove non trovano via, la creano. Laddove la via esiste già, non la rifiutano. Perché a ben guardare è su nessuna strada che stanno poggiando i piedi. Tutte le direzioni sono uguali, quindi non vanno da nessuna parte. La strada è dentro di loro, quindi non smettono mai di viaggiare.

Castello

Memoria.

Se c’è una cosa che accumuna gli esseri umani di tutte le epoche, probabilmente è il desiderio di immortalità. O almeno: l’idea che la morte non sia davvero la fine. Che ci sia una continuazione di qualche tipo, dopo. O al minimo che possiamo durare nel ricordo quotidiano di chi resta. Generazione dopo generazione.

Castello è un luogo della memoria, dove il tempo sembra passare più pigro che altrove. Le case sono lì da qualche secolo, con appena qualche lenzuolo e condizionatore a ricordare che siamo nel 2016. Ovunque sono ancora visibili memorie di tempi pregressi. Eppure nessuno ricorda più cosa significhino queste testimonianze.

Araldi e altarini che nessuno più ricorda, garantiscono sopravvivenza di qualcosa che nessuno sa più leggere. È un’immortalità beffarda: mantiene la promessa di vincere il tempo, ma la svuota di significato. Sarai lì, sotto gli occhi di tutti, per sempre. Ma non sapranno chi o cosa sei. Ti ammireranno senza capirti, come in un contrappasso dantesco. Sarai John Cabot che mise piede in Terranova, ma non capiranno l’impresa. Sarai sette martiri, ridotti a un’insegna di un circolo di anziani. Sarai un Castello senza castello.

L’eternità non è fatta per l’uomo. Siamo costretti all’attimo, perché è il momento la nostra dimensione.

Scegliere

A prima vista sembrerebbe che scegliere sia una questione di capire. Capire le opzioni, valutarne le conseguenze. Selezionare la migliore opzione possibile.

Stronzate. Se avete mai guardato da vicino le scelte, converrete con me che non è così. Affatto. Del resto se bastasse questo sarebbe un mondo pieno di saggi felici.

Per qualcuno la scelta è una lotteria: se non possiamo davvero conoscere tutte le conseguenze e ponderare bene tutte le alternative, allora è come lanciare una moneta. Tanto vale non stare troppo a pensarci su e lasciare che sia davvero testa-o-croce a decidere. Ma non funziona neppure così.

È molto peggio.

Scegliere è un salto, abbiamo il pieno controllo delle forze che ci fanno staccare da terra, ma non sappiamo bene dove atterreremo. Sappiamo solo che atterreremo. Abbiamo iniziato qualcosa senza poter sapere esattamente come finirà.

Da studente di Scienze Politiche ebbi l’impressione che non ci fosse nessuna domanda a cui Kant non avesse trovato una risposta. Una delle domande più affascinanti riguarda la legittimità di una rivoluzione. È legittimo rovesciare un sistema preesistente, prendendone il posto? Ebbene Kant dice: qualsiasi rivoluzione, a prescindere dal motivo che l’ha generata, è illegittima. E come tale merita di essere soffocata dal sistema di cui viola le regole.

Però: se la rivoluzione ha successo nel rovesciare il sistema, ecco che ne instaura uno nuovo. In virtù del quale la rivoluzione stessa diventa legittima. 

Il motivo per cui scegliere è complicato non è la difficoltà di azzeccare una risposta. Ma il sapere che la risposta potrebbe cambiare la domanda. 

Tutte le scelte che abbiamo fatto nel passato sono legate insieme, tenacemente. Esse contengono il futuro. Ma non come un vaso, che posso mandare in inutili frantumi. Sono un seme. Che quando si rompe mostra solo fame di nuove primavere. 

Se rompere un equilibrio ne crea uno nuovo, allora non ha senso chiedersi se tale rottura sia giusta. Perché quando sarà avvenuta, diventerà giusta. Come il seme che abbandonato alla deriva dall’albero, diventa esso stesso albero.

Scegliere è come mettersi in cammino con una meta in mente: l’unica cosa garantita è il viaggio.

Addii, in uno specchio a Madrid

Non mi sono accorto di quando sei andato via. 

Lo hai fatto in silenzio, anche se la tua voce era sempre un urlo. Lo hai fatto con discrezione tu che riconoscevi un limite solo per attraversarlo furiosamente.

Mi manca quel modo in cui il suono di una guancia percossa da una carezza ti accendeva il battito del cuore. Amavi serrare il pugno, scagliarlo addosso a qualcuno ti illudeva di liberarti da un peso. Non conoscevi la parola «sosta» perché per te la vita era una corsa senza traguardo. Tu volevi solo tenere gli altri indietro, correre per essere in testa non per arrivare primo.

Per molto tempo ho creduto tu fossi la mia sola alternativa. Mi sbagliavo: io volevo essere te.  

Dove sarai adesso?

Ancora in giro, a passo deciso con quell’espressione in viso di chi ha una destinazione ma in realtà vaga senza una ragione.

Ancora la fuori, pronto a sfoderare la lingua per trafiggere uno sguardo impudente. 

Ancora fedele al tuo codice inventato, che prescrive una vita di virtù e privazioni solo per poter rendere più grande l’eccezione e più memorabile l’errore. 

Se chiudo gli occhi posso averti ancora qui, rivivere le nostre avventure. Posso quasi sentire la tua fame che scalcia, posso vedere la paura di chi non è ancora sopravvissuto al primo naufragio di sogni e speranze, posso toccare quella tua impazienza così densa da erigere un muro fra te e gli altri. 

Non so se sei stato una benedizione in quegli anni. Allora facevo ancora confusione fra i giudizi e i desideri. Non importa. Eravamo lì, eravamo soli e insieme nello stesso tempo. Come due galeotti incatenati al medesimo remo, non lo abbiamo scelto ma lo abbiamo accettato. 

Non posso dire che mi manchi. Non posso dire di voler tornare ad allora. So che te ne sei andato per questo: hai sempre vissuto in bianco e nero, dentro la trincea di una fedeltà per partito preso. Hai sempre avuto disgusto per i deboli, quelli che hanno bisogno di una convenienza per sostenere una fede. 

Chissà cosa penseresti dei miei capelli ammorbiditi dalla lunghezza, del mio corpo inflaccidito dal buon cibo, del mio bere per il gusto e non per l’ebbrezza. Forse sarei uno di quelli che giudicavi con un occhiata, sperando che ti dessero l’opportunità di dimostrare quanto poco valessero.

O forse te ne sei andato perché dentro di te avevi capito che in fondo non poteva durare. Sapevi che prima o dopo avremmo smesso di chiederci se dovevamo temere ciò che respirava oltre il muro e avremmo iniziato a chiederci perché esisteva il muro.

31, 2015

Prendo gli ultimi giorni di questo 2015 per il mio bilancio di fine anno (una consuetudine che si trascina da qualche anno: 2014, 2013, 2012, 2011, 20102009).

31.

Camminare in equilibrio su una fune è una delle abilità più affascinanti che un uomo possa acquisire. Ma è anche una delle meno utili: difficilmente ci capita di dover camminare in equilibrio su un filo, nella vita di tutti i giorni.

Questo almeno pensavo prima di questo trentunesimo anno. Quest’anno ho imparato che ci sono molte analogie fra vivere ed essere un funambolo.

Uno: Accettare l’esistenza di tutto il resto, senza lasciarsi distrarre.

Sei lassù, ad un’altezza proibita per l’essere umano. Intorno a te il mondo, come non lo avevi mai visto. È bello, è estasi, è paura. La prima reazione è far finta che non esista. Per restare concentrati. Ma lui esiste. È lì. Hai quasi l’impressione di poterlo toccare, se allunghi un braccio. E se ti capita di allungarlo quel braccio, sarà meglio che ti spuntino le ali, perché rischi di dover imparare a volare. Per questo preferiamo non vederlo. Per restare concentrati. Concentrati sul non deragliare. Questo è quello che ho fatto finora, per evitare la fine di Ulisse, smarritosi sulla via del ritorno.

Far finta di nulla non mi ha aiutato. Cedere alla distrazione ha rischiato di uccidermi più volte. Perché mi sono concentrato sulla cosa sbagliata: non perdere l’equilibrio. Questo trentunesimo anno mi ha mostrato che «avere equilibrio» è molto diverso da «non perdere equilibrio» . Anzi, la caratteristica dell’equilibrio non è eliminare tutte le forze che ti spingono a cadere. Ma metterle in concorrenza fra loro affinché si bilancino a vicenda.

Il primo dono di questi 31 anni: la capacità di accogliere. Accogliere queste forze, accettarle e non cercare di annullarle. Ma di metterle in equilibrio.

Due: per andare avanti bisogna concentrarsi sul perché si fa una cosa, non sul perché non si dovrebbe fare.

È abbastanza facile farsi un’idea delle situazioni finché non ci siamo dentro. Da laggiù il funambolo appare incredibile, sospeso. Ma in fondo è solo un uomo che deve mettere un piede davanti all’altro in linea retta. Solo lui, da lassù, sa quante battaglie simultaneamente deve vincere per riuscire a muovere anche solo quel piccolo passo. Il più cruento di questi scontri non è contro il vento. Non è contro la fune. Non è contro il bilanciere. È contro la propria mente. È contro la parte di noi che si focalizza su ciò che potremmo perdere, anziché su ciò che vogliamo acquisire. La lotta più dura è contro la paralisi. Perché sulla fune, come nella vita, non puoi tornare indietro ma solo andare avanti. E una volta mosso il primo passo il dubbio diventa inazione, unico vero pericolo mortale.

Sono stato sempre molto bravo a descrivere i problemi e anticipare i pericoli. Questo mi ha impedito di commettere errori. Ma anche di andare avanti. Ho guardato nel vuoto e ho correttamente passato in rassegna i miliardi e uno modi diversi in cui avrei potuto rischiare di cadere giù. Ma niente di tutto questo mi ha aiutato a restare in equilibrio sulla mia fune.

Il secondo dono di questi 31 anni: la capacità di non pensare al baratro e cercare di muovere i piedi ricordando perché voglio arrivare dall’altro lato della fune.

Tre: la lunga distanza è possibile solo grazie a piccoli passi. Ma è più della somma di piccoli passi.

Sulla fune è solo un piccolo passo per volta. Un piccolo passo possibile solo pensando alla lunga distanza. Ogni volta che il piede tocca la fune occorre ricordare quanta strada è già stata percorsa e quanta ancora ne rimane. Per dosare le energie, affinché ogni singolo gesto venga compiuto come fosse l’unico ma pensato per un arrivo dopo molti passi.

A 31 anni ho il privilegio di essere spesso il più giovane a fare quello che faccio. Il primo. La velocità è sempre stata la mia ossessione, non per arrivare prima di qualcun altro. Ma per sfidare i miei limiti. Per trent’anni sono stato un buon sprinter. Forse troppo tardi, ma ho capito che dopo una breve distanza vinta, ce ne sarà un’altra. E un’altra ancora. È sulla lunga distanza che occorre testare le proprie capacità.

Il terzo dono di questi 31 anni: capire che un cammino è fatto della somma di piccoli passi. Ma non è la somma di piccoli passi a fare un cammino.

Quattro: perdere aiuta a vincere.

La fune è una via che non ammette il superfluo. Tutto quello che porti con te su quella fune stretta è d’aiuto solo se ben bilanciato. Nulla sale sulla fune con successo se non porta con sé un opposto simmetrico. Portare poco e portare solo cose che possono essere bilanciate.

Questo primo anno dopo i trenta ha visto la definitiva chiusura di alcuni capitoli della mia vita. Con cui ho fatto pace. Ho perso qualcosa lungo il percorso, ma ciò mi ha reso più leggero dandomi slancio per le nuove avventure che ho intrapreso. Ho imparato che combattere è importante, ma a volte saper incassare un colpo è più utile che cercare rivalsa. Aiuta a procedere leggeri anziché fermarsi nel passato. La miglior rivalsa è un passo avanti verso il futuro.

2015.

Ciao 2015. Sei stato il miglior anno, professionalmente parlando. Mi hai regalato tanti stimoli ma soprattutto tante conferme.

Lasciai con rammarico la possibilità di un percorso accademico per venire a Milano. E nel 2015 ho iniziato ad insegnare Communication Strategy allo IULM.

Credevo che fosse il momento adatto per un soggetto focalizzato sullo storytelling di brand attraverso foto e video ed Epico è una grande conferma.

Ero convinto che si potesse lavorare focalizzandosi solo sulla Digital Strategy con un team piccolo ma affiatato. Senza neppure avere un ufficio. Contro l’opinione di molti WHY è stata la prova che sì, il mercato premia questo tipo di valore.

Aver avuto ragione è stato gratificante, ovviamente. Ma l’ingrediente più importante di questi traguardi è stato: aver tentato. I motivi per cui questi successi potevano invece essere fallimenti erano molti. Ma sono andato avanti, senza cedere alla paura. Anzi portandola con me, come un peso da utilizzare per bilanciarmi sulla fune. Il 2015 è stato un banco di prova per confermare, sfidandole, le lezioni apprese al costo di tanti fallimenti in questi 6 anni.

2016.

Stai per arrivare. Non posso sapere cosa porterai, ma so per certo che troverai un funambolo allenato ad attenderti. Non posso evitare errori o avversità. Ma posso tenermi in equilibrio bilanciandole con quello di cui sono capace.

Dinosauri

Siamo sopravvissuti al meteorite, continuiamo a disegnare lo stesso tragitto con i nostri passi lenti. La nostra eccezione è essere sopravvissuti come regola, contro ogni pudore.

In un mondo ormai così diverso, a cosa serviamo? Non siamo ricordo, siamo offesa a noi stessi. Siamo promesse infrante e desiderio di cui è rimasto solo l’odore. Stantio, come qualsiasi delle cose sopravvissute.

Una stella lassù, che splende come ogni mattino. Sembra una certezza tanto è immutata. Eppure, è così lontana che potrebbe essere ormai spenta. Ma io ancora non lo so, perché posso vedere solo la sua eco.

Sabaudia, è dove quel vento ci ha portato

Era un viaggio verso nord.

È sempre un viaggio verso nord. Siamo migratori nel sangue e le nostre peregrinazioni seguono sempre l’istinto dei nostri padri.

Era un viaggio verso nord, e io lo avevo dimenticato. Era sepolto per bene sotto la terra dei piccoli fatti di ogni giorno. Nulla in confronto a quel viaggio, ma le cose grandi vengono sempre sommerse da una moltitudine di piccole cose: è sempre la sabbia o la cenere alla fine che affonda le capitali dei tempi che furono.

Un filo. Un filo che è una canzone. La canzone di quei giorni. Era ovunque: più dell’aria e dell’odore forte del tuo dopobarba. Alle prime tre note il pentagramma si trasforma in strada, quella che percorrevamo da Catania verso il Lazio, su una Passat presa a nolo. Avevamo la fretta di Ulisse che brama, più che quella di Enea che fugge. Ciascuno di noi due nelle pause di silenzio ripassava a mente il proprio piano, il proprio ruolo, il proprio desiderio. Un braccio di mare stretto segnava la fine della passeggiata e l’inizio del viaggio, in quell’Italia sdraiata che sulla cartina sembrava così ansiosa di calciare via la nostra terra a tre punte. Per sempre.

Eravamo io e te. Un uomo e un ragazzino. Eravamo due ma ciascuno perseguiva il proprio, di viaggio. È sempre stato così tra noi in realtà. Ma l’ho capito dopo, quando sono diventato adulto. A te non importava, i modi ti sono sempre sembrati una conseguenza automatica dei fini da raggiungere. Io ero ancora un adolescente con più parole in mente di quelle sulla lingua. A volte fantastico sul tempo: sarei stato mai in grado di cambiare le cose se avessi saputo quello che so oggi?

I nostri viaggi percorrevano la stessa strada. Sei stato compagno del mio e io complice del tuo. Le nostre mete non erano sogni ma vaneggiamenti. E quando ce ne accorgemmo non ci fu delusione. Quel viaggio fu il nostro Godot: ognuno di noi aspettava qualcosa che non arrivò, ma eravamo insieme. Un’anticipazione della vita che seguì, dove le pause intorno al fuoco e le lunghe faticate sotto il sole con i compagni di strada sono gli unici ricordi sopravvissuti. Siamo mai giunti da qualche parte? Dove volevo andare? L’ho dimenticato. Ma ricordo ogni granello di polvere sollevato nella nostra marcia insieme.

Oggi non sei più al fianco. E io ho abbandonato il tuo.

Quando pensiamo alla perdita, il pensiero della morte ci assale. Eppure la vita ha inventato modi più terribili di separare. Questi sono come un vetro: continui a vedere tutto, ma non puoi toccare. Urli, ma nessuno ti sente. E dall’altra parte del vetro non capiscono il tuo dimenare forsennato. Come tu non comprendi le loro azioni. Ed è distanza di ciò che prima era vicino.

Quando veniamo al mondo la bocca non conosce parole e così da voce al cuore e alle emozioni. A ogni parola che impariamo condanniamo la bocca ad essere parte della testa, lasciando il cuore muto.

Con una mano appoggiata al vetro che la vita ha costruito fra noi, solo il ricordo di quel viaggio è memoria del calore del tuo palmo sul mio.