Fin da bambino fui affascinato dagli alberi. Ero inconsapevolmente d’accordo con Ovidio già allora: essere pianta doveva essere una gran maledizione.
Inchiodato al terreno, sei preda della ciclica volubilità delle stagioni. Indifeso contro tutto ciò che sulla terra ha dono di movimento, persino gli insetti possono arrecarti danno. Ti è necessario ciò che, troppo pesante per vivere in cielo, viene concesso giù con gran fragore. Tuo nutrimento è ciò che resta dei pasti degli altri: persino ciò che è infimo è prima lasciato ai vermi.
Neppure la maestosa sequoia può influenzare ciò che le accade. Eppure vive più di un uomo, il più abile tra gli animali. Non può scegliere, ma ha imparato a trasformare. L’urina in fiore odoroso. L’insetto in emissario. La carcassa di chi fa preda dei germogli diventa centimetro che avvicina al cielo. Per arrivare più in là degli altri, vincendo la gravità e contro il tempo.
Di queste virtù, una sola ne bramo: possa io sempre saper fiorire teneramente, anche dopo l’inverno più rigido.
La sabbia volava negli occhi. Non era vento a muoverla. Ma calci scomposti, come lampi in una selva di piedi. Il loro tuono erano grida di gioia sudata. Ero un bimbo e guardavo gli adulti giocare al pallone, sulla spiaggia. Era vigilia d’estate, forse il 25 Aprile. O il 2 Giugno. Non ricordo la data ma è rimasto il momento. Come un fossile, che della conchiglia cattura la forma ma non il contenuto.
Non era una partita di calcio, era quasi una rappresentazione: si evocava una giovinezza recitata a memoria, con la sicurezza di chi l’ha già percorsa, con la passione di chi ne ha nostalgia.
Guardavo quegli adulti con i miei occhi di bimbo. Conservavo a mente l’ennesimo quesito che solo anni più tardi avrebbe sposato la sua risposta: perché gli adulti smettono di giocare al pallone?
Non sapevo ancora come le grandi domande che ci sconvolgono da bambini, siano futili ingenuità per gli adolescenti che diventiamo. Né avevo ancora imparato come una volta divenuti adulti quelle stesse domande schiudono i doni migliori, come il vino che ha saputo invecchiare.
Rivedo quegli uomini sulla spiaggia. Rivedo la gioia con cui si rincorrono, non per vincere ma per giocare. Adesso so perché davano quel valore spropositato a qualcosa che faceva parte della mia quotidianità d’infanzia.
Io ero solo un bambino, con la fretta di lasciarsi dietro l’infanzia per entrare nel mondo degli adulti. Loro erano adulti che cercavano di tornare a sudare come solo i bambini sanno fare: senza chiamarla fatica.
Non capivo. Mentre la mia mano serrata incontrava il tuo volto. Non capivo. Mentre cercavo di arrivarti al cuore con la punta della scarpa. Non capivo. Anche mentre sputavi i denti per non soffocare. Non capivo perché mantenessi la calma.
Ardeva, questo mio non capire, trasformando i pensieri in rabbia. E la rabbia in violenza. Ma più mi accanivo su di te, più non capivo. Eppure, era semplice. Evidente. Ma non lo fu in quel momento. Non lo fu neppure mentre varcavamo la soglia della stanza per uscire all’aperto, sul terrazzo. Io e te, due gocce d’acqua.
Forse avrei potuto accorgermene allora, mentre ti trascinavo fuori per i capelli con l’intimo desiderio di spiccarti la testa dal busto. Ma di certo non avrei potuto capirlo mentre tiravo su a forza quello che di te era rimasto, per metterti in piedi un’ultima volta. Allora sferrasti il tuo colpo finale: quel tentativo di sorriso beffardo con ciò che restava del tuo viso.
Ed andò a segno quel colpo. Prima di accorgermi della rabbia avevo già affondato le dita nel tuo collo. Il ginocchio si mosse da solo verso il tuo inguine. E infine quasi non provai sollievo tanto velocemente ti scaraventai giù, incontro all’asfalto scuro della strada.
Fu allora che la comprensione m’illuminò come un lampo nella notte di tempesta. Mentre scivolavi oltre la balaustra. Mentre il tuo sorriso si allargava. Mentre mi afferravi sotto il braccio. Mentre specchiavo il mio malessere nelle tue iridi.
Credo di esserci arrivato poco prima di raggiungere l’asfalto. Avevi vinto. Ti avevo ammazzato. Ma avevi vinto tu. Perché era questo che volevi: condividere con me la caduta.
Nel 2008 ho iniziato stabilmente ad andare e venire fra Catania e Milano. Ho scoperto quanto un aereo possa essere comodo e assimilabile ad un tratto in pullman di qualche ora. Fu una vera rivoluzione per me che nasco in una terra dove gli spostamenti, anche minimi, sono viaggi. E i viaggi migrazioni: si arriva lontano per tornare solo con il pensiero.
Nella comodità del volo scoprivo una lontananza che dava l’illusione di poter essere annullata facilmente, una distanza prossima nei tempi, anche se remota nello spazio. Ciò mi esaltava, come la velocità del progresso sa fare.
Ieri sono tornato in Sicilia. Un amico mi propose un viaggio in auto che accettai. 1.400 chilometri percorsi fra gli zero gradi nevosi di Milano e i 17 gradi primaverili di Catania. Dalle 7 del mattino alle 9 di sera. Un viaggio lungo, che mischia fatica e divertimento come solo un viaggio in macchina sa fare, soprattutto in un paese che racchiude un cosmo nella sua latitudine, come l’Italia.
L’arrivo in punta di Calabria è il momento che più aspettavo. Era un decennio che non mi ci ritrovavo. A tornare a casa. Sul serio. Non con l’aereo, che ti da’ l’impressione di essere uscito un attimo a fare una commissione. Intendo proprio tornare a casa, passando dalla porta d’ingresso. Riempirsi i polmoni di mare, osservare Lei dall’altra parte, così vicina che sembra quasi di poterla accarezzare allungando il braccio. Ondeggiare su una nave con il vento che scompiglia capelli e pensieri, vederla ingrandirsi all’orizzonte come se stesse allargando le sue braccia per te che le corri incontro. E quella colata rossa, come a volerti mostrare quanto le sei mancato.
Ho un rapporto di amore e odio con questa terra. Come le onde sugli scogli neri, che ora schiaffeggiano e ora cullano. Ma l’emozione del ritorno e quella della partenza, sono uniche per chi su un’isola è nato. I miei pensieri vanno agli eserciti di fratelli migranti che sono partiti per il fronte della loro vita, senza mai fare ritorno se non in sogni ad occhi aperti dall’odore di mari che non sono il Nostro. Chissà quale fu il loro ultimo pensiero mentre Lei si inabissava a poppa. Chissà quale sarebbe, se potessero vederla riemergere tra i flutti, all’orizzonte di una nave che li riporta indietro. Siamo una genia di deportati che spesso vive per generazioni nella celebrazione del ricordo. Il ricordo di una terra così incredibile da dover essere raccontata e ripetuta anche per chi di siciliano porta solo un cognome. Rispetto a quei deportati io ho avuto scelta. E l’ho esercitata. Lei per me non è una donna dal cui abbraccio sono stato strappato a forza. E la mia vita è piena e felice.
Eppure, in piedi su quella banchina che porta il nome di un santo, anche a me tremano le ginocchia mentre la abbraccio con gli occhi.
Ci sono poche canzoni che riescono a farmi viaggiare nel tempo. Una di queste mi riporta ad un preciso istante che vive sempre uguale a se stesso, scultura di neuroni in qualche angolo remoto del mio cervello. La via, stretta e tortuosa, che mi riporta a quel giorno si chiama Wonderwall, degli Oasis. Non so neppure perché mi piaccia questa canzone. Sembra una di quelle spiagge nate per caso dalla fragorosa guerra d’amore delle onde con la dura roccia.
Wonderwall è un pomeriggio di Maggio da ventenne, di quelli in cui il sole allena i denti per l’estate. Un pomeriggio in cui la luce impertinente non chiede il permesso di entrare. Indiscreta, inonda tutto ciò che incontra come una marea. Calda, copre tutto quello su cui puoi posare lo sguardo. L’unica superficie immune è ciò che di lei copre la mia mano. Lei fu il primo grido di gioia e il primo di dolore. Fu lo schiaffo del primo vagito, quello che ti notifica di essere nato, ormai.
In questa storia lei non è importante. Non più. Non lo potevo capire allora, quando il mio sorriso si allargava al ritmo della mano che accarezzava. Non lo potevo capire in seguito, almeno finché i giorni aggiunti ai giorni sommersero tutto ad eccezione di quel pomeriggio, che respira ancora attraverso le note di una canzone. Se potessi parlare a quel me stesso, cosa direi? Forse di sorridere ancora di più. Di fare incetta di quella luce. Di riempirsi i polmoni di quell’aria fino a soffocarne. Di aggrapparsi con le unghie a quella serenità. Perché tutto il pensiero di cui è capace, non lo aiuterà a prevedere. Né a capire. Sarà inutile, in sé. E ciò che vedeva allora come la fine del mondo, era solo Colonne d’Ercole: la porta per un oceano più vasto.
Se davvero potessi vestire ancora quel me stesso che è morto? Godrei ancora un istante in più di quel silenzio, di quella luce, di quella carezza. Ma anche se potessi sfidare Eraclito con successo immergendomi due volte nello stesso fiume, non bagnerei neppure l’alluce. Lascerei quel me stesso in pace con il mondo, in coppia su quel letto ad una piazza che sembrava così grande se misurato in centimetri e contemporaneamente piccolo per contenere tutti gli abbracci. Non gli direi neppure di approfittarne. Non lo osserverei neppure. Sulla lingua ho solo il ricordo di un sapore, non un sapore. La risposta è sempre avanti e mai indietro. Il peso e la fatica di una lunga ascesa trovano riposo solo alla meta.
La strada percorsa è facile solo perché fa discesa ciò che prima fu salita. Ma proprio per questo non è più la stessa.
(Lo avevo scritto l’1 Novembre del 2010. Non l’avevo mai pubblicato. Mi fa ridere rileggerlo, giusto stasera. Una vita polibiana, la mia…)
Che cos’é la debolezza?
Sentirsi schiacciati da qualcosa che non riusciamo a cambiare. Non riuscire a fare una cosa che prima ci veniva naturale. Piangere.
Siamo costretti a fare delle scelte, e le giudichiamo buone o cattive in base al risultato a cui ci conducono. Se il risultato va bene, allora la scelta era quella giusta. Ma nel tempo tutti i risultati sono giusti. Perché ci allontaniamo dal problema. Nel tempo, tutto viene annacquato, e anche i sapori più forti vengono ridotti a insipidi. Una scelta è solo una scelta, e se anche a distanza di tempo ci conduce a qualcosa di buono, non vuol dire che le altre scelte non sarebbero state meno giuste. O meno belle.
Non è il gioco del vero e falso. Sono infiniti universi paralleli, milioni di possibili strade. Da scegliere.
Se di tutti questi infiniti universi possibili, non puoi vivere l’unico che vuoi, allora la scelta è inutile. E tanta meravigliosa abbondanza, diventa solo un circo di ombre beffarde.
A volte è difficile dimostrare che una cosa è vera. Allora ci si aiuta dimostrando che il suo contrario non può essere vero. Ma la vita sta fuori le formule, e se ne sbatte delle dimostrazioni. Così una cosa può essere falsa, ed anche il suo contrario. O essere vera e il suo contrario falso. Ma questo non avere importanza.
Io non voglio avere ragione. Vorrei solo poter dire serenamente di sbagliarmi. Sentire pacificamente che questa non sia una cosa sbagliata e idiota. Uno spreco. E non aspettare il tempo che scorre e sfoca le gioie, la distanza che cresce e allontana gli appetiti fino a farne un ricordo, non sempre alla vista. Finché poi sarà facile convincere e convincersi che le cose sono andate nell’unico modo in cui potevano andare.
Mi sento schiacciato da quella stessa cosa che ieri era la mia forza. Non so come uscirne. Perché sento che non ne voglio uscire.
Una delle storie zen che più mi piacciono parla di un giovane novizio che interroga un vecchio saggio. Come nel 90% delle storie zen, del resto. Il vecchio saggio si fa i suoi cazzi al lume di candela, e il giovane novizio la spegne con un soffio. E quindi chiede: «Maestro, da dove veniva il vento?». La storia narra che il maestro guardò il novizio e rispose: «te lo dirò se tu mi saprai dire dov’è andato»
Sono su un divano. Ho mia sorella di cinque anni sdraiata accanto. Percorro con le dita le sue guance. È lei. Eppure da un altro punto di vista, è solo un aggregato di atomi disposti secondo uno schema differente da quello che governa l’aggregato noto come divano. O me.
Quando avevo la sua età ero certo che da grande avrei fatto il soldato. Lo volevo. Lo sapevo. Crescendo c’ho provato: ricordo ancora la delusione quando al quarto liceo non accettarono la mia preferenza per i parà. Ho fatto altro. Quando finì le scuole medie ero convinto di voler frequentare l’istituto d’arte. Sarei diventato il più grande disegnatore di fumetti. È l’unica volta in cui ricordo un’ingerenza dei miei genitori nella mia vita. Feci altro. Mi piacque. Mi ha reso ciò che sono. E sono felice di ciò. Posso per questo dire che fu la cosa giusta? No. Forse sarei davvero diventato il più grande disegnatore del pianeta. E sarei stato ancora più felice di adesso. Non ha senso porsi la domanda. Perché è solo nella nostra testa.
La difficoltà è che tutto quello che vediamo, anche la cosa più reale, è tecnicamente solo nella nostra testa. I nostri sensi bombardano il cervello di dati che vengono elaborati. E in questa lettura c’è la realtà. Più letture soggettive convergenti, formano l’illusione di un’oggettività universale. Almeno finché non interviene un folle a cambiare la storia che ci rende schiavi. In modo subdolo: nella caverna di Platone siamo ingannati dalle ombre che scambiamo per oggettività, ma non siamo incatenati: non servirebbe. Semplicemente non sappiamo neppure di essere dentro una grotta.
Schiavi del processo induttivo, abbiamo visto solo cigni bianchi. E chiunque conosciamo, pure. Per secoli. E così viviamo sicuri una vita dove i cigni sono solo bianchi. Finché un giorno non si scopre che ne esistono di neri. Niente lo avrebbe lasciato supporre. Quindi nessuno poteva prevederlo. Nessuno che non mettesse in dubbio il modo in cui costruiamo la realtà.
Se è tutta una questione di punto d’osservazione, prima di preoccuparti di quello che vedi, pensa a dove sei seduto. Marx scriveva: «un modo di vedere è anche un modo di non vedere».
Al termine di uno dei periodi più (d)istruttivi della mia vita, trovai ad attendermi un regalo di Natale. Non ricordo neppure cosa fosse. Ma ben impresso nella mia mente vive il biglietto che lo accompagnava. Era una citazione. Non casuale. Era una citazione che mi spiegò come tutto il senso di quel periodo fosse legato non a quello che avevo subito. Ma a dove mi ero seduto.
La citazione – di Proust – recitava:
«Non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia. Non abbiamo saputo superare l’ostacolo, come eravamo assolutamente decisi a fare, ma la vita ci ha condotti di là da esso, aggirandolo, e se poi ci volgiamo a guardare il lontano passato, riusciamo appena a vederlo. Tanto impercettibile è diventato»
28. È passato un altro anno. Questa frase significa qualcosa per me solo oggi, il 6 di Dicembre. Il giorno del mio compleanno. Una giornata che dedico ormai da un po’ a fermarmi per pensare. Non solo ad un anno passato (sempre troppo) di fretta. Ma anche al prossimo. A cosa voglio e verso dove mi piacerebbe puntare la prua della nave.
Quest’anno l’ho passato ad esplorare le virtù del perseverare. Sono arrivato fino in fondo a sfide importanti, non ottenendo il risultato desiderato. Ma vincendo il mio impulso innato al nomadismo. Al rispondere alle difficoltà pensando subito a volgere le vele verso venti veementi che portano alla vista di altre coste. Ho iniziato a percepire la melodia del tempo che scorre, placido o irruente ma pur sempre come lui desidera. Lasciando a noi solo la bravura del danzare seguendo le sue anse. Ora dolci e ampie, ora strette e facili all’insidia. Non so ancora navigare su questo fiume, ma ho compreso che per imparare a farlo occorre più saper sentire la corrente che avere bicipiti gonfi di remata.
Anche quest’anno, il terzo consecutivo, mi trovo a Genova. Città che amo. E mi sorprendo a pensare che potrebbe essere l’ultimo. La fase della mia vita che è iniziata nel dicembre del 2010 sembra ormai essersi conclusa: io sono molto diverso.
4. Sono gli anni che vivo a Milano. E come il buon vino che sa invecchiare, anche questa esperienza mi regala nuovi sapori e nuovi gusti, ogni volta che tergiverso con il suo sapore ad accarezzare i pensieri, prima di inghiottirla a sorsi nei ricordi. Mai come adesso Milano mi è stata cara, e mai come adesso sarei pronto a lasciarla per nuove avventure. Un paradosso che si spiega in fretta: continuo a non avere un motivo per restarci, ma contemporaneamente ho perso il motivo che mi impediva di andarmene.
2012. Per i Maya parrebbe essere l’anno della fine del mondo. Per me lo è senza dubbio. È stato l’anno culmine di un triennio di crescita dove ho sfidato tutti i miei limiti. Vincendo o perdendo, passo dopo passo sono comunque diventato più forte. Ho dimostrato a me stesso tutto quello che volevo. E alla fine di tutte queste vette ho scoperto solo fame di altre vette. Ma una fame differente da quella che, compagna, ho portato dentro in questi 28 anni. Un desiderio senza ansia, una voglia di capire più che di essere capito. Arrivare in cima non per essere più alto di tutti, ma per studiare meglio la mia piccolezza. Senza l’urgenza di un mondo che deve essere come io lo voglio, ma anche senza perdere la voglia di non scendere a compromessi.
Il 2012 è solo l’inizio di un nuovo viaggio. In cui imparo a partire senza l’obbligo di arrivare alla meta prima degli altri, ma senza perdere il piacere del viaggio. Ho imparato ad accogliere l’imprevisto perché ho accettato di vivere il cammino e non la meta. Ma non ho perso il gusto della libertà che non subisce il compromesso. Libertà che si piega alle intemperie del caso ma che sa tornare dritta quando queste cessano, come un filo d’erba che accoglie il sole dopo il monsone.
Ho dimostrato a me stesso tutto, senza risparmiare ambizione. Solo per scoprire che non c’era nulla da dimostrare. Dietro l’ultima porta, solo l’inizio di un’altro percorso. Ma ad aprire quella porta è una persona diversa.
Nel 2012 ho cacciato su terreni nuovi che non conoscevo. Ho arricchito la mia abilità grazie ai fallimenti. Ho migliorato la mia destrezza grazie agli imprevisti. Ma non sono mai diventato preda.
Ho messo in discussione la mia voglia di investire tempo nel relazionarmi con persone a basso utilizzo di cervello, imparando che non è certo siano diversamente intelligenti, ma sicuramente lo sforzo di scendere di livello mi ha arricchito. Ho imparato che questo esercizio è utile solo se resta tale: il mio scopo è un livello sempre più alto, anche se in solitudine, anziché un livello più facile in (grande) compagnia.
Ho messo in discussione la mia fiducia nella solitudine. Da soli si va più spediti e leggeri, ma la pazienza si impara solo con gli altri. Ho appreso tanta pazienza insegnando in cambio un po’ di velocità.
Ho scoperto ancora tante persone meravigliose, che amo avere nella mia vita. Ho aggiunto un altro giro di corteccia a rapporti così solidi da diventare certezze, come stella del mattino.
Spoiler: alla fine di quest’anno forse crollerà il mondo. Ma non io.
«Cambierai idea».
Me lo ricordo come fosse ieri e invece era un tempo di cui non è rimasta neppure la polvere. Così mi diceva mio padre, con la sicurezza di chi parla ad un bambino di un cammino che conosce bene. «Cambierai idea», mi ripetevi al tempo in cui l’unico mio desiderio era scavarmi il petto con le unghie per cavarne il cuore. Pur di non sopravvivere al giorno in cui tu avevi cambiato idea. «Cambierai idea», mi dicevo a denti stretti mentre ti allontanavo da me.
«Cambierai idea», perché il tempo passa, perché cresci, perché la vita ti regala silenzio quando la sfidi. Tanto sa che ti prenderà per assedio. Molti avevano ragione: più e più volte ho cambiato idea. E succederà ancora. Cambio idea ogni volta che questa da conquista diventa conquistatore. Ogni volta che il filo si trasforma da àncora in guinzaglio, minacciando di rendermi un Teseo che per la possibilità di poter tornare indietro non può andare avanti. In fondo «cambierai idea», perché avrai anche ragione ma devi trovare un compromesso. Perché sei troppo radicale. E sei – pensa qualcuno – anche stronzo, se pretendi di vivere la tua vita come credi. E pure arrogante se – intelligente come sei – rifiuti di abbassarti al livello medio, quello dove stanno tutti gli altri. Quello dove devi stare anche tu, perché la maggioranza fa la regola e tu la stai minacciando se vuoi volare più in alto.
Ma cos’è questo compromesso che una volta è saggio e accontenta tutti, e la volta successiva è solo follia senza vincitori? «La verità sta nel mezzo», ecco la faccia perversa del compromesso. Buddha insegnava che la corda troppo tesa si spezza se pizzicata, ma quella troppo allentata non vibra di suono. Il giusto equilibrio è musica. Ed ecco che il mondo si popola di mezze vie affettate con il coltello, di uomini che girano con la regola scritta in tasca e un righello in mano, per rendere il mondo un luogo più giusto, una metà alla volta. In questo modo un invito a osservare la relatività delle cose diventa regola assoluta, eccezione di quella relatività che predica.
Tutti cerchiamo un aiuto che ci alleggerisca del dramma della scelta. C’è chi lo trova nel dogma della religione, chi nel formalismo della logica. Altri nella probabilità di una monetina lanciata in aria, nella lettura degli eventi passati o di tarocchi che anticipano i futuri. In fondo la scelta che ci piace è fra opzioni chiuse, disposte sul tavolo come scacchi che si muovono battaglia. Cosa sposto? Ma la vita non è un campo di sessantaquattro caselle, è tutto quello che sta intorno. Le opzioni sono quelle che vuoi darti, quando preferisci puntare il dito anziché sporcarti le mani.
Perché il futuro per qualcuno è una raccolta punti: mette da parte una piccola concessione ogni giorno sentendosi fortunato. Senza capire che il premio ritirato alla fine vale meno di tutte le rinunce quotidiane. Perché la vita è fatta tutta di momenti, il futuro è solo un altro di questi oggi. Il tuo spazio non lo crei accumulando granelli di sabbia. Ma aggredendo ogni giorno con vigore la roccia dura. L’onda di questa audacia radicale che senza speranza attacca ogni giorno una montagna, alla fine genera il compromesso della spiaggia. Il futuro è un equilibrio a cui giungi nella radicalità di infiniti fallimenti quotidiani.
Insomma, io cambio idea come il mare: ogni volta che arretro è solo per avanzare con più vigore. Il compromesso sarà il risultato, non l’obiettivo. E mi rende felice solo allora: perché è un equilibrio in cui la piena espressione di tutto me stesso incontra il limite di qualcosa che non può cambiare perché deve ancora capirla.
Il mio compromesso non è sedermi sulle mie idee e sputare sulle mie convinzioni per incollarle ad una tessera punti annuale, sperando di completare tutte le caselle per certificare che valgo qualcosa.
Trinacria è la mia terra, perché ha tre punte.
Una è l’orgoglio, che ne ha fatto luogo di sconfitte ma mai di vinti.
Una è la generosità, che l’ha resa patria di molti popoli.
La terza punta è la caparbietà, che culla i difetti della sua gente nei secoli.
È promessa sposa al mare blu, che da sempre la assedia in un abbraccio che ora è minaccia, ora muta in tenerezza. Si veste d’oro come i suoi oceani di grano agitati dallo scirocco, i suoi agrumi gonfi di vita che spingono per toccare la terra, la sabbia che si lascia accarezzare dall’acqua. Si tinge di rosso come i visi arsi dei suoi vecchi, il sangue dei suoi giovani che zampilla da petti squarciati per uno sguardo troppo ardito.
Respirando il fuoco nell’aria estiva, ti cresce la Sicilia. Abituato all’idea che qualsiasi cosa tu voglia dovrai lottare, anche solo per pensarla. Ma ecco che quando la stai maledicendo per la sua durezza, ti sorprende con il conforto di uno sconosciuto, l’aiuto di un estraneo, l’entusiasmo di un sodale che pochi minuti prima era un semplice conoscente.
Di magma è fatta la mia terra: qualcosa di estremamente caldo e fluido che sa diventare freddo e tagliente nel volgere di poco. I volti duri scolpiti dalla fatica aspettano solo occasione per incresparsi di passione, come la vela ansiosa di sfidare il vento.
Femmina è la mia terra, perché di essere fecondata non è mai sazia. Femmina, perché anche il torto più violento è trasformato nel bambino più amato. Femmina, perché solo lei può sopportare senza perdere la generosità.