Questo è il blog provvisorio di Mushin. Leggi qui per saperne di più.

Grazie, Blog.

Ho scritto tanto, ho scritto a tanti. Ho scritto per essere letto nel presente, ho scritto per mettere ordine nel passato, ho scritto al futuro che non esiste ancora. Ho scritto per sentirmi meno solo, ho scritto pensando che additare pubblicamente la solitudine potesse servire a cacciarla. Ho scritto perché ho scoperto che questo non è possibile, ma che scrivere aiuta a trovare qualcuno, come te, impegnato nella stessa impresa di Sisifo.

Tutto è andato via, prima o dopo. Tranne te.

In questi anni di scrittura non sei mai venuto meno. Sei sempre stato qui, ogni volta che ho sentito l’urgenza di vedere i miei pensieri prendere forma di lettera. Sì, ti ho creato io e tu non puoi abbandonarmi. Ma potrei farlo io. E mai ne ho avuto voglia.

Vero, i silenzi sono diventati più delle parole, ma come fra due persone che dopo aver parlato tanto si intendono con gli occhi. Credevo tu fossi uno spazio mio, ho scoperto che appartengo a questo spazio tanto quanto lo posseggo.

Siamo insieme da tempo. Ti ho costruito come tetto contro le intemperie della vita, ti ho dato forma come ad una lastra di marmo che riceve paziente la sofferenza dello scalpello, sei anche stato il tempio che celebra il trionfo e l’orecchio che accoglie la supplica senza giudicare. Mi ricordi i miei sbagli e quanto questi siano stati spesso fortunati. Mi ricordi che dentro ogni vittoria s’è nascosta una sconfitta armata solo di pugnale avvelenato. Mi ricordi i nomi dei Laocoonte giustiziati perché osarono frapporsi fra me e i miei cavalli di Troia. Mi ricordi che di questi i più pericolosi non celavano invasori, ma le mie inquietudini come in un vaso di Pandora.

Non so cosa avrei fatto in tutti questi anni senza di te. Senza questo specchio ritardato che sotto la polvere restituisce l’immagine di quello che fui e non di quello che sono. Non immagino come potrebbe essere la vita senza la possibilità di affidare l’inquietudine, la gioia, il dolore a una bottiglia lanciata nel mare in burrasca per sfidare i marosi del caso a dare un senso a tutto, recapitando il messaggio nelle mani sapienti di chi può fare di quel seme l’inizio di qualcosa di migliore.

Con la stessa semplicità con cui per anni hai accolto la sicurezza delle mie convinzioni assolute, oggi accogli i dubbi e le domande che sempre più numerosi germogliano sulle certezze di un tempo, come fiori da una carcassa.

Grazie, blog.

 

Una Nuova Onda dallo Stesso Mare

La maledizione del ritorno è quella per cui sei di nuovo qui, ma niente è come prima.

È vagare per la città dove sei cresciuto, dove hai imparato l’alfabeto delle emozioni, dove ogni angolo è un ricordo e scoprire che nulla di quello che era intimo esiste ancora. Insegne, persone, abitudini: tutto è cambiato negli anni in cui non eri qui a difenderne il ricordo.

Non è qualcosa di nuovo, è qualcosa di estraneo. Ha le sembianze di qualcuno che conosci, ma un animo nuovo. È un albero che non cambia le foglie, ma le radici. È sentirsi traditi come dalle amicizie dell’infanzia: credevamo di essere stati noi ad abbandonarle e poi scopriamo che tutto quello di cui non ci siamo curati mentre eravamo intenti a fare altro, ha deciso di proseguire noncurante.

Come un’eco che rimbalza per accorgersi di non avere più dove tornare: è rimasta uguale a se stessa ma nessuno può riconoscerlo.

In fondo però quei luoghi non sono mai esistiti. Sono indifferenti ai mille nomi che ricevono. Esistono e basta, in una trasformazione continua che li rende ricordi come una fotografia rende immobile un’espressione rubata. Come costellazioni che uniscono arbitrariamente stelle estranee a qualsiasi legame, è la nostra personale realtà quella che condividiamo. Una realtà che esiste e resiste finché abbiamo qualcuno con cui ricordarla. Come divinità tenute in vita dalle preghiere dei propri fedeli.

Solo nella volontà condivisa di oggi, può resistere un passato che si rinnova.

Allora vale anche tornare sulla stessa riva e immergere i piedi in un mare calmo, sapendo però che è ancora la stessa acqua dell’onda impetuosa che fu. Desiderando ancora quell’impeto, è la nuova onda che aspettiamo. Dallo stesso mare.

Il Sogno del Corvo

Ieri notte ero un corvo, in sogno. Ho volato così vicino alle nuvole da vedere gli uomini grandi come formiche operose. Ho volato così a lungo attraversando albe e tramonti da vedere gli uomini consumarsi come la fiamma di una candela.

Ecco cosa ho osservato.

Al primo livello si impara a camminare. È pieno di gente. La strada è larga e in discesa, quasi è lei a guidarti. Ma si procede lentamente, si segue la linea più comoda del terreno. La strada è così larga che non sembra una strada ma una piazza: è fatta quasi più per sostare. E questo fanno in molti, costruendo comodità lungo la via per riposarsi e riposando così a lungo da dimenticare che si era in cammino. Sono coloro che viaggiano trascinando il carro, senza staccare gli occhi da terra se non per brevi momenti.

Al secondo livello sono in pochi. Non sanno cosa vogliono, ma si sentono come soffocare. Ogni giorno camminano come se avessero da trasportare un’enorme peso in petto. Non sanno bene cos’è. Sanno che devono liberarsene. Ad ogni sosta, sempre più frequente, il loro sguardo vola oltre i margini della folla. Non avanti, dove tutti guardano. Non indietro, per cercare amici e fratelli. Ma lateralmente. Laddove non avrebbe senso andare. Finché un giorno incapaci di sopportare oltre decidono di arrendersi e abbandonare il cammino. Non sanno dove andare, ma sanno da cosa intendono fuggire. È così che scoprono altre vie. Strette, impervie, appena tracciate. Sono ripide o erte, ma mai in piano. Sono corte e per questo faticose. Sentieri sui quali per proseguire non bastano i piedi e a volte neppure le mani. Ed è qui che i pochi imparano a volare. Liberati improvvisamente dal peso della strada facile, non più subendo la guida della massa, scoprono che non hanno mai camminato. Ma erano naufraghi alla deriva. Senza meta. Solo su queste strade difficili si scopre il senso del cammino, che è ascensione e caduta. Incontrano compagni con la gioia della fatica negli occhi, fratelli con i quali condividono tutto parlando di rado. Essi sono coloro a cui il rifiuto di tutto quello che sta intorno ha fatto volgere gli occhi al cielo, trovando nelle stelle un’indicazione di rotta, una bussola.

Al terzo livello alcuni dei pochi perdono il sentiero. È buio, sono soli, fa freddo, piove. È facile smarrirsi seguendo un sentiero poco battuto. Ed è lì che la disperazione li assale. Nessuna traccia, nessuna strada. Nessun compagno che anni addietro abbia già scorticato la terra con il proprio passo, indicando la direzione. Ed è morte nel cuore. Ma dopo ecco l’alba: e i pochi scampati alla solitudine della notte scoprono che esiste un altro modo di camminare. È fatto di totale libertà e silenzio. Nessuna traccia da seguire, neppure abbozzata: l’unica strada è quello che si lasciano dietro, passo dopo passo verso l’ignoto. Sono coloro che aprono le piste per chi verrà dopo. Sono coloro che una notte di tempesta ha liberato dall’obbligo della bussola.

Infine al quarto livello arrivano solo coloro che giungono a comprendere la verità stessa del cammino. Liberati dalle illusioni essi viaggiano né con fatica né con fretta. Seguono il proprio cammino percorrendo ora la strada larga e affollata, ora il sentiero per la vetta appena tracciato. Laddove non trovano via, la creano. Laddove la via esiste già, non la rifiutano. Perché a ben guardare è su nessuna strada che stanno poggiando i piedi. Tutte le direzioni sono uguali, quindi non vanno da nessuna parte. La strada è dentro di loro, quindi non smettono mai di viaggiare.

Castello

Memoria.

Se c’è una cosa che accumuna gli esseri umani di tutte le epoche, probabilmente è il desiderio di immortalità. O almeno: l’idea che la morte non sia davvero la fine. Che ci sia una continuazione di qualche tipo, dopo. O al minimo che possiamo durare nel ricordo quotidiano di chi resta. Generazione dopo generazione.

Castello è un luogo della memoria, dove il tempo sembra passare più pigro che altrove. Le case sono lì da qualche secolo, con appena qualche lenzuolo e condizionatore a ricordare che siamo nel 2016. Ovunque sono ancora visibili memorie di tempi pregressi. Eppure nessuno ricorda più cosa significhino queste testimonianze.

Araldi e altarini che nessuno più ricorda, garantiscono sopravvivenza di qualcosa che nessuno sa più leggere. È un’immortalità beffarda: mantiene la promessa di vincere il tempo, ma la svuota di significato. Sarai lì, sotto gli occhi di tutti, per sempre. Ma non sapranno chi o cosa sei. Ti ammireranno senza capirti, come in un contrappasso dantesco. Sarai John Cabot che mise piede in Terranova, ma non capiranno l’impresa. Sarai sette martiri, ridotti a un’insegna di un circolo di anziani. Sarai un Castello senza castello.

L’eternità non è fatta per l’uomo. Siamo costretti all’attimo, perché è il momento la nostra dimensione.

Scegliere

A prima vista sembrerebbe che scegliere sia una questione di capire. Capire le opzioni, valutarne le conseguenze. Selezionare la migliore opzione possibile.

Stronzate. Se avete mai guardato da vicino le scelte, converrete con me che non è così. Affatto. Del resto se bastasse questo sarebbe un mondo pieno di saggi felici.

Per qualcuno la scelta è una lotteria: se non possiamo davvero conoscere tutte le conseguenze e ponderare bene tutte le alternative, allora è come lanciare una moneta. Tanto vale non stare troppo a pensarci su e lasciare che sia davvero testa-o-croce a decidere. Ma non funziona neppure così.

È molto peggio.

Scegliere è un salto, abbiamo il pieno controllo delle forze che ci fanno staccare da terra, ma non sappiamo bene dove atterreremo. Sappiamo solo che atterreremo. Abbiamo iniziato qualcosa senza poter sapere esattamente come finirà.

Da studente di Scienze Politiche ebbi l’impressione che non ci fosse nessuna domanda a cui Kant non avesse trovato una risposta. Una delle domande più affascinanti riguarda la legittimità di una rivoluzione. È legittimo rovesciare un sistema preesistente, prendendone il posto? Ebbene Kant dice: qualsiasi rivoluzione, a prescindere dal motivo che l’ha generata, è illegittima. E come tale merita di essere soffocata dal sistema di cui viola le regole.

Però: se la rivoluzione ha successo nel rovesciare il sistema, ecco che ne instaura uno nuovo. In virtù del quale la rivoluzione stessa diventa legittima. 

Il motivo per cui scegliere è complicato non è la difficoltà di azzeccare una risposta. Ma il sapere che la risposta potrebbe cambiare la domanda. 

Tutte le scelte che abbiamo fatto nel passato sono legate insieme, tenacemente. Esse contengono il futuro. Ma non come un vaso, che posso mandare in inutili frantumi. Sono un seme. Che quando si rompe mostra solo fame di nuove primavere. 

Se rompere un equilibrio ne crea uno nuovo, allora non ha senso chiedersi se tale rottura sia giusta. Perché quando sarà avvenuta, diventerà giusta. Come il seme che abbandonato alla deriva dall’albero, diventa esso stesso albero.

Scegliere è come mettersi in cammino con una meta in mente: l’unica cosa garantita è il viaggio.

Addii, in uno specchio a Madrid

Non mi sono accorto di quando sei andato via. 

Lo hai fatto in silenzio, anche se la tua voce era sempre un urlo. Lo hai fatto con discrezione tu che riconoscevi un limite solo per attraversarlo furiosamente.

Mi manca quel modo in cui il suono di una guancia percossa da una carezza ti accendeva il battito del cuore. Amavi serrare il pugno, scagliarlo addosso a qualcuno ti illudeva di liberarti da un peso. Non conoscevi la parola «sosta» perché per te la vita era una corsa senza traguardo. Tu volevi solo tenere gli altri indietro, correre per essere in testa non per arrivare primo.

Per molto tempo ho creduto tu fossi la mia sola alternativa. Mi sbagliavo: io volevo essere te.  

Dove sarai adesso?

Ancora in giro, a passo deciso con quell’espressione in viso di chi ha una destinazione ma in realtà vaga senza una ragione.

Ancora la fuori, pronto a sfoderare la lingua per trafiggere uno sguardo impudente. 

Ancora fedele al tuo codice inventato, che prescrive una vita di virtù e privazioni solo per poter rendere più grande l’eccezione e più memorabile l’errore. 

Se chiudo gli occhi posso averti ancora qui, rivivere le nostre avventure. Posso quasi sentire la tua fame che scalcia, posso vedere la paura di chi non è ancora sopravvissuto al primo naufragio di sogni e speranze, posso toccare quella tua impazienza così densa da erigere un muro fra te e gli altri. 

Non so se sei stato una benedizione in quegli anni. Allora facevo ancora confusione fra i giudizi e i desideri. Non importa. Eravamo lì, eravamo soli e insieme nello stesso tempo. Come due galeotti incatenati al medesimo remo, non lo abbiamo scelto ma lo abbiamo accettato. 

Non posso dire che mi manchi. Non posso dire di voler tornare ad allora. So che te ne sei andato per questo: hai sempre vissuto in bianco e nero, dentro la trincea di una fedeltà per partito preso. Hai sempre avuto disgusto per i deboli, quelli che hanno bisogno di una convenienza per sostenere una fede. 

Chissà cosa penseresti dei miei capelli ammorbiditi dalla lunghezza, del mio corpo inflaccidito dal buon cibo, del mio bere per il gusto e non per l’ebbrezza. Forse sarei uno di quelli che giudicavi con un occhiata, sperando che ti dessero l’opportunità di dimostrare quanto poco valessero.

O forse te ne sei andato perché dentro di te avevi capito che in fondo non poteva durare. Sapevi che prima o dopo avremmo smesso di chiederci se dovevamo temere ciò che respirava oltre il muro e avremmo iniziato a chiederci perché esisteva il muro.

31, 2015

Prendo gli ultimi giorni di questo 2015 per il mio bilancio di fine anno (una consuetudine che si trascina da qualche anno: 2014, 2013, 2012, 2011, 20102009).

31.

Camminare in equilibrio su una fune è una delle abilità più affascinanti che un uomo possa acquisire. Ma è anche una delle meno utili: difficilmente ci capita di dover camminare in equilibrio su un filo, nella vita di tutti i giorni.

Questo almeno pensavo prima di questo trentunesimo anno. Quest’anno ho imparato che ci sono molte analogie fra vivere ed essere un funambolo.

Uno: Accettare l’esistenza di tutto il resto, senza lasciarsi distrarre.

Sei lassù, ad un’altezza proibita per l’essere umano. Intorno a te il mondo, come non lo avevi mai visto. È bello, è estasi, è paura. La prima reazione è far finta che non esista. Per restare concentrati. Ma lui esiste. È lì. Hai quasi l’impressione di poterlo toccare, se allunghi un braccio. E se ti capita di allungarlo quel braccio, sarà meglio che ti spuntino le ali, perché rischi di dover imparare a volare. Per questo preferiamo non vederlo. Per restare concentrati. Concentrati sul non deragliare. Questo è quello che ho fatto finora, per evitare la fine di Ulisse, smarritosi sulla via del ritorno.

Far finta di nulla non mi ha aiutato. Cedere alla distrazione ha rischiato di uccidermi più volte. Perché mi sono concentrato sulla cosa sbagliata: non perdere l’equilibrio. Questo trentunesimo anno mi ha mostrato che «avere equilibrio» è molto diverso da «non perdere equilibrio» . Anzi, la caratteristica dell’equilibrio non è eliminare tutte le forze che ti spingono a cadere. Ma metterle in concorrenza fra loro affinché si bilancino a vicenda.

Il primo dono di questi 31 anni: la capacità di accogliere. Accogliere queste forze, accettarle e non cercare di annullarle. Ma di metterle in equilibrio.

Due: per andare avanti bisogna concentrarsi sul perché si fa una cosa, non sul perché non si dovrebbe fare.

È abbastanza facile farsi un’idea delle situazioni finché non ci siamo dentro. Da laggiù il funambolo appare incredibile, sospeso. Ma in fondo è solo un uomo che deve mettere un piede davanti all’altro in linea retta. Solo lui, da lassù, sa quante battaglie simultaneamente deve vincere per riuscire a muovere anche solo quel piccolo passo. Il più cruento di questi scontri non è contro il vento. Non è contro la fune. Non è contro il bilanciere. È contro la propria mente. È contro la parte di noi che si focalizza su ciò che potremmo perdere, anziché su ciò che vogliamo acquisire. La lotta più dura è contro la paralisi. Perché sulla fune, come nella vita, non puoi tornare indietro ma solo andare avanti. E una volta mosso il primo passo il dubbio diventa inazione, unico vero pericolo mortale.

Sono stato sempre molto bravo a descrivere i problemi e anticipare i pericoli. Questo mi ha impedito di commettere errori. Ma anche di andare avanti. Ho guardato nel vuoto e ho correttamente passato in rassegna i miliardi e uno modi diversi in cui avrei potuto rischiare di cadere giù. Ma niente di tutto questo mi ha aiutato a restare in equilibrio sulla mia fune.

Il secondo dono di questi 31 anni: la capacità di non pensare al baratro e cercare di muovere i piedi ricordando perché voglio arrivare dall’altro lato della fune.

Tre: la lunga distanza è possibile solo grazie a piccoli passi. Ma è più della somma di piccoli passi.

Sulla fune è solo un piccolo passo per volta. Un piccolo passo possibile solo pensando alla lunga distanza. Ogni volta che il piede tocca la fune occorre ricordare quanta strada è già stata percorsa e quanta ancora ne rimane. Per dosare le energie, affinché ogni singolo gesto venga compiuto come fosse l’unico ma pensato per un arrivo dopo molti passi.

A 31 anni ho il privilegio di essere spesso il più giovane a fare quello che faccio. Il primo. La velocità è sempre stata la mia ossessione, non per arrivare prima di qualcun altro. Ma per sfidare i miei limiti. Per trent’anni sono stato un buon sprinter. Forse troppo tardi, ma ho capito che dopo una breve distanza vinta, ce ne sarà un’altra. E un’altra ancora. È sulla lunga distanza che occorre testare le proprie capacità.

Il terzo dono di questi 31 anni: capire che un cammino è fatto della somma di piccoli passi. Ma non è la somma di piccoli passi a fare un cammino.

Quattro: perdere aiuta a vincere.

La fune è una via che non ammette il superfluo. Tutto quello che porti con te su quella fune stretta è d’aiuto solo se ben bilanciato. Nulla sale sulla fune con successo se non porta con sé un opposto simmetrico. Portare poco e portare solo cose che possono essere bilanciate.

Questo primo anno dopo i trenta ha visto la definitiva chiusura di alcuni capitoli della mia vita. Con cui ho fatto pace. Ho perso qualcosa lungo il percorso, ma ciò mi ha reso più leggero dandomi slancio per le nuove avventure che ho intrapreso. Ho imparato che combattere è importante, ma a volte saper incassare un colpo è più utile che cercare rivalsa. Aiuta a procedere leggeri anziché fermarsi nel passato. La miglior rivalsa è un passo avanti verso il futuro.

2015.

Ciao 2015. Sei stato il miglior anno, professionalmente parlando. Mi hai regalato tanti stimoli ma soprattutto tante conferme.

Lasciai con rammarico la possibilità di un percorso accademico per venire a Milano. E nel 2015 ho iniziato ad insegnare Communication Strategy allo IULM.

Credevo che fosse il momento adatto per un soggetto focalizzato sullo storytelling di brand attraverso foto e video ed Epico è una grande conferma.

Ero convinto che si potesse lavorare focalizzandosi solo sulla Digital Strategy con un team piccolo ma affiatato. Senza neppure avere un ufficio. Contro l’opinione di molti WHY è stata la prova che sì, il mercato premia questo tipo di valore.

Aver avuto ragione è stato gratificante, ovviamente. Ma l’ingrediente più importante di questi traguardi è stato: aver tentato. I motivi per cui questi successi potevano invece essere fallimenti erano molti. Ma sono andato avanti, senza cedere alla paura. Anzi portandola con me, come un peso da utilizzare per bilanciarmi sulla fune. Il 2015 è stato un banco di prova per confermare, sfidandole, le lezioni apprese al costo di tanti fallimenti in questi 6 anni.

2016.

Stai per arrivare. Non posso sapere cosa porterai, ma so per certo che troverai un funambolo allenato ad attenderti. Non posso evitare errori o avversità. Ma posso tenermi in equilibrio bilanciandole con quello di cui sono capace.

Dinosauri

Siamo sopravvissuti al meteorite, continuiamo a disegnare lo stesso tragitto con i nostri passi lenti. La nostra eccezione è essere sopravvissuti come regola, contro ogni pudore.

In un mondo ormai così diverso, a cosa serviamo? Non siamo ricordo, siamo offesa a noi stessi. Siamo promesse infrante e desiderio di cui è rimasto solo l’odore. Stantio, come qualsiasi delle cose sopravvissute.

Una stella lassù, che splende come ogni mattino. Sembra una certezza tanto è immutata. Eppure, è così lontana che potrebbe essere ormai spenta. Ma io ancora non lo so, perché posso vedere solo la sua eco.

Sabaudia, è dove quel vento ci ha portato

Era un viaggio verso nord.

È sempre un viaggio verso nord. Siamo migratori nel sangue e le nostre peregrinazioni seguono sempre l’istinto dei nostri padri.

Era un viaggio verso nord, e io lo avevo dimenticato. Era sepolto per bene sotto la terra dei piccoli fatti di ogni giorno. Nulla in confronto a quel viaggio, ma le cose grandi vengono sempre sommerse da una moltitudine di piccole cose: è sempre la sabbia o la cenere alla fine che affonda le capitali dei tempi che furono.

Un filo. Un filo che è una canzone. La canzone di quei giorni. Era ovunque: più dell’aria e dell’odore forte del tuo dopobarba. Alle prime tre note il pentagramma si trasforma in strada, quella che percorrevamo da Catania verso il Lazio, su una Passat presa a nolo. Avevamo la fretta di Ulisse che brama, più che quella di Enea che fugge. Ciascuno di noi due nelle pause di silenzio ripassava a mente il proprio piano, il proprio ruolo, il proprio desiderio. Un braccio di mare stretto segnava la fine della passeggiata e l’inizio del viaggio, in quell’Italia sdraiata che sulla cartina sembrava così ansiosa di calciare via la nostra terra a tre punte. Per sempre.

Eravamo io e te. Un uomo e un ragazzino. Eravamo due ma ciascuno perseguiva il proprio, di viaggio. È sempre stato così tra noi in realtà. Ma l’ho capito dopo, quando sono diventato adulto. A te non importava, i modi ti sono sempre sembrati una conseguenza automatica dei fini da raggiungere. Io ero ancora un adolescente con più parole in mente di quelle sulla lingua. A volte fantastico sul tempo: sarei stato mai in grado di cambiare le cose se avessi saputo quello che so oggi?

I nostri viaggi percorrevano la stessa strada. Sei stato compagno del mio e io complice del tuo. Le nostre mete non erano sogni ma vaneggiamenti. E quando ce ne accorgemmo non ci fu delusione. Quel viaggio fu il nostro Godot: ognuno di noi aspettava qualcosa che non arrivò, ma eravamo insieme. Un’anticipazione della vita che seguì, dove le pause intorno al fuoco e le lunghe faticate sotto il sole con i compagni di strada sono gli unici ricordi sopravvissuti. Siamo mai giunti da qualche parte? Dove volevo andare? L’ho dimenticato. Ma ricordo ogni granello di polvere sollevato nella nostra marcia insieme.

Oggi non sei più al fianco. E io ho abbandonato il tuo.

Quando pensiamo alla perdita, il pensiero della morte ci assale. Eppure la vita ha inventato modi più terribili di separare. Questi sono come un vetro: continui a vedere tutto, ma non puoi toccare. Urli, ma nessuno ti sente. E dall’altra parte del vetro non capiscono il tuo dimenare forsennato. Come tu non comprendi le loro azioni. Ed è distanza di ciò che prima era vicino.

Quando veniamo al mondo la bocca non conosce parole e così da voce al cuore e alle emozioni. A ogni parola che impariamo condanniamo la bocca ad essere parte della testa, lasciando il cuore muto.

Con una mano appoggiata al vetro che la vita ha costruito fra noi, solo il ricordo di quel viaggio è memoria del calore del tuo palmo sul mio.

Il Mare a Settembre

La sabbia è come la ricordavo. Sembra non opporre resistenza al piede ma alla fine non gli concede più di qualche millimetro d’orma. In fondo un tempo era roccia caparbia ed essere stata sbriciolata dal mare non sembra aver intaccato il suo carattere antico. La spiaggia invece non si oppone a nulla: alberi mutilati, brandelli di quotidianità, scarti di benessere regalati all’onda ma che neppure questa accetta. A settembre l’estate è anziana ma non così il suo mare: spumeggia e ruggisce con ardore ma senza rabbia, come un bimbo che urla per provare la voce.

Quando osservavo il mondo dal basso, essere grandi mi appariva come una scalata verticale annotata sul bordo della porta: lui non andava da nessuna parte, io ero sempre più affamato di centimetri. L’età adulta era da scalare, come una vetta. Una cima che una volta raggiunta ti permette una vista nuova: da lassù i luoghi che in fretta ho abbandonato nella foga della scalata, appaiono diversi. Ne vedo contorni e confini, sconosciuti finché ne ero parte.

Da adulto, il mare di settembre mi ricorda il tempo in cui segnavo il mio progresso. Solo che stavolta non è più l’altezza che misuro ma la distanza. La lontananza fra me e il bambino schiacciato contro lo stipite, un settembre alla volta. La distanza cambia la prospettiva, come l’altezza ti fa dimenticare il tempo in cui l’orecchio ascoltava il cuore di tua madre, quando l’abbracciavi. 

Ma non è per marcare distanze o crescite che mi accosto al mare di settembre. Per misurare il tempo trascorso basta la sabbia. Il mare mi abbraccia, mi scuote e mi atterra. Io lo sfido, urlo, lo fendo.

Amo il mare di settembre: mi ricorda che a prescindere dai centimetri percorsi sullo stipite, dentro di me c’è ancora quel bambino.